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mercoledì, 27 dicembre 2006
ARTICOLI RUBATI - 98

E tra i cattolici aumenta la delusione

di Andrea Tornielli

da Roma
Il segretario dei Ds Piero Fassino, nei giorni scorsi aveva lanciato l’allarme, cercando di recuperare. Nell’Unione, dopo le polemiche sui Pacs e le dure reazioni vaticane serpeggia una certa preoccupazione per la perdita di consensi tra l’elettorato cattolico. Non bisogna però credere che il malessere dei cattolici del centrosinistra riguardi soltanto il modo in cui si affrontano i grandi temi etici. Lo dimostrano le parole dei più autorevoli esponenti del cosiddetto «terzo settore», quello del volontariato e delle associazioni, tradizionalmente non ostile ma piuttosto simpatizzante per l’Unione.
Riccardo Bonacina, presidente della società editoriale Vita, fondatore del più diffuso settimanale che si occupa di volontariato, conferma: «Sì, c’è una delusione da parte del mondo delle associazioni. Innanzitutto perché, invece di ottenere di più per il sociale, con il nuovo governo siamo stati costretti a lottare per difendere quanto aveva fatto l’esecutivo precedente. L’allora ministro Tremonti, con la dichiarazione dei redditi 2006, aveva introdotto la nuova possibilità di destinare il cinque per mille del gettito Irpef a sostegno del volontariato, delle Onlus, delle associazioni. Questa norma è stata dimenticata e poi reinserita, dopo le nostre proteste, nella finanziaria, ma con un tetto massimo di spesa: così, a conti fatti, non sarà più il cinque per mille, ma il 2,5 per mille». Per quanto riguarda le politiche sociali, Bonacina aggiunge: «È vero che sono aumentati i fondi per il sociale, ma è anche aumentata la presenza dello Stato come intermediario, dunque si è andati contro quel principio di sussidiarietà che a noi sta a cuore. Alcune scelte, poi, provocano perplessità: si danno deduzioni fiscali per le rette delle palestre per i ragazzi, ma non per le cure domiciliari per gli anziani». Infine, il presidente della società editoriale Vita giudica negativamente anche il modo in cui è stato affrontato il caso Welby: «C’è stato un accanimento mediatico, che ha fatto passare in secondo piano il problema ben più drammatico e diffuso della dignità della vita dei tre milioni di non autosufficienti che vivono nel nostro Paese». In effetti anche l’Auser, l’associazione per il tempo libero e l’animazione degli anziani della Cgil, ha messo il dito sulla piaga, ricordando i problemi reali delle persone non autosufficienti.
«Abbiamo fatto notare al governo – spiega al Giornale Andrea Olivero, delle Acli – che il non mettere al centro dell’interesse il terzo settore è stato un errore e per questo abbiamo chiesto un cambio di rotta. Nei giorni scorsi il vicepremier Francesco Rutelli si è impegnato in questo senso e ha dato la piena disponibilità ad aprire un confronto. Il fatto di aver ottenuto solo un dimezzamento di quel cinque per mille che aveva istituito il precedente governo è significativo di questa mancata attenzione verso il mondo del volontariato. Noi chiediamo di partecipare, di essere coinvolti. Il principio di sussidiarietà non può rimanere una parole vuota, deve essere tradotto in fatti concreti». Anche per quanto riguarda il caso Welby e le grandi questioni etiche, Olivero manifesta perplessità: «Siamo stati i primi a dire che questi temi ci vuole un nuovo codice etico condiviso, ma non si può procedere a colpi di maggioranza o con demagogiche sparate sui giornali. Anche per quanto riguarda i Pacs, non si può affermare che si tratta soltanto di diritti individuali, quando invece si incide sulla concezione stessa della famiglia aprendo una partita ben più gravida di conseguenze. Sarebbe bene che il governo cambiasse passo mettendo in sordina quanti all’interno della sua maggioranza urlano e inscenano provocazioni».
Edo Patriarca, già portavoce del Forum del terzo settore, oggi impegnato dell’associazione Scienza & Vita, spiega: «Oggi si parla tanto di fase due del governo, per liberalizzazioni e produttività, ma c’è il rischio questa cosiddetta fase due riguardi poco la dimensione sociale. Si dimentica che il rilancio del Paese è invece possibile soltanto a partire da quella dimensione. Mancano politiche familiari serie, non legate alla contingenza, ma strutturate e davvero europee. Manca una politica seria sulla natalità. Se non si mette in moto tutto il circuito virtuoso della sussidiarietà, valorizzando il terzo settore, non si può sviluppare davvero il Paese». Per quanto riguarda i temi etici, Patriarca ricorda il capillare lavoro che l’associazione «Scienza & Vita» sta compiendo sul territorio, ignorata dai mezzi di comunicazione: «Le nostre sono battaglie laiche, davvero costituzionali. Perché riguardano i diritti inviolabili della persona: bisogna aiutare tutti a vivere con dignità, non esiste un diritto alla morte, come vogliono farci credere i radicali e alcuni esponenti della sinistra».
Più positivo, invece, il giudizio complessivo di Wilma Mazzocco, portavoce del terzo settore e presidente di Federsolidarietà: «Quella di quest’anno era una finanziaria di rigore, bisogna riconoscere che il governo ha ripristinato il fondo nazionale per le politiche sociali, che era stato notevolmente tagliato dal precedente esecutivo. Ora ci aspettiamo che si riapra il dialogo, che le riforme riguardino anche la sussidiarietà. Sul cinque per mille, invece siamo delusi: abbiamo ribaltato il vecchio slogan “più dài meno versi” in “più versi, meno dài”, perché in effetti sarà così. Avremmo preferito che invece di stabilire un tetto, il governo avesse abbassato l’aliquota dal cinque al tre per mille».
Infine, anche Savino Pezzotta, l’ex segretario della Cisl, oggi presidente della Fondazione Tarantelli, particolarmente impegnato in iniziative di cooperazione e sviluppo per l’Africa, ha criticato la finanziaria del governo Prodi: «Il rischio – ha scritto nel suo blog – è che aumentino di oltre 2 miliardi di euro, cioè dell’11 per cento, le spese belliche, i fondi per le Forze armate e il finanziamento pubblico al comparto militar-industriale».

