Antikomunista

"PERCHE' IL COMUNISMO E' IL CANCRO DELL'UMANITA'"

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martedì, 29 maggio 2007
BARZELLETTE ROSSE

PRODI? SE C’È, STA DORMENDO…
Augusto Minzolini per “La Stampa” - Alla vigilia del voto, un personaggio che ha ricoperto incarichi di governo di primissimo piano negli anni ruggenti dell’Ulivo ha fatto il giro delle sette chiese per sfogare il proprio malumore sul governo e su Romano Prodi. Ha bussato alla porta del vicepremier, Francesco Rutelli, e si è sentito rispondere: «Hai ragione ma non c’è un presidente del Consiglio». Si è lamentato con l’altro vicepremier, Massimo D’Alema, e ha ricevuto la stessa risposta, anche nelle parole. L’unica differenza era nel condimento, l’arcinota «salsa al sarcasmo» di «baffino»: «Hai ragione - lo ha confortato l’inquilino della Farnesina - ma non c’è un premier. A volte quando gli parlo non sai se è sveglio o se sonnecchia»

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barzelletterosse

domenica, 27 maggio 2007
NEWS

Tutta la mia solidarietà ai deputati radicali e all'onorevole Luxuria per quanto accaduto a Mosca.

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news

sabato, 26 maggio 2007
NEWS

O're della Monnezza

È il caso di dire che Antonio Bassolino non conosce la vergogna. E con lui quanti, intervistandolo, gli lasciano dire che sulla tragedia dei rifiuti che stanno soffocando Napoli e la Campania lui non ha alcuna responsabilità. Anzi, la responsabilità è tutta dell’opposizione, dei sindaci e dei parlamentari di ogni schieramento. Ma di cosa parla? Bassolino è diventato sindaco di Napoli nel 1993. In quell’epoca non c’era alcuna emergenza, neanche allo stadio iniziale. Il tema dello smaltimento dei rifiuti solidi urbani solo allora stava iniziando a porre a tutti i comuni d’Italia nuove sfide e nuovi orizzonti.
In quattordici anni quel tema per Napoli e la Campania è diventato un disastro ambientale, molto più grave di Cernobil e di ogni altro fenomeno di inquinamento avvenuto in terra d’Africa. Il tutto nel silenzio complice di un ministro dell’Ambiente come Pecoraro Scanio la cui inadeguatezza è un’aggravante drammatica. E nel disastro ambientale sono cresciuti la malavita e il peggiore clientelismo di massa.
In tutti gli anni Novanta Bassolino ha avuto un potere politico che andava ben oltre il potere amministrativo di un sindaco. Era per la stampa facilona ed afflitta da servo encomio l’uomo del rinascimento napoletano. Un fenomeno virtuale mai esistito se non nella «patinata» pedonalizzazione di piazza del Plebiscito nella quale Bassolino chiamava tutti per feste di piazza con musica, balli e canti secondo le migliori tradizioni borboniche (i Borboni comunque fecero qualcosa per Napoli). Per chi non lo ricordasse Bassolino nel ’98 oltre ad essere «il sindaco che tutta Italia ci invidiava» divenne anche ministro del Lavoro nel governo D’Alema. La sua parola era quasi un ordine. Per il Comune, per la Regione, per i sindacati, per la borghesia professionale, per una parte del mondo culturale napoletano (quella migliore taceva inorridita) e finanche per uno sparuto gruppetto di procuratori della Repubblica. Nel 2000 senza chiedere l’assenso ai suoi alleati di governo si prese letteralmente la candidatura a presidente della Regione. Una volta eletto fu depositario di poteri straordinari per molti settori tra cui, innanzitutto, lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani. Da presidente della giunta regionale continuava a governare anche il Comune di Napoli attraverso Rosetta Iervolino da lui stesso imposta come sindaco ad una Margherita riottosa, balbettante e sempre più impotente. Ecco l’uomo senza responsabilità. Quando nel 1973 giunse a Napoli portato da un turista il vibrione del colera, il Corriere della Sera fece una campagna di stampa in prima pagina contro Antonio Gava, all’epoca uomo forte della Dc e della politica napoletana. Fu un’esagerazione, anche se sulle spalle della politica è giusto sempre porre l’onere del bene e del male di una comunità, anche al di fuori della contingenza come quella, per l’appunto, dello sbarco «del vibrione del colera». Leggete i grandi quotidiani di queste settimane. Quando proprio non ce la fanno a non citare Bassolino per il disastro delle tonnellate di spazzatura lasciate nelle strade di Napoli e della sua provincia, l’annegano nel mare di altre presunte responsabilità. Spiace dirlo, ma anche questa è una complicità che grida vendetta. Per ben due volte, negli ultimi sei mesi, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato in maniera angosciata dei giorni più bui di Napoli e ha gettato l’allarme per un disastro ormai non più sostenibile. Per ben due volte il governo è intervenuto prima commissariando la Regione con una task-force a Palazzo Chigi per la sicurezza e lo sviluppo, e poi mandando il capo della Protezione civile Bertolaso in Campania con la forza di un decreto legge, mentre Bassolino sembra occupato innanzitutto a collezionare quadri di opere d’arte moderna.
Cos’altro mai deve accadere perché senta il dovere di dimettersi liberando, così, il campo da tragiche incapacità e da oggettive terribili collusioni? Ed invece arriva il premio di Fassino che lo nomina nel Comitato esecutivo del nuovo Partito democratico. Chi parla della crisi della politica come alcuni opinionisti di grido non si accorge, o forse non vuole vedere, che Bassolino, insieme all’ineffabile ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, ne sono la più drammatica testimonianza.
Geronimo (Il Giornale)

