"PERCHE' IL COMUNISMO E' IL CANCRO DELL'UMANITA'"

Visceralmente anticomunista. Cattolico, liberale e liberista. Amico degli Usa e di Israele. Supporto il Centro Destra. Senza paraocchi.
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Cattolici?....
Parrocchiana di Torino.
Un comune amico sacerdote ci presenta. Bella stretta di mano. Signora anziana, dev'essere stata una donna molto bella. Ha sottobraccio la Repubblica. Attacca lei: "Sa don**** non mi piace mica quel Ruini, ogni volta che parla mi viene l'orticaria, non riesco proprio a digerirlo"
il don sfotte: "Bè, mi sa che la prossima settimana dovrebbe trovarsi dalle sue parti, magari fa un fioretto e va ad ascoltarlo.."
"Non ci penso proprio...sa ero molto impegnata in parrocchia un tempo, ma poi non passava neanche una mia proposta ed allora sono diventata una dissidente"
"E lei, giovanotto, cosa legge?"
"Bèh, il Giornale, di solito" rispondo cordiale.
Invasa da sacro furore, sbotta:"Ma come fa, come è possibile..."
"Bèh, le dirò di più, leggo ogni tanto anche Libero; certo, non pretendo di essere acculturato come chi legge Repubblica" replico con un sorriso sarcastico.
Lei strabuzza gli occhi.
"Ah..e scommetto che ama Berlusconi!"
"Di più la mia ragazza, ma al secondo posto..."
"No, non è possibile...io già devo scontare un pò di purgatorio perchè per anni, odiando Berlusconi gli ho augurato di fare una brutta fine", commenta.
Il don abbassa gli occhi e fa un mezzo sorrisino come dire: "ma guarda un pò a che livelli arrivano..."
"Mi scusi, ma lei come fa a votare uno come Prodi?" domando allora io.
"Bè, basta vedere la storia personale dei due!" replica puntuta la signora.
"Appunto" ribatto, "quello ha sempre campato con i nostri soldi, sfasciato l'Iri, governato maluccio prima in Italia e poi in Europa e in più ci ha caricato di tasse"
"Ma dai, se le raccontassi come ha fatto i soldi Berlusconi, magari se ne avrà voglia..."Replica stizzita
"Guardi, se ne avrà voglia, le racconterò io cosa ha fatto Prodi con l'Iri e magari delle sue sedute spiritiche durante il rapimento Moro, va bene?"
"Con molto piacere".
Arrivederci. Saluto cordiale.

BRIGATISTI...
Giampaolo Pansa per “L’espresso”
Se ripenso al ventennio del terrorismo italiano, sapete quale immagine mi ritorna in mente? Non i corpi delle tante persone uccise con le bombe, le raffiche di mitragliatore, le rivoltellate: uno strazio che ho dovuto vedere e raccontare tante volte sui giornali. No, mi ritorna in mente un'immagine senza spari, senza sangue, senza auto di poliziotti e carabinieri che arrivano a sirene spiegate, senza ambulanze destinate a raccogliere soltanto cadaveri.