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PENSIERO SERALE

Riflessione..

Laici e cattolici, si sono indignati perché il Vicariato di Roma non ha concesso le esequie religiose a Piergiorgio Welby. Si possono capire, laici, atei e agnostici, che a digiuno di questioni dottrinali, è lecito discettare senza particolare cognizione di causa, ma le obiezioni dei cattolici non sono giustificabili. Coloro che nei giorni scorsi hanno tentato di dettare il calendario alla Chiesa Romana, dovrebbero, prima di impartire lezioni di teologia alle gerarchie vaticane, dare una ripassata alla dottrina cattolica. Il Magistero afferma che un peccato mortale affinché sia considerato tale, presuppone tre condizioni: materia grave, piena avvertenza e deliberato consenso. Nella fattispecie del caso Welby, tutti gli elementi erano presenti. Materia grave: suicidio; piena avvertenza: Welby era assolutamente conscio e lucido; deliberato consenso: la volontà di morire non era condizionata da alcuno (come qualcuno ha insinuato o giustificato), ma voluta e perseguita con caparbia da sé medesimo. Inoltre, il Magistero aggiunge, che se un peccato mortale non viene umilmente confessato, la Chiesa può solo rimanere a guardare, al massimo pregare, ma assolutamente, non somministrare sacramenti o elargire riconoscimenti religiosi. Chi non ha capito (o più probabilmente, finto di non capire) queste elementari verità, conviene dedicarsi alle materie laiche, in fondo più consone alla concezione laica della vita intesa dallo stesso Welby e dai suoi “amici” radicali. Gli stessi che l’hanno aiutato a partire per l’ignoto, senza la minima menzione a Dio. Coerenza, esige laicità, estremo saluto compreso. Giusto?
Gianni Toffali - Verona (Dagospia)

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pensieroserale

BARZELLETTE ROSSE

Veltroni ha espresso tempo fa il desiderio di trasferirsi in Africa. Pare che da lì gli abbiano risposto "Aspetta! Veniamo noi..."
Aldo Petrocchi (su Dagospia)

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barzelletterosse

domenica, 24 dicembre 2006
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immaginidalmondo

PENSIERO SERALE

BUON NATALE A TUTTI

Dal 1949 il Wall Street Journal in occasione del Natale pubblica ogni anno questo editoriale di Vermont Royster, storico direttore del giornale.

Quando Paolo di Tarso si mise in cammino sulla strada per Damasco tutto il mondo conosciuto viveva in condizione di schiavitù. C’era un solo stato, e questo stato era Roma. C’era un solo padrone, ed era l’imperatore Tiberio. L’ordine regnava ovunque, perché il braccio della legge di Roma arrivava in ogni angolo. Ovunque, nel governo come nella società, c’era una grande stabilità, severamente mantenuta dai centurioni romani. Ma c’era anche qualcos’altro. C’era l’oppressione, per tutti coloro che non godevano del favore di Tiberio. C’erano gli esattori delle tasse, che requisivano grano e cotone per foraggiare e vestire le legioni o per riempire le casse dell’erario, che poi il divino Cesare usava per dimostrare la propria generosità al popolo. C’era l’impresario, che reclutava nuovi gladiatori per gli spettacoli circensi. C’erano sicari che mettevano a tacere chiunque venisse proscritto dall’imperatore. A che altro serviva un uomo se non a servire l’imperatore?
Si perseguitavano tutti coloro che osavano pensare in modo diverso, che sentivano strane voci o che leggevano misteriosi manoscritti. C’era la schiavitù per gli uomini che non erano romani, e disprezzo per chi non aveva un aspetto familiare. E, soprattutto, dominava ovunque il disprezzo della vita umana. Che cos’era, agli occhi dei potenti, un uomo in più o in meno in un mondo densamente popolato?
Poi, improvvisamente, si accese una luce nel mondo: un uomo della Galilea proclamò che bisognava dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Questa voce dalla Galilea, destinata a sconfiggere lo stesso Cesare, offriva un nuovo Regno nel quale ogni uomo poteva camminare a testa alta, senza inginocchiarsi ad altri che al proprio Dio. “Cio che avete fatto anche al più piccolo dei miei fratelli, lo avete fatto anche a me”. E inviò in tutti i più remoti angoli della terra il suo Vangelo che annunciava il Regno dell’Uomo. Così nel mondo si accese una luce e gli uomini che continuavano a vivere nell’oscurità cominciarono ad avere paura, e cercarono di nascondere la luce facendovi calare sopra uno scuro sipario in modo che tutti continuassero a credere che la salvezza stava nelle mani dei capi. Ma, ciononostante, la verità rese l’uomo libero, anche se chi viveva nell’oscurità si oppose e cercò di spegnere quella luce. Ma la voce disse: affrettatevi. Camminate finché c’è la luce, prima che vi colga l’oscurità, perché chi cammina nell’oscurità non sa dove si dirige.
Lungo la strada per Damasco la luce brillava sfavillante. Ma, dopo averla vista, anche Paolo di Tarso fu preso dalla paura. Temeva che altri Cesari e altri profeti potessero un giorno persuadere la gente del fatto che l’uomo non è altro che un loro servitore, e che l’uomo rinunciasse a Dio e alla libertà per un piatto di minestra. In quel caso l’oscurità sarebbe nuovamente scesa sulla terra e ci sarebbe stato un grande falò di tutti i libri; e gli uomini avrebbero pensato soltanto a cosa mangiare e a cosa indossare, dando ascolto esclusivamente ai nuovi Cesari e ai falsi profeti. Allora gli uomini non avrebbero più sollevato in alto gli occhi per vedere una stella nell’oriente del cielo, la luce sarebbe scomparsa e l’oscurità sarebbe scesa su ogni cosa.
E così Paolo, l’apostolo del Figlio dell’Uomo, parlò ai suoi confratelli, i Galati, e pronunciò le parole che gli uomini avrebbero dovuto sempre ricordare, in ogni anno del suo Signore: “Rimanete saldamente ancorati alla libertà che Cristo vi ha donato e non fatevi più imprigionare dalla schiavitù”. (per gentile concessione di MF)