Postato da: antiKomunista alle 16:33 | link | commenti (4) |
news

venerdì, 25 maggio 2007
PENSIERO TARDOPOMERIDIANO

Cavare gli occhi, tagliare gli arti, frustare...

bucare le mani con un trapano, trascinare una persona legata al bagagliaio della macchina, bruciare la pelle con la fiamma ossidrica, appendere il malcapitato al soffitto, il ferro da stiro rovente sul corpo.
Roba da Tarantino e tarantolati pulp-horror. Invece queste sono solo alcune delle tecniche di tortura dei fondamentalisti islamici legati ad Al Qaida (ma somigliano molto anche a quelle della polizia segreta di Saddam), descritte con maniacale dettaglio in alcuni disegni che le forze americane in Iraq hanno sequestrato durante alcuni pattugliamenti e arresti di terroristi.
Le immagini, declassificate dal Pentagono e pubblicate dal sito “Smoking Gun”, sono “impreziosite” da foto di rudimentali arnesi utilizzati per torturare ostaggi (cacciavite, martelli, pinze, fiamme ossidriche, ganci da macelleria, ecc…) e riprese delle condizioni fisiche di alcuni iracheni rapiti e salvati dai marines prima che fosse troppo tardi.
Nelle foto sono visibilissime le frustate, i lividi e le bruciature. E la stanza dove le torture avevano luogo. È lì che il 24 aprile i soldati hanno trovato un uomo in catene che pendeva dal soffitto, rapito mentre si trovava al lavoro e, a quanto pare, picchiato con catene, cavi e tubi…(Da Dagospia)

P.S.: prevedibile il commento dei pacifondai trinariciuti: è tutta una montature degli imperialisti americani e della Cia, etc etc..

Postato da: antiKomunista alle 17:06 | link | commenti (57) |
pensierotardopomeridiano