L'immagine è del 14 aprile 1982. A Roma, nella palestra-bunker del Foro Italico, si tiene la prima udienza del processo per il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro. Nel gabbione ci sono i brigatisti accusati di quel delitto e di altri crimini. Di fronte a loro, fra i banchi degli avvocati, siedono le parti civili in attesa di farsi registrare. Ma dire parti civili è dire nulla. Stavo lì quel giorno, per 'Repubblica'. E ho visto chi erano: i famigliari di Moro, per primi. Ma soprattutto i padri, le madri e le vedove degli agenti uccisi in via Fani. Ho il ricordo di povera gente, vestita di nero, ancora straziata. Gli uomini erano terrei. Le donne piangevano. E sapete che cosa facevano i brigatisti nel gabbione? Gli ridevano in faccia. Proprio così: quella compagnia di becchini sghignazzava sul dolore delle loro vittime. Rideva Moretti, il capo dei capi. Rideva Gallinari, il killer di Moro. Rideva Seghetti, un altro assassino. Rideva Micaletto, sparando insulti a mezzo mondo. Rideva Savasta, il boia dell'ingegner Taliercio, con una faccina da prete e baffetti alla rubacuori. Poi se ne andarono intonando l'Internazionale. Un vero schifo. Ne provai una nausea tale che fu quella la scena che descrissi nel mio pezzo. Gianni Rocca lo titolò: 'Eccoli gli assassini, dietro le sbarre ridono'. Ventiquattro anni dopo, devo ammettere di aver sbagliato tutto. Avevano ragione i killer del gabbione, i brigatisti sghignazzanti. Invece avevano torto le vedove e le madri degli agenti di via Fani. E come loro ha avuto torto marcio chi si è fatto uccidere e chi è rimasto in vita a piangere. Guardiamoci attorno, in questo paese di cartapesta che è l'Italia. Chi è stato un terrorista, rosso o nero non importa, e chi si è sentito dalla loro parte, ogni giorno può alzarsi strillando: allegria! Poteva andargli meglio di così? Assolutamente no, madama la marchesa! Siamo il paese del perdonismo. Sotto lo stellone repubblicano, dovrebbe esserci il motto: chi muore giace e chi vive si dà pace. I terroristi nostrani escono dalla galera quasi sempre ben prima del previsto. Una volta in libertà anticipata, trovano dei padrini pronti ad accoglierli e a rimetterli all'onor del mondo. Subito dopo, s'imbattono in qualche editore che gli propone di scrivere un libro di memorie. Loro li scrivono, l'editore li pubblica e quasi nessuno li legge. Ma che importa? Se falliscono come autori, i nostri ex possono sempre rifarsi con le interviste ai giornali. E poi con le comparsate alla tivù. E poi con i convegni. E poi con i seminari. E poi con qualche lezione nelle scuole. Dappertutto vengono accolti con pacche sulle spalle. Accompagnate da grida di soddisfazione ammirata: guardate come sono cambiati, come sono diventati civili, come sono pacifici e pacifisti! Vogliamo dirla una verità? Gli ex terroristi rossi hanno più fortuna di quelli neri. Ma è naturale che sia così. Quando avevano già cominciato ad accoppare i servi dello Stato o della reazione, per una parte della sinistra continuavano a essere 'compagni che sbagliano'. Adesso può sembrare soltanto una formidabile stupidaggine. Però, nel tempo delle rivoltelle, quello slogan idiota aveva la forza di uno scudo politico. Ed era anche una spessa fetta di salame sugli occhi di chi doveva vedere e capire. Operazione riuscita, non c'è che dire. Lo si constata ancora oggi, che è emersa la storia di un ex-terrorista di Prima Linea eletto deputato nelle liste della Rosa nel pugno. E per sovrappiù inserito nel team dei segretari della Camera. Non avrebbe importanza citarlo per nome e cognome. Lo faccio soltanto, come si usa dire, per completezza d'informazione: Sergio D'Elia. Non l'ho mai incontrato. Di lui so appena quello che ne hanno scritto i giornali. Leggo che si è fatto anni di galera, anche se meno di quel che stabilivano le sentenze. Che si è redento. Che oggi è una persona del tutto diversa da quando era fra i capi di quella banda selvaggia, capace di macellerie messicane persino più delle Brigate Rosse. Insomma, a farla corta, di questo D'Elia non mi frega nulla. Però mi ha colpito un brano della lettera che l'onorevole ha mandato a tutti i parlamentari. Parla del se stesso di allora. E dice: "La mia identità politica e la mia lotta degli anni Settanta possono forse essere approssimate alle idee 'libertarie' (il che vuol dire: non violente) di un anarchico dell'Ottocento.". Per favore, onorevole, sia contento di come le va oggi. Ma non sia così arrogante da prenderci per fessi.
Il ministro comunista vuole le stanze per i drogati
- di Francesca Angeli - Il Giornale
Somministrazione controllata di eroina e metadone secondo la politica della riduzione del danno e «stanze del buco». Il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, riporta il dibattito sulle droghe agli anni '70 con un bel salto indietro che sembra (volutamente?) ignorare quanto è stato fatto in molti Paesi europei ma anche in alcuni Stati degli Usa e in Australia dove questo tipo di sperimentazione, in alcuni casi ancora in corso, non ha dato i frutti sperati.