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pensieroserale

venerdì, 22 dicembre 2006
PENSIERO SERALE

L'Eutanasia mi fa pensare ad Hitler. I radicali di oggi mi fanno pensare a dei parassiti politici.

 

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mercoledì, 20 dicembre 2006
NEWS

NON CI FACCIANO LA MORALE   
- di Mario Giordano -


Per essere quelli onesti, non c'è male. Hanno persino costretto alle dimissioni il commissario anticorruzione. Dice che non gli danno i mezzi per lavorare. Con il governo Prodi «una seria politica contro gli illeciti nella pubblica amministrazione è impossibile». Ma non dovevano essere quelli che ci davano lezioni di legalità? E meno male: altrimenti che sarebbe successo? Sarebbero entrati direttamente a Palazzo Chigi vestiti come la Banda Bassotti? Lo diciamo persino un po' delusi. Ci avevano tanto ripetuto che erano moralmente superiori che quasi avevamo finito per crederci.  
 Oddio, pensare che lezioni di moralità potessero arrivare dall'ex presidente dell'Iri (Sme, Alfa...) e dai nipotini del partito finanziato dal Pcus, era un po' come immaginare Cicciolina che dà lezioni di castità. Però, che ci volete fare? Le vie del Signore sono infinite. E loro, quando non erano distratti dalle telefonate sull'Unipol («Abbiamo una banca?»), erano così insistenti sul tema della superiorità etica che pareva brutto non provare a vederli all'opera.
Ecco, li abbiamo visti. E l'abbiamo vista brutta, come disse la famosa vecchietta davanti allo specchio. Il governo è subito partito alla grande: dopo aver promesso in campagna elettorale di ridurre il numero dei ministeri («Guardi qua, dottor Vespa: nel programma c'è scritto così», diceva D'Alema a Porta a Porta), ha dato vita a una distribuzione di poltrone (102) mai vista nella storia della Repubblica. Poi la vicenda dei pizzini al Senato, lo scandalo delle tessere false alla Margherita, l'inchiesta della Calabria con mezza Unione indagata,ntercettazioni in carcere e persino i fiori in memoria di Fortugno pagati alla mafia. Del resto come stupirsi? Il paladino delle regole è il viceministro Visco, già condannato per abuso edilizio. Uno che se la prende con i commercianti che non emettono scontrini fiscali, ma poi li tollera (o non li vede?) nei corridoi del ministero. Il ministro Melandri predica rispetto per gli stranieri e finisce nei guai per una baby sitter clandestina. E il premier Prodi? In campagna elettorale dice: «Chi fa ricche donazioni deve pagare le tasse».   
 Poi dona 870mila euro ai figli e non paga una lira di tasse, sfruttando una legge del governo Berlusconi che poi naturalmente si premura di abrogare. Sicuro: la famiglia è sistemata. Il resto del Paese può beccarsi la stangata.
«All'Italia serve uno scatto morale», pontificava Prodi con un articolo sulla Stampa nel 2003. Ecco: forse serve ancora. Il premier aveva promesso di «allontanare i sospetti di collusione con i grandi centri economici» e poi ha fatto la Sacra Romana Intesa (via San Paolo-Bazoli) e ha tentato il colpo su Telecom.   Aveva promesso di limitare le nomine negli enti e invece le ha moltiplicate. Aveva promesso rigore e serietà e invece ha prodotto colpi di spugna.
Fra l'altro oggi, insieme alle dimissioni del commissario anticorruzione, ne scopriamo un'altra. Il famoso emendamento che ha introdotto la sanatoria per i politici che rubano, infatti, non era un incidente di percorso, come si è voluto far credere, ma un provvedimento studiato e voluto da parlamentari di tutta l'Unione. Pezzi grossi compresi, collaboratori dei ministri,esponenti dei Ds e pure dell'Italia dei Valori. Morale? Non fateci la morale. Almeno quella, per favore. Risparmiatecela. In campagna elettorale Prodi disse che gli elettori di Forza Italia sono quelli che parcheggiano in doppia fila. Forse. Ma allora i politici dell'Unione, come minimo, sono quelli che bucano le gomme e graffiano le carrozzerie.

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BARZELLETTE ROSSE

Strane coincidenze..

Il papa dice di guardarsi dai falsi profeti che "promettono gioie"
Prodi, in campagna elettorale aveva promesso (fra l'ilarità generale), la felicità. Vi ricordate?
Va da se che, oggi come oggi, credo siano davvero pochi gli italiani felici per merito suo.