NEWS

CHE SCHIFO - 3

Sibila. La voce baritonale di Vincenzo Visco si trasforma in una lama tagliente. A fatica il viceministro dell’Economia argina la rabbia contro il comandante generale della Guardia di finanza Roberto Speciale, dall’altra parte del telefono. Quello Speciale reo di aver più volte disobbedito agli ordini di mandare via i comandanti di Milano, ordini ripetuti e impartiti dal «super generale» Visco. È il 17 luglio del 2006, passate da poco le 9.26. E il viceministro non ci vede più. Accuse e minacce. Senza sapere che la conversazione telefonica avviene di fronte a ben due testimoni, ufficiali di prestigio delle Fiamme gialle, che osservano, sentono, assistono. Visco non si ferma. Accusa esplicitamente Speciale «di non aver rispettato alcuna regola deontologica non avendo dato esecuzione istantenea (sic!) a quanto ordinato». Ovvero rimuovere tutti a Milano ad eccezione del comandante interregionale.
Ancora, impone a Speciale di riunirsi «subito con i generali Pappa e Favaro per dare a quegli ordini esecuzione immediata e di concordare con loro una risposta da dare alla Procura di Milano». Infine la (velata) minaccia: «Se non avessi ottemperato - parole di Speciale - a queste direttive mi disse che erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro». Bisognava obbedire alle disposizioni, anche se andavano contro i regolamenti?
Di lì a poco Speciale prenderà un aereo militare atterrando a Linate. Deve essere sentito alle 16.10 dall’avvocato generale della procura Manuela Romei Pasetti. Che vuole sapere cosa sta succedendo visto che i magistrati rischiano di ritrovarsi decapitata la Finanza a Milano. E Speciale riferisce anche l’incredibile conversazione avuta nella mattinata proprio con l’autorità politica. Oggi la posizione di quei due testimoni è fondamentale nella ricostruzione. Quei due ufficiali infatti vengono indicati ai magistrati dallo stesso comandante: «L’intera conversazione telefonica è avvenuta alla presenza del colonnello Carbone e del maggiore Cosentino». Dal comando generale filtra l’indiscrezione che i due ufficiali abbiano distintamente udito le parole del viceministro, i suoi ordini, i suoi avvertimenti, grazie al viva voce dell’apparecchio telefonico utilizzato dal comandante Speciale. Carbone e Consentino non sono stati sentiti da alcuna autorità giudiziaria sugli ordini di Visco. Ma il fatto che Speciale li indichi, lui per primo, come testi, fa presupporre che la ricostruzione del comandante generale sia vera. E questo porta a rileggere e con attenzione anche la parte successiva dell’interrogatorio. Quando Speciale mette a verbale la risposta che diede a Visco. Ovvero che «l’osservanza delle regole è stata da sempre il faro della mia vita e di non poter assecondare pertanto queste sue ultime richieste». Significa semplicemente che Visco aveva ordinato a Speciale, minacciandolo, di agire contro le regole. E infatti se avesse dato «esecuzione immediata» ai trasferimenti sarebbe fuori, al di là delle regole. Per questo Speciale mette sul tavolo l’ultima carta e minaccia le dimissioni. Di fronte a due testimoni. Testi anch’essi ufficiali e conosciuti nella Gdf per la serietà e gli encomi ricevuti nella loro carriera. Carbone, tra l’altro, era stato fino a pochi mesi prima comandante provinciale a Milano. Carbone e Cosentino ascoltano quindi senza fiatare. Si trovano di fronte a uno scontro istituzionale tra il loro numero uno e un politico che chiede, pretende, ordina, avverte, sollecita, allude. Insomma, prevarica. E l’altro che cerca di tenere la barra al centro, di far rispettare le prerogative, di proteggere l’autonomia della sua funzione. Tanto che davanti all’Avvocato generale snocciola con precisione al minuto, tutte le pressioni ricevute, le parole udite, i solleciti subiti, le ingerenze sventate.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it

Postato da: antiKomunista alle 10:27 | link | commenti (6) |
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giovedì, 24 maggio 2007
NEWS

“STA DANDO FALSE INFORMAZIONI IL MINISTRO DI PIETRO CHE, SU ’LIBERO’ DI OGGI, CITA UN ’BIGLIETTO GALEOTTO’, ALLEGATO AGLI ATTI, IN CUI VISCO, A PROPOSITO DEGLI SPOSTAMENTI, AFFERMA ’DISPONGO DI FARLO IMMEDIATAMENTE E DI FARLO IN VIA ESECUTIVA’?”  (da Dagospia)

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mercoledì, 23 maggio 2007
PENSIERO POMERIDIANO