Ovvero il recupero dalla tossicodipendenza dei partecipanti.
Criticate anche dall'International Narcotics Control Board, l'organismo di controllo internazionale sulle droghe, le shooting room e più in generale la somministrazione controllata degli stupefacenti attraverso le strutture accreditate sono servite alla riduzione della microcriminalità conseguente al bisogno delle droghe e anche alla riduzione delle morti per overdose. Non sono servite però a liberare dalla dipendenza dalla droga chi ne faceva uso.
Il ministro forse non lo sa o forse non gli interessa. E così, intervistato da Radio Radicale, spiega di essere favorevole alle shooting room, ossia le stanze del buco, luoghi dove ai consumatori è possibile assumere sostanze per via iniettiva in un ambiente protetto, legale, tutelato da personale sanitario e sociale. Ferrero ribadisce di voler azzerare la legge approvata dal governo di centrodestra, giudicata proibizionista ed inutilmente punitiva per i consumatori, e promette che il governo entro l'anno troverà una «formula rapida per sterilizzare gli effetti negativi della legge Fini-Giovanardi».
«È necessario, in un ambito di politiche di riduzione del danno avere la possibilità di sperimentazioni», dice Ferrero che giudica le shooting rooom «assolutamente da provare». Ferrero però viene immediatamente rimbeccato dal ministro per la Famiglia Rosy Bindi.
«Nel nostro programma non c'è alcuna ipotesi di avviare la sperimentazione delle cosiddette stanze del buco - dice la Bindi -. Il ministro Ferrero ha espresso una posizione personale, che non è quella del governo». L'esponente della Margherita ricorda come il centrosinistra prima delle elezioni abbiamo «preso l'impegno di abrogare la legge Fini».
Questo impegno però, aggiunge la Bindi «non può essere trasformato in un atteggiamento permissivo o di resa nei confronti della tossicodipendenza. La scelta non è tra un proibizionismo che fa scattare la galera anche per qualche spinello e la liberalizzazione delle droghe». L'obbiettivo per la Bindi resta quello del «consumo zero» per mezzo della prevenzione e dell'educazione.
Ferrero stesso precisa che quello delle stanze del buco non può essere un «modello» e che la sua è un'opinione personale.
Il consumo delle droghe per il ministro della Solidarietà sociale non può essere letta «come una mera questione di ordine pubblico e di repressione». Bisogna invece, «riattivare un dialogo e un confronto sociale che ci permetta di fare sperimentazioni, di verificarne l'efficacia senza preconcetti, di vedere come funzionano». Si tratta di «prosciugare il veleno, sparso in questi cinque anni, della criminalizzazione e dentro questo, poi, sperimentare, provare, vedere cosa è stato fatto in altri Paesi nella direzione in particolare della riduzione del danno».
Il ministero della Solidarietà Sociale, prosegue Ferrero, sta lavorando insieme a quello della Salute a un provvedimento che «sterilizzi gli effetti negativi» della legge 49, per «impedire ulteriori arresti di consumatori di spinelli». Infine Ferrero chiude con una stoccata ai politici. Che nei palazzi del potere si faccia uso di cocaina, dice Ferrero «lo si è visto da qualche inchiesta giudiziaria di qualche anno fa: ci sono droghe che circolano nei palazzi. Questo è assolutamente evidente. Forse non è nemmeno un caso che le tabelle fatte dal precedente governo fossero più permissive sul versante cocaina che su quello della cannabis per quanto riguarda la quantità di principio attivo tollerata».
LE PEZZE AL CULO...
Un ironico gioco del destino fa coincidere il ritiro italiano dall’Irak con il rilancio della victory strategy della Casa Bianca. L’eliminazione di Al Zarqawi ha ridato vigore a George W. Bush che recupera consenso popolare (l’indice Ibd/Tipp sulla Presidential Leadership è salito a 44,2 punti, dai 39,1 dei primi giorni di giugno e i 38,9 di maggio. Si tratta del livello massimo dal mese di dicembre, quando l’indice si attestò a quota 44,3 punti) e a Camp David riunirà oggi e domani il suo war cabinet. Un Consiglio di guerra sul quale ci sono molte attese e che dovrebbe segnare una nuova fase della missione americana in Irak.