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martedì, 19 dicembre 2006
ARTICOLI RUBATI - 97

Ex «primula rossa» e irriducibile Br Ovviamente libera   
- di Luca Telese - Il Giornale


Dicono: bisogna «perdonare». Aggiungono: si deve «accettare» il reinserimento di chi ha scontato la pena. Ti spiegano: va data una «seconda possibilità» a chi ha sbagliato, gli ex terroristi non sono sempre e comunque «mostri». Vero, verissimo: ma nella notte della memoria, in cui sempre questo Paese si divide in contrapposizioni ideologiche - fra chi è pro e chi e contro, fra i buoni e i cattivi - troppo spesso calano le tenebre dell'amnesia. Ecco perché ogni tanto è bene tornare ai «fatti».
 Di Barbara Balzerani,nome di battaglia «Sara», nome di latitanza «primula rossa», nom de plume «Compagna Luna» (titolo del suo libro Feltrinelli), per esempio, va ricordato qualcosa di più di quello che solitamente si scrive, nella fredda sintesi dei curricula criminali. E le va chiesto qualcosa di più di quello che solitamente le si domanda. Ovvero: non solo chiedere conto dei suoi dieci anni di lotta armata, ma anche dell'attività e della militanza che dal carcere fece di lei il riferimento per chi continuava la lotta armata anche dopo la dissociazione dei leader più importanti.  
 E chiederle se sappia di essere stata «cattiva maestra» anche dietro le sbarre, di avere sulla coscienza non solo i cadaveri di Aldo Moro e della sua scorta.
Delitto fuori tempo. L'immagine da non dimenticare, per esempio, è quella di una giovane donna in un'Aula di tribunale, il 12 febbraio del 1986. È in corso il processo alla colonna napoletana delle Br. La donna, una delle imputate, prova a leggere un documento. Il presidente della Corte, il dottor Aiello, glielo impedisce. Sequestra il foglio, ne impedisce la diffusione: «Contiene - spiega - rivendicazioni, frasi sovversive e propagandistiche delle Br». Curiosa, la vita. Se non fosse finita in quel modo non sapremmo che cosa c'era scritto, in quel foglio, e oggi sarebbe meglio per la donna. Ma quel giorno la guerrigliera, voleva che si sapesse. Avvicinò i giornalisti che seguivano il processo, dettò loro alcune frasi asciutte e feroci: «Rivendico l'omicidio di Conti, noto costruttore e trafficante di armi». Lando Conti, malgrado le deformazioni paranoiche del brigatese,era il sindaco repubblicano di Firenze. Lo uccisero altri, ma la Balzerani ci mise così la sua firma. Aveva voluto dire ai ragazzi che fuori dal carcere ancora sparano nelle strade: sono con voi, la guerra non è finita.
Il Contesto. Ecco, direbbe Leonardo Sciascia. Non si possono giudicare i fatti fuori dal loro contesto. Si poteva, in quel tempo, essere ex terroristi in carcere e dissociarsi dalla lotta armata? Non è un giudizio scritto con il senno di poi, questo? In realtà si poteva,perché qualcuno lo aveva già fatto. Lo avevano fatto, per esempio, tutti i dirigenti storici di Prima Linea, a partire dal 1984. E questo percorso sofferto lo ha raccontato bene il loro leader Sergio Segio (Una vita in prima Linea, Rizzoli, 2006), con una ricostruzione dettagliata di quanto costarono quegli strappi, di quanto feroce fosse la polemica degli «irriducibili» alla Balzerani, non solo contro i «pentiti» che denunciavano gli ex compagni, ma anche contro i «dissociati» che senza fare nomi, prendevano le distanze dalla lotta armata. Nel 1987, anche i due massimi leader storici delle Brigate Rosse - Renato Curcio e Mario Moretti - dichiarano conclusa l'esperienza delle Br. Ma fuori dalle carceri qualcuno continua ad uccidere. Nel 1985 il piombo aveva abbattuto il professor Ezio Tarantelli; nel febbraio del 1986 Lando Conti; nel marzo del 1987, il generale Licio Giorgieri. Alla fine del 1987 anche altri otto brigatisti del nucleo storico - Prospero Gallinari, Bruno Seghetti, Francesco Piccioni a Pasquale Abbatangelo, Maurizio Locusta, Paolo Cassetta, Francesco Lo Bianco e Remo Pancelli - ammettono la sconfitta. In un documento che «gli otto» scrivono nel carcere di Rebibbia si prende atto della fine di ogni struttura organizzata.
Non è mai troppo tardi. Ma qualche giapponese lottava ancora. La Balzerani - sempre dal carcere - riesce ancora ad approvare ancora l'assalto delle Br ad un furgone postale, con l'uccisione di due poliziotti. E nell'aprile del 1988 cade sotto il fuoco delle formazioni brigatiste Roberto Ruffili, consigliere politico di Ciriaco De Mita. Quale gruppo lo ha falciato? Quello che nel grande «big bang» della stella a cinque punte ha assunto la denominazione «Brigate Rosse-partito comunista combattente», «I ragazzi della Balzerani». Sul dilemma della lotta armata, per quanto oggi sembri incredibile, c'è battaglia politica tra gli ex Br. E quando il 5 aprile del 1987 Renato Curcio, Mario Moretti, Piero Bortolazzi e Maurizio Iannelli scrivono su Il manifesto, «Oltrepassare (la lotta armata, ndr) significa prendere atto dell'irripetibiltà dell'esperienza compiuta»,a Balzerani attacca i firmatari dell'articolo rivendicando la continuità della lotta: «Non siamo qui a presentare i bilanci di un'esperienza conclusa, né a perpetuare i termini di un'autocritica che finisce inevitabilmente per sconfinare nel liquidazionismo e nel pacifismo». E per dare dei pacifisti (considerandolo ovviamente un efferato insulto) a Moretti e Curcio, ce ne voleva!
Le domande delle vittime. Anche la faticosa lettura di queste dispute babilonesi, dà il senso dell'ambiguità di un percorso poco chiaro.  
 Per alcuni ex Br la lotta armata veniva «oltrepassata», come si salta un ostacolo in un ippodromo. Per altri - parla ancora la Balzerani - «La lotta armata è stata resa possibile dalle condizioni oggettive e soggettive collegate alla situazione socio-politica degli anni Settanta. Oggi quelle condizioni sono mutate». Mutate? Mutate vuol dire che non c'è neanche riconoscimento dell'errore. Semplicemente, così: ieri si sparava, oggi non più. Un'idea che la «primula rossa» ha ripetuto - sempre in polemica con Sergio Segio, che aveva compiuto strappi più radicali - persino nel 2003: «Oggi non c'è più spazio per la lotta armata. Non era così negli anni Settanta. Se ne parlava ovunque». Ecco perché quando la vedova del maresciallo Leonardi (morto per difendere Moro mentre la Balzerani faceva la staffetta) dice che si sente «pugnalata al cuore», quando i parenti delle altre vittime dicono altrettanto di fronte alle richieste di scarcerazione, noi non pensiamo che si tratti di «emotività», o spirito di «vendetta».Perdonare si può, certo: ma solo dopo chiare parole di pentimento. Che noi, dalla Balzerani, nonostante libri e interviste, non abbiamo ancora sentito.