In Memoria di Falcone

«Sono responsabile della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, ho commesso e ordinato oltre 150 delitti, ho strangolato parecchie persone, ho sciolto i cadaveri nell’acido muriatico, e, prima di farlo, molti li ho carbonizzati su graticole costruite apposta».
Parole di Giovanni Brusca, il mafioso che esattamente 15 anni fa, il 23 maggio 1992, fece saltare in aria Giovanni Falcone e tutta la sua scorta. Brusca ha messo queste cose a verbale e nel 1999 le ha pure raccontate al collega Saverio Lodato.
«Il mio risentimento nei confronti di Falcone era identico a quello di tutti gli affiliati a Cosa nostra: era il primo magistrato, dopo Chinnici, che era riuscito a metterci seriamente in difficoltà. Era riuscito a entrare dentro Cosa nostra, sia perché ne capiva le logiche, sia perché aveva trovato le chiavi giuste. Lo odiavamo, lo abbiamo sempre odiato».
Non erano i soli. Sin da quando giunse a Palermo nel 1978, chiamato dal consigliere istruttore Rocco Chinnici, Falcone fece poco per rendersi simpatico. A Palermo era stato appena assassinato il giudice Cesare Terranova, e «mafia» era una parola che si pronunciava ancora malvolentieri. «Prendemmo la decisione iniziale di ucciderlo, per la prima volta, alla fine del 1982» racconta Brusca. «Non tramontò mai il progetto di uccidere Falcone, di eliminare lui e tutti i nostri avversari: quelli che ci avevano tradito, quelli che erano stati amici e ci erano diventati nemici, e mi riferisco agli uomini politici che spesso si trinceravano dietro lo scudo dell’antimafia per rifarsi una verginità. Per esempio quelli che ormai realizzavano tutto ciò che chiedeva Falcone: le sue leggi, i suoi provvedimenti, le sue misure restrittive. Giulio Andreotti per ripulire la sua immagine ci provocò danni immensi: Salvo Lima e Ignazio Salvo sono stati uccisi per questo».
Falcone non era simpatico neppure ai vicini di casa. Alcuni condòmini del giudice, in via Notarbartolo, stesso stabile dove ora c’è «l'albero Falcone», scrissero al Giornale di Sicilia nel timore che un attentato potesse tirarli in mezzo. Dopo l'apertura del maxiprocesso nell'aula bunker, nel febbraio 1986, Ombretta Fumagalli Carulli, purtroppo sul Giornale, giunse a scrivere così: «Il vero nodo del contrasto sta in un fenomeno allarmante che solo ora, dopo le notizie intorno alle coperture date da Falcone al costruttore Costanzo, comincia a essere percepito». Così, quando il 16 dicembre 1987 la Corte d’assise di Palermo comminò 19 ergastoli, le polemiche non calarono: tutti si attendevano che il nuovo consigliere istruttore di Palermo dovesse essere lui, Falcone: ma il Csm, il 19 gennaio 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio dell’anzianità. Cominciarono a voltargli le spalle in tanti. Leoluca Orlando, tuonando contro gli andreottiani, era diventato sindaco e aveva inaugurato una cosiddetta «primavera di Palermo» che auspicava un certo gioco di sponda tra procura e istituzioni, anzi «una sinergia» come aveva detto Falcone stesso. Durerà fino all’estate del 1989, quando il pentito Giuseppe Pellegriti accusò il democristiano Salvo Lima di essere il mandante di una serie di delitti palermitani, ma Falcone fiutò subito la calunnia: Orlando si convinse che il giudice volesse proteggere Andreotti. Fu durante una puntata di Samarcanda che Orlando scagliò l'accusa: Falcone ha una serie di documenti sui delitti eccellenti, disse, ma li tiene chiusi nei cassetti. Accusa che verrà ripetuta a ritornello da molti uomini del movimento di Orlando: Carmine Mancuso, Nando Dalla Chiesa e Alfredo Galasso. È di quel periodo, peraltro, un primo e sottovalutato attentato a Falcone: il comunista Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia, circa la bomba ritrovata nella casa al mare di Falcone, all'Addaura, scriverà così: «I seguaci di Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità». E la voce circolò.  Così, quando Falcone accettò l’invito del ministro della Giustizia Claudio Martelli a dirigere gli Affari penali, la gragnuola delle accuse non poté che aumentare. L'obiettivo di Falcone era creare strumenti come la procura nazionale antimafia, ma in sostanza fu accusato di tradimento. Si scagliò contro di lui il Giornale di Napoli: «Dovremo guardarci da due “Cosa nostra”, quella che ha la Cupola a Palermo e quella che sta per insediarsi a Roma». Così Sandro Viola su Repubblica: «Non si capisce come mai Falcone non abbandoni la magistratura... s’avverte l’eruzione d’una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste dei guitti televisivi». L'Unità, due mesi prima che Falcone saltasse in aria, fece scrivere un corsivo al membro pidiessino del Csm Alessandro Pizzorusso: «Falcone superprocuratore? Non può farlo, vi dico perché». È la stessa Unità che poco tempo prima aveva titolato così: «Falcone preferì insabbiare tutto».
Cosa nostra aveva già deciso di saldare il conto: la Cassazione, infatti, il 30 gennaio aveva confermato gli ergastoli del maxiprocesso. Mentre Roma discuteva su come impedire la nomina di Falcone, Giovanni Brusca stava facendo dei sopralluoghi sull’autostrada Palermo-Punta Raisi. Poi, a macerie fumanti, il tentativo di sfruttare la morte di Falcone per portare acqua all'inchiesta Mani pulite resterà uno degli episodi più disgustosi della storia del giornalismo italiano. Piero Colaprico, su Repubblica, definì Antonio Di Pietro «il Falcone del Nord», e inventò che «si è saputo solo ieri che Falcone seguiva da vicino l’inchiesta sulle tangenti, ma adesso una tonnellata di tritolo ha spezzato per sempre il suo contributo all’indagine milanese». L’Unità scrisse: «A Milano i magistrati hanno considerato la strage anche un avvertimento per quanti vogliono smascherare i signori di Tangentopoli». Solo Ilda Boccassini, e gliene si faccia onore, ebbe la forza di urlare nella aula magna del Tribunale di Milano, rivolta ai colleghi di Magistratura democratica: «Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali». Due giorni dopo la strage di Capaci, su l'Unità, anche Piero Sansonetti ebbe un sussulto di dignità: «Questo giornale, negli ultimi mesi, e più di una volta, ha criticato Giovanni Falcone per la sua nuova amicizia con i socialisti e per la sua scelta di lasciare Palermo. E ha osteggiato la sua candidatura alla direzione della superprocura. In queste ore terribili una cosa l’abbiamo capita tutti, credo: Giovanni Falcone era un uomo libero. Abbiamo invece fatto prevalere il dubbio politico: forse non è uno dei nostri. Forse è politicamente ambiguo. Forse è il cavallo di Troia. E così abbiamo giudicato la sua scelta tattica una sorta di abbandono. Siamo stati faziosi». È la sola autocritica, in quindici anni, messa nero su bianco da sinistra.
Filippo Facci