Proprio a causa di questo appuntamento l’incontro a Washington tra il ministro degli Esteri Massimo D’Alema e il segretario di Stato Condoleezza Rice è stato posticipato al 16 giugno prossimo. Le relazioni tra Stati Uniti e Italia attraversano una fase di tensione, il ritiro totale delle truppe ha creato disappunto nell’amministrazione Usa che ha varato un pressing diplomatico nei confronti di Palazzo Chigi: prima una serie di incontri tra esponenti del governo e l’ambasciatore americano a Roma Ronald P. Spogli e poi una missione ad hoc di Barbara Stephenson, alto funzionario dell’ufficio pianificazione e ricostruzione del Dipartimento di Stato, che in queste ore a Roma sta incontro gli esponenti dell’esecutivo Prodi. Una presenza civile con una task force di circa trecento militari, per onorare l’accordo sulla partecipazione al Provincial Reconstruction Team (Prt), questa sarebbe la richiesta americana, ma prima D’Alema e poi il ministro della Difesa Arturo Parisi hanno risposto picche e il prossimo incontro del responsabile della Farnesina con l’ambasciatore Usa in Italia non promette nulla di buono. Se la freddezza del Pentagono e di Donald Rumsfeld non sono una novità («si ritirano? per noi non cambia nulla»), la strategia dell’engagement, dell’impegno comune, che conduce la Rice rischia di scontrarsi sul muro delle difficoltà interne dell’Unione. D’Alema e Parisi non ignorano i rischi di un raffreddamento delle relazioni con gli Stati Uniti, ma le pressioni dell’ala sinistra della maggioranza sono tali che la via è obbligata: tutti a casa.
Il problema non è né militare né strategico. Le nostre truppe sono una bazzecola se confrontate ai centotrentamila soldati Usa in Irak, il problema è di affidabilità dell’alleato per il futuro, politico. L’Italia vorrebbe infatti disimpegnarsi militarmente dall’Irak e però contemporaneamente partecipare alla ricostruzione. D’Alema dice che il piano italiano è stato apprezzato dagli iracheni, ma un ritiro non concordato con gli Stati Uniti potrebbe innescare una serie di conseguenze anche per le imprese italiane che guardano all’Irak come un potenziale mercato. In pole position c’è l’Eni, la quarta azienda petrolifera europea infatti non nasconde di voler entrare nel business dell’estrazione del greggio. «Penso che forse potremmo cominciare a guardare alla parte dell’Irak pacificata, nel Nord del Paese» dichiarava qualche giorno fa il numero uno dell’Eni Paolo Scaroni. Il quale aggiungeva: «Il disimpegno militare dell’Italia sta avvenendo bene». Scaroni non a caso citava la questione militare. La storia di tutte guerre infatti ha un «dopo» che si chiama appunto «ricostruzione». Fu così per l’Europa con il piano Marshall dopo la Seconda Guerra Mondiale, è così anche per l’Irak. Ma il problema è che no, il ritiro non sembra piacere per niente agli Stati Uniti. Certo, le concessioni le decide il sovrano governo iracheno, ma la realpolitik impone una domanda: chi sceglierà il premier iracheno Al Maliki tra Bush e Prodi? Il capo del governo dell’Irak si collegherà martedì in videoconferenza con il presidente degli Stati Uniti, non con il Professore.
Il Consiglio di guerra che Bush terrà oggi e domani si occuperà infatti non solo di questioni militari, ma anche di ricostruzione. Sicurezza e rebuilding sono paralleli. In un’intervista alla Cnn il consigliere per la sicurezza nazionale irachena Mowaffak al-Rubaie, ieri spiegava che le truppe straniere a fine anno scenderanno a circa 100 mila unità ed «entro il 2008 la maggior parte saranno tornate a casa». Il generale George Casey ieri da Bagdad faceva sapere che non chiederà un aumento delle truppe, ma su una riduzione si è mostrato molto prudente e negli Stati Uniti c’è una corrente di pensiero che - dopo l’uccisione di Al Zarqawi e la formazione del nuovo governo - pensa invece sia questa l’occasione per sferrare un attacco decisivo ai terroristi. Secondo l’analista militare Frederick W. Kagan è il momento giusto per inviare in Irak altre sette brigate e portare così da 55 mila a circa 77 mila le unità da combattimento. Vista da Washington, l’Italia di fronte a questi problemi è davvero piccola piccola.