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sabato, 16 dicembre 2006
PENSIERO SUBLIME - 69

(…) Uno comunica male perché non ha delle cose buone da comunicare. E se uno comunica bene e le cose sono pessime, noi saremmo abbastanza preoccupati. O mi sbaglio? Certamente Prodi comunica male e ho l’impressione che lo faccia deliberatamente perché pensa di essere genuino, ma sbaglia. La comunicazione è un riflesso del fatto che il messaggio non è brillante».

Gianfranco Pasquino

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giovedì, 14 dicembre 2006
NEWS

Aumenta pure il canone Rai. 5 euro. Bastardi!

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news

PRODI SCONOSCIUTO - 1

Un giorno sarà fatta piena chiarezza sul passato poco pulito di Prodi. Per ora accontentiamoci di queste note interessanti. L'idea è quella di fare una vera e propria rubrica dove mettere tutti gli articoli e tutte le notizie che saranno utili a farci conoscere le doti nascoste del premier medium.

Prodi e Mosca

Penso che il presidente del Consiglio debba parlare a lungo con i suoi avvocati, e misurare i termini, prima di procedere all'annunciata querela contro Paolo Guzzanti per la vicenda dei contatti con il Kgb. Quantomeno curiosa, infatti, è l'esistenza a Mosca di un ufficio di Nomisma, l'agenzia di consulenza di Prodi che, come tutte le società straniere, non avrebbe potuto muovere un passo senza la stretta sorveglianza, e forse le buone relazioni, con il servizio segreto sovietico. Questa è una delle cose (non la sola) deducibili dalle numerose carte riferite a Prodi tra le tante rinvenute negli uffici di Bettino Craxi, e ora catalogate e archiviate presso la Fondazione intitolata al suo nome.
Leggo in una nota intestata a Prodi e De Benedetti che «entrambi avevano grandi interessi nell'Urss. De Benedetti ha curato il servizio di informatizzazione di Novosti, considerata agenzia del Kgb. Sempre De Benedetti ha fornito materiale strategico all'industria bellica sovietica, sollevando le proteste e le denunce della Nato e del suo organo tecnico per i materiali strategici Cocom. (...) Come consulente del Cremlino, la società di Prodi aveva il suo recapito a Mosca, presso una struttura ministeriale sovietica».
Nomisma, a giudicare da quanto è dato leggere, sembrerebbe fungere da apripista e consulente per gli affari di De Benedetti in Urss. C'è un documento che specifica questi affari.
Scheda De Benedetti in Urss: «De Benedetti, Breznev, Andropov, Cernenko: fine anni Settanta primi Ottanta, grossa commessa per la fornitura di computer alla Novosti. Dire Novosti è come dire Kgb, tant'è che nell'intera struttura, sia interna che esterna, il vice di ciascuna sezione è sempre un ufficiale della Lubjanka. L'Olivetti era allora considerata particolarmente amica dell'Unione Sovietica, secondo la testimonianza del generale del Kgb Oleg Kalughin (...) A parte l'informatizzazione della Novosti, quindi della Tass e dell'Aeroflot, vi è la vicenda della fabbrica Elektronmash di Leningrado (1982-1985), per la produzione di microchips. L'Olivetti provvide a costruire l'azienda sovietica Elektronmash, aggirando le severe norme del Comitato Nato, che vietavano la vendita all'Urss di tecnologia avanzata. L'Elektronmash, forse per inadempienze contrattuali della Olivetti, non poté mai entrare in funzione e De Benedetti ne ricavò un buco di circa 200 milioni di dollari mai recuperati (...) La Nato per la violazione delle norme Cocom sulle tecnologie avanzate chiamò in causa l'Olivetti. La vertenza fu chiusa con gli americani per un intervento del governo Andreotti».
È singolare che la prima iniziativa sia stata proprio l'informatizzazione di Novosti, l'agenzia del Kgb che dettava la linea ai due principali quotidiani sovietici, la Pravda (verità) e Izvestia (notizie), donde il detto popolare che la verità non ha notizie e le notizie non hanno verità. Il documento citato lascia anche adito al dubbio e potrebbe far pensare che il «regalo» (o quasi) della Sme promessa a De Benedetti dal Prodi Presidente dell'Iri fosse un modo di ripagare il fallimento dell'operazione Elektronmash.
Il tutto sembrerebbe confermato da uno «strano» atteggiamento di Prodi: la posizione assunta in occasione del golpe che nell'agosto '91 rovesciò Gorbaciov. Prodi ebbe un atteggiamento di favore verso i golpisti, preso in splendido isolamento perché nell'occasione anche il Pds firmò, assieme al Psi, un documento di condanna. Nel documento che segue «Ricordo di un golpe», Craxi afferma: alla lettera “P”, e al nome Prodi, mi è capitato tra le mani un ritaglio del Corriere della Sera proprio del 20 agosto 1991. Sembra incredibile, ma uno dei primi ad accettare il colpo di Stato in Urss del 19 agosto, senza un minimo di indignazione e di emozione non fu il Pds, che in quella occasione propose e ottenne dal Psi di fare un comunicato congiunto di protesta e di allarme, ma invece Romano Prodi. Prodi, consigliere di Soros (il finanziere americano che in poche settimane guadagnò 450 miliardi partecipando all'attacco speculativo contro la lira), che al tempo di Gorbaciov pare fosse anche consulente di enti di Stato sovietici. In ogni caso, Prodi aveva eccellenti rapporti anche con gli uomini che avevano organizzato il golpe.
Uno di questi era appunto Valentin Pavlov, in quel momento primo ministro del governo sovietico, membro del «Comitato» che rovesciò Gorbaciov. Sul Corriere di quel giorno, mentre a Mosca era in corso il golpe, si poté leggere, non senza sorpresa, questa illuminante dichiarazione di Romano Prodi: «Conosco bene Pavlov (...) direi che per certi versi quello che ha fatto in queste ore è una scelta coerente. Mi aspetto entro pochi giorni passi decisivi per quanto riguarda la gestione dell'economia».
Sembra una presa in giro, anzi lo era. Ma come, a Mosca c'erano i carri armati dei golpisti per le strade e attorno al parlamento, i golpisti avevano decretato per sei mesi lo stato d'emergenza, e Prodi, dopo avere sottolineato la «coerenza» di questi ultimi, si augurava che «entro pochi giorni» potessero essere compiuti «passi decisivi per la gestione dell'economia». A colpi di cannone.
Chi si fosse affidato per avventura alle sue parole, avrebbe dovuto ritenere che a Mosca non stesse accadendo assolutamente nulla di importante. Anzi Prodi, che «conosce bene Pavlov» (che verrà poi arrestato, e successivamente graziato dal parlamento, entrato per questo in conflitto con la presidenza) si ingegnò anche a tranquillizzare l'opinione pubblica italiana, con una dichiarazione piuttosto esplicita. Prodi informò gli italiani che non c'era assolutamente ragione di preoccuparsi perché in Urss la vita scorreva regolarmente: «Il telex che abbiamo avuto stamattina dal nostro istituto (la Nomisma di Mosca, ndr) parla chiaro. L'anno accademico, la cui inaugurazione era prevista proprio per oggi, è regolarmente iniziato». In sostanza, significava questo: non esageriamo con questa storia del golpe, a Mosca la vita continua a scorrere regolarmente.
Furbizia di un uomo d'affari che non sa da quale parte tirerà il vento, o dichiarazioni obbligate da vincoli con gli uomini del golpe, oppure cosa? Sta di fatto che le dichiarazioni di Prodi non si fermano qui. Sempre sul Corriere, Prodi prosegue con una fallace profezia: «Non mi pare il caso di aspettarsi una sollevazione popolare a favore di Gorbaciov (...) e secondo i nostri analisti nemmeno Boris Eltsin, che è assai più popolare, dispone di una rete capace di promuovere una sollevazione». Ma chi erano gli sballati analisti di Prodi?
Se l'analista era lui, sarebbe giusto sapere per chi lavorava; non vorrei che l'analisi fosse stata il frutto di un'altra seduta spiritica.
il Giornale, 13 dic 2006 - Stefania Craxi