Postato da: antiKomunista alle 17:07 | link | commenti (20) |
pendieropomeridiano

martedì, 22 maggio 2007
PENSIERO NOTTURNO

Abbiano un re....sì in Italia, nell'Italia repubblicana. Il re di un territorio molto vasto...la  monnezza. Re Bassolino I. Per disgrazia di Napoli e dei suoi elettori.

 

Postato da: antiKomunista alle 23:00 | link | commenti (28) |
pensieronotturno

NEWS

CHE SCHIFO - 2

Maurizio Belpietro

«Un avvicendamento unicamente riconducibile a esigenze di servizio». «Cambi del tutto ordinari». «Trasferimenti concordati, pianificati dal comando generale della Guardia di finanza, senza contare che per alcuni degli ufficiali in partenza è una promozione».
Non risparmiò le parole Vincenzo Visco quel 17 luglio di un anno fa. Sorpreso dalla bufera politica che stava montando dopo la decapitazione dell’intero vertice della Gdf in Lombardia, il viceministro dell’Economia si affrettò a gettare acqua sul fuoco, negando che quei trasferimenti fossero punitivi, smentendo d’esserne l’ispiratore, ma soprattutto respingendo qualsiasi relazione tra l’allontanamento di generali e colonnelli e l’inchiesta Unipol.
In una parola: mentiva, se è vero ciò che ha riferito ai magistrati il comandante generale della Guardia di finanza Roberto Speciale. Il Giornale è in grado di riportare integralmente il verbale dell’interrogatorio. Se è vero ciò che racconta Speciale, l’azzeramento dell’intero vertice delle Fiamme gialle della Lombardia e di Milano non era frutto di promozioni, e non lo era nemmeno di ordinari avvicendamenti. Visco - come spiega il nostro Gianluigi Nuzzi - ordinò al comandante in capo di rimuovere senza indugi il generale Forchetti e i suoi collaboratori e indicò personalmente i nomi degli ufficiali che dovevano fare le valigie. Secondo Speciale, al viceministro non importava assolutamente nulla di ciò che avrebbero fatto in futuro i militari rimossi, bastava che fossero spediti il più in fretta possibile lontano da Milano. La colpa di cui si erano macchiati agli occhi di Visco non è conosciuta, ma certo si sa che gli alti ufficiali avevano svolto le indagini sui furbetti del quartierino e sugli ancor più furbetti uomini delle Coop rosse. Anzi, su questi ultimi stavano ancora indagando e, proprio prima dell’estate, in Procura a Milano c’era un certo attivismo. Visco ordinò un trasferimento in tutta fretta, intervenendo di persona, telefonando con insistenza. E, siccome il comandante generale tergiversava perché non trovava ragione alcuna per quella improvvisa rimozione, il viceministro diessino giunse a minacciarlo, facendogli intendere che se non avesse dato il via immediato ai trasferimenti ne avrebbe sopportato le conseguenze. In pratica, la sua carriera sarebbe stata irrimediabilmente compromessa.  Se dobbiamo dar retta alla testimonianza del numero uno della Guardia di finanza, lo scontro al vertice fu molto duro e inconsueto. Speciale, alla fine, fu costretto ad adeguarsi. Soltanto l’esplodere delle polemiche dopo la diffusione dei provvedimenti fermò la decapitazione delle Fiamme gialle. La presa di posizione della Procura di Milano e le interrogazioni parlamentari indussero Visco a indietreggiare, ma soprattutto a negare un suo intervento per bloccare l’inchiesta Unipol. Ma delle vaghe giustificazioni del viceministro non resta in piedi nulla dopo aver letto la testimonianza del generale Speciale, che meticolosamente ha annotato ogni passaggio dell’oscura vicenda e lo ha riferito ai giudici.
Restano due domande. La prima: perché Visco aveva così fretta di cacciare i vertici della Gdf della Lombardia? Cosa temeva? Perché quegli ufficiali non potevano restare ai loro posti un giorno di più? A questa domanda risponderà la Procura. La seconda domanda è più politica: può un viceministro restare al suo posto dopo aver tentato, con pressioni e minacce, di far trasferire ufficiali che indagavano sugli affari rossi? A questa so rispondere anch’io: no, non può.