Se non sbaglio questo articolo è di Mario Sechi, ed è stato pubblicato sul Giornale
SENSIBILITA' ROSSA
ROMA - Arriva anche in anticipo Oliviero Diliberto. Manca un quarto
d’ora all’apertura della camera ardente quando il segretario dei
Comunisti italiani si presenta - giacca nera, occhiali scuri - davanti
all’ospedale militare del Celio. «Sono d’accordo con il papà del
soldato ucciso: quando andiamo via dall’Iraq?», dice guardando dritto
nella telecamera prima di stringere le mani agli amici di Alessandro
Pibiri arrivati dalla Sardegna e adesso in fila qui, sotto il sole.
Ecco, forse tutto si spiega con questa sicurezza, questa sensazione di
giocare in casa: sardo fra i sardi, pacifista fra i pacifisti. Pronto
a ripetere il suo invito per un ritiro immediato, senza se e senza ma.
E invece quando Diliberto supera quel cancello e sale la scalinata che
porta alla piccola cappella del Celio, ancora chiusa al pubblico,
succede qualcosa che proprio non si aspettava.
La bara è lì davanti all’altare, coperta dal Tricolore, il cappello e
le medaglie sopra il cuscino di velluto nero. «L’ho sempre detto che
non dovevamo andare in guerra...», dice ai familiari. È a questo punto
che il fratello maggiore di Alessandro - Mauro Pibiri, 30 anni, ex
militare - lo interrompe: «Ma cosa sta dicendo? Mio fratello laggiù
era andato per aiutare gli iracheni, non per fare la guerra. Lei cosa
ne sa?», gli urla in faccia.
Cala il gelo. I parenti calmano il ragazzo, il papà della fidanzata di
Alessandro lo prende da parte. Diliberto si avvicina alla bara, si
ferma in silenzio. Poi esce, meno voglia di parlare rispetto a prima.
Dal Corriere della Sera
RECORD!
Con la nomina odierna di tre sottosegretari, i membri del governo diventano 102, stabilendo il record assoluto nella storia della Repubblica, battendo i governi Andreotti e Berlusconi, ritenuti fin'ora imbattibili.
Complimenti al governo Prodi per questo grande risultato.
E' proprio vero: al peggio non c'è mai fine.
MEGLIO TARDI CHE MAI...
Ma Bertinotti non bada a spese.
Gianni Pennacchi per Il Giornale
Un premier e 25 ministri, 72 tra sottosegretari e viceministri... da Palazzo Chigi la moltiplicazione dei pani e dei pesci si fa contagiosa, ora s'allarga a Montecitorio. Che anche Fausto Bertinotti abbia fatto sua la teoria di Romano Prodi, secondo il quale l'aumento di poltrone e strapuntini è finalizzata ad una «organizzazione che affronti in modo efficace i problemi del Paese»? Tant'è che alla macchina camerale stanno per nominare un altro vicesegretario generale, e non è escluso che ciò avvenga già nell'Ufficio di presidenza convocato oggi.
Sarebbe il quinto. Mentre al Senato i vicesegretari sono due, e alla Corte costituzionale c'è soltanto un vice. Al Quirinale poi, con l'avvento di Giorgio Napolitano (e del segretario generale che ha nominato, Donato Marra) è stato abolito il vicario introdotto da Gaetano Gifuni, tornando così alla sobrietà che vuole l'unico vicesegretario del più alto colle occuparsi del bilancio. Si dirà che Montecitorio è il ramo più pesante del potere legislativo, conta 1.900 dipendenti e dunque al segretario generale occorre un numero adeguato di vice. Però ancora nel '97, quando i dipendenti di Montecitorio erano più o meno quelli, 1.872 per l'esattezza, si contavano soltanto tre vicesegretari generali ed un estensore del processo verbale.