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prodisconosciuto

PENSIERO SERALE

7 italiani su 10 non si fidano di questo Governo (fonte Rep)
Prodi è ai minimi storici di gradimento che mai abbia raggiunto un premier italiano.
E lui risponde come uno stupido imbambolato. I suoi alleati ormai sono arrivati alla fase del rigetto.
Maxi emendamento mostruoso.
Andreotti che chiede l'esercizio provvisorio.
I fischi che sono diventati la vera e propria colonna sonora di questa maggioranza. Tutto questo in pochi mesi.

Ad essere tifosi e basta, ci sarebbe solo da gioire.
Ma a me questa situazione fa semplicemente pena...Erano questi i governanti seri, trasparenti e coerenti? Che schifo.

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pensieroserale

mercoledì, 13 dicembre 2006
POLITICALLY SCORRECT - 82

Precaria follia   
Appesantire la pubblica amministrazione non è solo demagogico, è pericoloso

L’emendamento alla legge finanziaria con cui vengono assunti ottomila precari nel 2007, con una copertura finanziaria più o meno fittizia, è un atto di irresponsabilità, che apre un buco nel bilancio, al momento piccolo ma destinato a diventare una voragine per il transito di una fiumana di costi senza benefici della pubblica amministrazione. Si tratta del primo passo di una legge che sancisce il principio della assunzione indiscriminata di tutti i precari dello stato, circa mezzo milione. Questa operazione demagogica di sperpero è l’episodio finale di una legge finanziaria da 34 miliardi, che, invece, voleva chiamare a raccolta i contribuenti col trinomio equità, rigore e sviluppo. La nuova norma su cui dovranno votare la fiducia tutti coloro che sostengono questa maggioranza – compresi gli eventuali senatori a vita – è una doppia follia economica e finanziaria. Infatti i dipendenti delle pubbliche amministrazioni sono tre milioni e mezzo. Se i precari fossero tutti assunti si rischierebbe un incremento del personale di circa il 15 per cento, in alcuni comparti fino al 25 per cento. Il costo futuro che così si ipoteca è ingente, inverte la tendenza di due principi – flessibilità e snellimento – con cui si dovrebbe cercare di modernizzare la pubblica amministrazione, concependola con criteri aziendali. La stabilizzazione dei contratti a tempo renderà anche più difficile concedere aumenti ai dipendenti pubblici legati alla loro produttività. Ci sono prese di posizione molto allarmanti da parte di uomini del governo. Per il sottosegretario Alfonso Gianni di Rifondazione comunista, la prima ragione per assegnare un posto fisso a cinquecentomila precari del pubblico impiego, è il valore simbolico di smentita alla legge Biagi. L’emendamento sarebbe un precedente per poter affossare la flessibilità del lavoro nelle imprese. A parte l’odio ideologico, questo si chiama scherzare con il fuoco: i contratti privati atipici della legge Biagi sono quattro milioni. L’economia italiana sarebbe sconvolta dalla loro eliminazione. Invece che cercare di migliorare lo stato, trasformandone la macchina burocratica sul modello di efficienza delle imprese si aspira a burocratizzare il mercato.