Postato da: antiKomunista alle 22:50 | link | commenti (4) |
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ARTICOLI RUBATI - 110

CHE SCHIFO....

Nel luglio del 2006 il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco esercitò ripetute e pressoché quotidiane pressioni sul comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale, e gli pose un perentorio aut aut affinché azzerasse senza motivazioni l’intero vertice della GdF della Lombardia. Ufficiali impegnati, tra l’altro, in delicate indagini come quelle sulla scalata a Bnl da parte di Unipol e coop rosse. Visco aprì quindi una crisi istituzionale con il vertice del Corpo militare, arrivando a pronunciare un’oscura minaccia al comandante generale. Lamette a verbale lo stesso Speciale: «Visco mi disse - ha dichiarato nell’interrogatorio reso all’avvocato generale Manuela Romei Pasetti - che se non avessi ottemperato a queste direttive erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro». Pubblicamente, invece, il vice ministro in quegli stessi giorni cercava di stemperare ogni polemica. Liquidando il caso come «avvicendamenti unicamente riconducibili ad esigenze di servizio». Il Giornale ricostruisce invece, ora dopo ora, la storia di questa ingerenza, dell’intromissione del potere politico su un corpo militare. Con un vice ministro che prima ordina al capo della GdF di rimuovere ufficiali, quando per i trasferimenti c’è un apposito iter procedurale interno. Poi dispone di concordare le scelte con due sottoposti, facendo saltare lo stesso ordine gerarchico della Finanza. Fino al 17 luglio quando Speciale ventila le dimissioni: «Risposi al vice ministro che l’osservanza delle regole è stata da sempre il faro della mia vita. Di non poter pertanto assecondare queste sue ultime richieste e che pertanto ero pronto a rassegnare il mandato». La storia inizia alle 17 di giovedì 13 luglio quando, durante un drammatico incontro, Visco sventola sotto il naso del comandante generale un foglietto indicante i nomi dei quattro ufficiali da mandare via da Milano. Senza nemmeno preavvisare, come avviene invece di rito chiedendo persino un parere, la procura che coordina le indagini degli ufficiali coinvolti. Non solo. Visco dispose anche «perentoriamente », a detta di Speciale, di concertare ogni decisione d’impiego futura direttamente con due sottoposti, i generali Italo Pappa e l’allora capo dei reparti d’istruzione Sergio Favaro. Che il Vice Ministro aveva appena incontrato. Insomma, una sorta di «commissariamento», pregiudicando le prerogative e l’autonomia del comandante generale. Visco ordina quindi a Speciale di spostare i gradi vertice della Lombardia e di coinvolgere Favaro e Pappa. E così, sempre stando alla ricostruzione dello stesso Speciale, Pappa e Favaro prima si incontrano tra di loro, predisponendo le ipotesi di avvicendamenti. Poi Pappa va dal numero uno con il piano operativo. Ma arriva l’intoppo non previsto. Scende in capo il procuratore capo di Milano, Manlio Minale che, allarmato, chiede ragione delle voci su azzeramenti della GdF in Lombardia. Teme «serie problematiche alla prosecuzione delle delicate indagini in corso». Ovvero, Unipol, Bnl, Antonveneta e Telecom. Speciale dice chiaro e tondo che è stato Visco a ordinare, aprendo così uno scontro tra diversi poteri. Minale è allibito, chiede a Speciale «delucidazioni scritte », coinvolge la Procura generale e l’Avvocato generale. Che apre un fascicolo e lunedì 17 interroga in gran segreto sia Speciale che il capo di Stato Maggiore Emilio Spaziante. Prima però, venerdì, Speciale ricorda di esser stato sottoposto a pressioni di ogni tipo. Visco telefona, manda lettere, cerca il numero uno, fa chiamare dal proprio staff. Quei trasferimenti s’hanno da fare. Basta leggere qui a fianco il verbale del comandante generale per capire la portata di questa ingerenza. Speciale prende tempo, sa benissimo che se dispone i trasferimenti, compie un abuso. Deve seguire le norme, coinvolgendo gli interessati. Alle 20.15 trova una mezza misura: ordina a Pappa di far partire gli avvisi di avvio dei procedimenti di trasferimento. La situazione precipita domenica notte. Alle 22.50 l’Ansa dà notizia dell’azzeramento della Gdfmettendo in collegamento con le indagini Unipol. Visco s’infuria, chiede «immediata smentita » a Speciale. E intanto alle 24 ci pensa lui: normali avvicendamenti. In piena notte il comandante generale convoca d’urgenza i suoi collaboratori più stretti, Spaziante e il sottocapo Poletti. Più tardi la GdF esce con un imbarazzato comunicato. Ma ormai il vice ministro deve sentire che la vicenda sta sfuggendo di mano. L’indomani mattina si scontra con Speciale perché temporeggia, gli ordina ancora di trasferire gli ufficiali, pronuncia oscure minacce. Alle 12 Pappa e Favaro si rifanno vivi con il numero uno dicendogli di concordare con loro quanto scrivere a Minale. Ordine di Visco. Ma ormai la vicenda ha assunto una dimensione pubblica e politica: le indiscrezioni sono già sui giornali. Ma gran parte della storia non viene riportata dai media. Speciale blocca i trasferimenti. L’avvocatura generale di Milano interroga Speciale, Spaziante, Pappa e Favaro. Senza risposta la domanda cruciale: Visco perché voleva azzerare a ogni costo la gerarchia militare a Milano?

gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it

Postato da: antiKomunista alle 09:39 | link | commenti (14) |
articolirubati

lunedì, 21 maggio 2007
NEWS

Centri sociali

Se ne parlava giusto qualche giorno fa in qualche commento...

E' destinato a creare scalpore il corteo organizzato dal centro sociale Gramigna indetto a Padova per il 16 giugno. Su internet si stanno raccogliendo le adesioni per la manifestazione indetta a favore dei "compagni arrestati il 12 febbraio, ma anche verso i prigionieri comunisti e anarchici rinchiusi in regime di 41 bis a Parma e L’Aquila". Tra questi anche Nadia Lioce, già condannata per l'omicidio D'Antona.Sono passati otto anni da quel 20 maggio del 1999, giorno in cui fu assassinato dalle Br il giuslavorista Massimo D'Antona, mentre andava a lavorare nel suo studio di Roma in via Salaria. Per l'omicidio del docente di Diritto del lavoro a "La Sapienza" di Roma, sono stati condannati Nadia Desdemona Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma, per i quali la Corte d'assise d'appello di Roma ha confermato, il 6 giugno del 2006, le condanne all'ergastolo precedentemente emesse dalla Corte d'assise di Roma l'8 luglio del 2005.
E la manifestazione è anche dedicata a loro, i brigatisti detenuti in regime di carcere duro, il famigerato 41 bis, nel carcere de L'Aquila. Il comunicato che gira sul web parla chiaro: "È necessario continuare a manifestare la nostra solidarietà non solo nei confronti dei compagni arrestati il 12 febbraio, ma anche verso tutti i prigionieri comunisti e anarchici rinchiusi nelle galere italiane, spagnole, francesi, turche, e in particolare ricordando i 7 compagni rivoluzionari in regime di completo isolamento in 41 bis rinchiusi nelle carceri italiane tra cui Parma e L’Aquila".
A scrivere è il centro sociale Gramigna di Padova, lo stesso che è salito agli onori della cronaca il 12 febbraio scorso quando la Digos ha arrestato 15 persone accusate di far parte delle Brigate Rosse. Parte degli arrestati frequentava quel centro sociale. E ora, il Gramigna si mobilita per "raccogliere l’estesa solidarietà con la prospettiva di creare un fronte più ampio possibile contro la repressione di stato; per rilanciare la lotta in difesa degli spazi occupati e di agibilità politica del movimento di classe; per rompere l’isolamento nei confronti dei compagni arrestati".
Un appello che farà discutere visto che si appoggiano e si invitano i "lavoratori, studenti e proletari in generale ad organizzarsi, molto spesso anche al di fuori delle logiche stituzionali". (TG Com)

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sabato, 19 maggio 2007
PENSIERO POMERIDIANO

RIPETERE AIUTA (soprattutto per i trinariciuti)

Berlusconi non è più al governo e non ve la potete più prendere con lui. Inutile che vi lagnate..questo governo ha scontentato tutti, soprattutto i suoi elettori. Anche con una maggioranza risicata, si può governare, basta essere coesi. E mi scappa da ridere pensando all'ammucchiata sinistra.

Cercherò di ripetervelo:

Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo.Berlusconi non c'è più al Governo. Etc...

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pendieropomeridiano

venerdì, 18 maggio 2007
SINISTRE BESTIALITA'

Il Gaffeur colpisce ancora...

Pronta risposta del presidente della Camera al premier, secondo cui il Parlamento ha approvato pochi provvedimenti rispetto ai molti depositati alle Camere. "Forse Prodi non ha dimestichezza con il Parlamento - ha detto Bertinottti -, il dibattito in aula è il sale della democrazia". Bertinotti ha ricordato, anche, che al Senato la maggioranza è risicata e che troppo spesso il governo ricorre alla scorciatoia dei decreti legge.

P.S.: non continuate a dire...quando c'era il Berlusca era peggio. Sapete che non è vero, ed in ogni caso, ora governa Prodino. Quindi zitti e incassate.