La motivazione formale per questa nuova nomina poggerebbe sulla necessità di sostituire Carlo Goracci, senese, emerito e stimato vicesegretario andato in pensione appena a maggio. Goracci è un'istituzione parlamentare, conosciuto e apprezzato da generazioni di deputati, la sua professionalità è così riconosciuta da sollecitarlo a restare a palazzo con un incarico parziale, operativo sebbene gratuito. Comunque, il suo pensionamento poteva fornire l'occasione per rastremare il vertice degli alti incarichi e tornare all'aurea sobrietà dei grand commis. Pare invece che non sia così, anche se non è facilmente comprensibile la necessità e tanto meno l'urgenza di questa nomina. In verità, molti componenti dell'Ufficio di presidenza - lievitato anch'esso in questa legislatura: essendo saliti i deputati segretari da 11 a 16, ora sono in 24 compreso Bertinotti - ancora ieri sera non sapevano nulla di questa storia, tanto meno dell'urgenza di trovare un successore a Goracci. Ed è singolare che per questo nuovo vicesegretario generale non ci sia una rosa di candidati, da sottoporre alla scelta dell'Ufficio di presidenza. Perché anche dovendo farlo a forza e tambur battente, non è che manchino aspiranti meritevoli tra i funzionari camerali. Però la rosa ha un solo petalo, c'è un candidato unico per niente misterioso, pur se poco noto a molti dell'Ufficio di presidenza, prescelto tra i responsabili dei servizi amministrativi. Come se questa nomina dovesse passare in fretta, senza poter attendere l'autunno né un sufficiente rodaggio dell'Uffico che deve decidere, in modo che non ci sia discussione.
Difficile pensare che Bertinotti non ne sappia nulla, e che il progetto sia maturato unicamente nell'ufficio del segretario generale, Ugo Zampetti. Il quale ricopre questo incarico ormai da tre presidenti, Luciano Violante che lo ha nominato, poi Pierferdinando Casini ed ora Bertinotti. Senza dubbio un grand commis. Così conscio e preso dal suo ruolo, che quando entra a palazzo, da qualunque ingresso grande o piccolo che sia, anche se ci sono soltanto due commessi sulla porta, il minimo indispensabile, uno deve scattare a fargli strada e scortarlo, aprire i battenti e chiamar l'ascensore. Insomma, onori dovuti al presidente, per la funzione che esercita, e che grandi segretari generali come Francesco Cosentino, Antonio Maccanico o Donato Marra, mai si sarebbero sognati. Anche perché seppur di Stato, sempre di grand commis si tratta.
Salve, cari amici, simpatizzanti, antipatizzanti e semplici internettiani di passaggio.
E' un pò che non aggiorno direttammente il mio blog. Il motivo è presto detto: la solita salute malferma che fa le bizze con l'approssimarsi dell'Estate, l'incidente stradale di un parente caro che è miracolosamente uscito illeso dall'auto a pezzi, altri problemi personali. Comunque...sono tornato. E scusate il ritardo.
AK
D'Alema: "Colpiti in missione di pace"
«Dolore, solidarietà e vicinanza alle Forze armate italiane, ancora una volta duramente colpite nell' adempimento del loro dovere in una missione di pace». Massimo D’Alema ha descritto con queste parole, fatte divulgare attraverso i canali ufficiali, ciò che ha provato davanti alla notizia dell’esplosione di ieri nel Sud dell’Iraq. Che il ministro degli Esteri abbia definito «missione di pace» l’attività nella quale erano impegnati gli italiani dell’operazione «Antica Babilonia» colpiti dallo scoppio è indicativo della sua volontà di non dare ai militari l’impressione di un’indifferenza nei confronti dei loro sforzi e dei pericoli che corrono. Indipendentemente dal fatto che a mandarli in Iraq sia stato il governo Berlusconi. È un messaggio che il presidente dei Ds ha voluto inviare anche a rischio di attirarsi qualche mugugno tra componenti della maggioranza che sarebbero ricorsi, per la solidarietà, a parole diverse.
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