Dal Foglio di oggi

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politicallyscorrect

martedì, 12 dicembre 2006
PENSIERO SERALE

Non capisco. Non capisco perchè si debba gioire della morte di Pinochet e piangere per quella, immimente, di Castro.
Non capisco perchè l'ideologia porti a vedere il sangue sparso dagli uni, diverso da quello sparso dagli altri.
Non capisco ne comprendo perchè ci sia gente che ancora oggi inneggia e mitizza Stalin e Mao.
Se ad attenuare le colpe di Pinochet non basta, come è giusto che sia, il fatto che abbia preso il potere in un paese devastato dalle ideologie comuniste e che lo abbia abbandonato 17 anni dopo...perchè, mi chiedo, si dovrebbero attenuare le colpe di Castro, da oltre 40 anni al potere, che ha massacrato e ucciso quanto e più di Pinochet, che ha soppresso ogni tipo di libertà, che ha messo in ginocchio il suo Paese, dove si vendono pure le ragazzine, che ha inventato la successione dinastica al marxismo?
Il vero, perverso miracolo del comunismo è stato quello di trasformare i peggiori dittatori della storia in icone del "male necessario" da giustificare, dell'esperimento fallito ma dell'idena buona. Quante panzane ed ipocrisia..
Per fortuna, l'inferno è democratico: aspetta tutti i dittatori, rossi e neri. Con buona pace dei piccoli uomini che inneggiano alla dittatura castrista, come Diliberto, vergogna della grande madre Sardegna.
Coraggio dittatore Fidel, ora tocca a te.

AK

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pensieroserale

domenica, 10 dicembre 2006
ARTICOLI RUBATI - 96

L'Esecutivo annuncia che a gennaio sarà pronto un ddl sulle coppie di fatto
Natale del 2006:  sradicare la famiglia
è la priorità della politica italiana

Quindici giorni a Natale. E c'è chi fa altri conti, pensa ad altre scadenze. Si parla del primo mese del prossimo anno come il traguardo per una battaglia senza senso. Una battaglia combattuta purtroppo anche da chi farebbe meglio a meditare, magari di fronte alla rappresentazione della Natività. Dunque a gennaio, almeno con il buon gusto, a questo punto fortuito, di aspettare che passino serenamente le festività natalizie, si affronterà, ha detto il Governo, la questione delle unioni di fatto. Neanche il buon gusto invece ha frenato quelli che, durante l'atto di omaggio del Santo Padre in occasione della ricorrenza dell'Immacolata Concezione, hanno voluto chiarire a tutti, con il loro spregevole volantinaggio, quale è la matrice ideologica che è dietro a certi progetti. Questo è il concetto di rispetto, di libertà, di progresso civile che questa gente ha di fronte a manifestazioni esclusivamente religiose.
Con l'annuncio dell'impegno del Governo a produrre un disegno di legge sulle unioni civili si è ribadito nuovamente il carattere ipocrita di queste iniziative che mirano esclusivamente ad accreditare una forma alternativa di famiglia. Si continua a dire che a gennaio si parlerà di "diritti individuali" e che la famiglia rimarrà una sola, quella tradizionale, che nessuno vuole mettere in pericolo. Si tratta di menzogne.
Non ha senso parlare di diritti individuali di persone alle quali è riconosciuto uno stato di "coppia" e ancora di più di diritti che hanno uno spiccato carattere pubblico, come quelli relativi ai temi previdenziali ed assistenziali. La constatazione è talmente immediata da far pensare che chi esprime certe giustificazioni abbia oltre ad assai poco rispetto per la famiglia, anche un certo disprezzo per l'intelligenza degli uditori.
Quali che siano le norme da inserire in quel disegno di legge è chiaro che il tutto andrà fatalmente a costituire una legislazione parallela a quella del diritto di famiglia, il quale diventerebbe, come lo stesso matrimonio, un istituto relativo. Chi difende le coppie di fatto, eterosessuali od omosessuali, spesso afferma anche che riconoscere queste unioni non arreca alcun danno alla famiglia. Anche questa è una, non sappiamo quanto inconsapevole, menzogna. La famiglia eterosessuale, fondata sul matrimonio, diventa inesorabilmente un fenomeno relativo:  uno dei diversi fenomeni sociali, una delle diverse forme di accoppiamento. Il passo verso la completa equiparazioni dei diritti tra coppie di fatto e coppie sposate è brevissimo. Avrebbe fra l'altro qualche chance di essere resa obbligatoria dalla stessa Costituzione. Di doveri all'interno delle coppie di fatto, poi, si parla ben poco. Si vuole dare un riconoscimento pubblico ad uno stato del tutto temporaneo e immediatamente revocabile in forma privata.
Insomma, le ipocrisie e le contraddizioni sono evidenti. Al momento, passando agli schieramenti politici, il centrosinistra mostra soddisfazione per l'impegno assunto dall'Esecutivo. Nel centrodestra, qualcuno dice "no" ai pacs, parola quest'ultima temporaneamente bandita dalle espressioni dei politici, ma altri spiegano come "le coppie omosessuali debbano essere messe nelle condizioni di scegliere la natura giuridica del loro rapporto". Intanto si sta già lavorando sul disegno di legge:  il ministro per le Pari opportunità Barbara Pollastrini ha fatto sapere che "nei prossimi giorni ultimerà il lavoro per presentare una prima bozza della legge". È già al lavoro anche il ministro per la Famiglia Rosy Bindi che, vista la materia, è convinta della necessità di "raccogliere consensi e convergenze più ampi". Il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero ha spiegato quali devono essere i riferimenti del provvedimento:  "L'equiparazione dei diritti delle persone che compongono la coppia di fatto con quelli di una coppia regolare" è per l'esponente di Rifondazione comunista, il punto essenziale. Ecco, appunto. L'ennesima conferma che certe dichiarazioni rassicuranti sono solo un paravento.

Osservatore Romano

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articolirubati, sinistrebestialita

PENSIERO SERALE

Cavolo..Caruso si è già stancato dei Cpt. Peccato!

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pensieroserale

BARZELLETTE ROSSE

Romani delirium Prodens Prodi è stato duramente contestato al Motor Show. Pare che numerosi giovani gli abbiano urlato contro "Buffone" (o forse era puffone...). La replica del premier medium: "Ma questi sono tutti matti!"

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barzelletterosse

giovedì, 07 dicembre 2006
ARTICOLI RUBATI - 95

ABUSIVISTA E PURE BUGIARDO

L’exploit fiscale non è di Visco   
L’imbroglio propagandistico del gettito record che dà 37 miliardi in più

Il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco si attribuisce buona parte del merito del fatto che le entrate erariali quest’anno si accrescono di 27 miliardi di euro, due punti di pil con un incremento del 7,5 per cento, circa il doppio della dinamica del 2006 al lordo dell’inflazione. La tendenza era già emersa nei primi sette mesi dell’anno, in cui tutti i dati si riferivano alla precedente gestione. Solo se l’andamento degli ultimi mesi fosse stato superiore a quello dei primi sette mesi Visco avrebbe potuto attribuirsi un qualche merito di ciò. Ma così non è, e la pretesa di Visco è completamente fuori luogo. Le ragioni del boom delle entrate risiedono in parte nel miglioramento della congiuntura economica, e in parte nel cosiddetto “effetto Laffer” (il gettito sale quando la pressione fiscale diminuisce), che secondo gli studi più accreditati tende a presentarsi con uno sfasamento temporale. Va anche osservato che, alla luce di questi incrementi di entrate, gli allarmismi sullo stato della nostra finanza pubblica, con cui è stata giustificata la maximanovra finanziaria erano del tutto ingiustificati. Resta da domandarsi se si è trattato di ignoranza o mala fede. Lo stesso quesito ora si pone sull’emendamento alla Finanziaria per cui nel 2008 i proventi della lotta all’evasione sarebbero elargiti ai non abbienti sotto forma di sovvenzioni e ai contribuenti sotto forma di alleviamenti di pressione. Ma nessuno è in grado di sapere quanto nuovo gettito provenga dalla dinamica endogena delle entrate e quanto dalla cosiddetta lotta all’evasione.

Dal Foglio

Postato da: antiKomunista alle 23:09 | link | commenti (3) |
articolirubati

martedì, 05 dicembre 2006
PENSIERO SERALE

Sarò banale, mi ripeterò, ma dove sono finiti quei meravigliosi e jettatori manifesti dei Ds in cui ci chiedevano se arrivavamo a fine mese? Li cerco disperatamente. Mi servono....

Postato da: antiKomunista alle 20:30 | link | commenti (19) |
pensieroserale

BARZELLETTE ROSSE

Mentre arrivano altri scioperi ed altri stravolgimenti per la finanziaria che ci farà diventare tutti uguali (tutti più poveri), il Governo annuncia: con la lotta all'evasione, meno tasse. Dunque: mai.

 

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barzelletterosse

sabato, 02 dicembre 2006
IMMAGINI DAL MONDO

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immaginidalmondo

CRONACHE CAPITOLINE - SPECIALE

Ore 18.20

Pare che siamo due milioni di persone in piazza!

Postato da: antiKomunista alle 18:20 | link | commenti (11) |
comunicazionediservizio, cronache capitoline

CRONACHE CAPITOLINE - SPECIALE

18.15

Parla Bossi

Tfr per Prodi vuol dire TI frego i redditi!

Postato da: antiKomunista alle 18:16 | link | commenti (3) |
cronache capitoline

CRONACHE CAPITOLINE - SPECIALE

Ore 18.10

Vedo tante bandiere sventolare. Il solo rosso è quello della nostra bandiera nazionale. Vedo la bandiera americana e quella di Israele. Nessuno brucia vessilli ne fantocci qui. Nessuno sputa odio.

Postato da: antiKomunista alle 18:10 | link | commenti (3) |

CRONACHE CAPITOLINE - SPECIALE

18.04

"Qui c'è l'Italia che rispetta la legge, che non ama i teppisti"

Postato da: antiKomunista alle 18:07 | link | commenti (1) |

CRONACHE CAPITOLINE - SPECIALE

Ore 18

"In tutto il mondo quelle bandiere rosse sono rosse per ciò che hanno dovuto subire i popoli sottoposti al cosidetto socialismo reale"

Postato da: antiKomunista alle 18:01 | link | commenti |

CRONACHE CAPITOLINE - SPECIALE

Ore 17.52

Fini stratosferico...

Postato da: antiKomunista alle 17:52 | link | commenti (1) |

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Attenzione: blog moralmente e antropologicamente inferiore

Per l'Occidente