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sinistrebestialita

POLITICALLY SCORRECT - 87

SONORAMENTE

Filippo Facci

Per la strage di Capaci hanno fatto almeno undici inchieste, e i processi che hanno inchiodato i capi di Cosa nostra, i corleonesi, sono almeno sei. Giovanni Brusca, nel libro "Ho ucciso Giovanni Falcone", ha rivelato i dettagli di un assassinio che la mafia progettava sin dal 1982. Caltanissetta, poi, ha inquisito Berlusconi e Dell'Utri quali "mandanti esterni" della strage: archiviata. La stessa Procura, con la stessa accusa, ha inquisito altre cinque persone legate agli appalti siciliani: archiviata. Caltanissetta, pure, ha inquisito imprenditori e politici che secondo un pentito avevano trescato coi boss prima della strage: archiviata.
La Procura di Firenze, a sua volta, aveva indagato su Berlusconi e Dell'Utri sempre come mandanti esterni: archiviata. Stavamo per dimenticare "sistemi criminali", inchiesta palermitana che ipotizzava legami tra mafia, logge segrete, destra eversiva e Lega Nord: archiviata. Ma non serve. Ieri Repubblica ha fatto l'ennesima paginata sui "mandanti" e cioè sul niente, tirando in ballo quella povera donna che è la sorella di Falcone. Ma sono parecchi i giornalisti che ancora favoleggiano sui «mandanti», con ciò ignorando dove la pazienza e il buon senso comune, da un pezzo, ha mandato loro.

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politicallyscorrect

giovedì, 17 maggio 2007
IMMAGINI DAL MONDO

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immaginidalmondo

ARTICOLI RUBATI - 109

Orlandismo malattia senile del sinistrismo

Leoluca Orlando non è tornato a fare il sindaco di Palermo. E' un gran bene per Palermo ed è un vantaggio per la sinistra. Da questa prova la sinistra esce rintronata, perché ha scelto il peggiore candidato sperando fosse il più probabile vincente, si ritrova perdente e senza una politica spendibile. Chi crede che la migliore sinistra sia quella sconfitta può gioire, ma io la penso diversamente e ritengo che una sinistra seria sarebbe un bene per tutti.
Perché mai Orlando sia considerato di sinistra, non lo so. Era democristiano, poi cavalcò un ripugnante giustizialismo di marca fascistoide, infine si ritrova al fianco di Di Pietro. So perché la sinistra se lo è scelto: perché è vuota di uomini ed idee, ha orrore di se stessa, di quel che è stata e di quel che non riesce a diventare. Non trovando il coraggio di esprimere un giudizio di definitiva ed inappellabile condanna del comunismo, incapace a darsi uomini diversi da quelli cresciuti e sfamati con soldi comunisti, sapendo che quelli non potrebbero aspirare che ai voti di una minoranza cieca, cerca candidati fuori da se stessa, dalla propria storia ed anche fuori dalla propria condotta. Così facendo raccatta il peggio. Orlando è una specie di monumento vivente a questa degenerazione, ma altri non sono poi così diversi da lui. Meglio di lui e di quelli come lui ci sono alcune migliaia di ex comunisti, azzoppati, però, dalla propria viltà morale e culturale.
Palermo dovrebbe entrare nella zucca di tutta la sinistra italiana, quale rappresentazione della fine che farà se non saprà affrancare se stessa dalle zavorre e dalle paure del passato. Chi cerca di tradurre il clientelismo di un tempo nei lavori socialmente (in)utili, chi spera che i giovani non s'accorgano di quale solenne fregatura sia la tentata riforma delle pensioni, chi sui mali d'Italia naviga senza affrontarli e cerca nell'avversario il collante di un tremulo partito unico, ha già perso prima di combattere, perché, se anche vincesse nelle urne, non per questo avrebbe una cultura di governo da far valere. La sinistra avrebbe bisogno di dosi massicce di riformismo ed innovazione, dovrebbe divenire rivoluzionaria della propria genetica reazionaria. Le sarà difficile, perché guidata dagli ultimi, vecchi e stanchi, profittatori delle sue debolezze.

Davide Giacalone

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articolirubati

SINISTRE BESTIALITA'

Per non dimenticare

"Tu nascondi le prove nei cassetti”

ebbe il coraggio di dire nel novembre del 1991 durante una puntata del Maurizio Costanzo show, Leoluca Orlando a Giovanni Falcone.

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sinistrebestialita

mercoledì, 16 maggio 2007
SINISTRE BESTIALITA'

"Il sospetto è l'anticamera della verità"

Il motto di Leoluca Orlando ai tempi "d'oro"

P.S.: chi fu uno dei principali accusatori di Falcone? Un aiutino: il nome comincia per L, il cognome per O...

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sinistrebestialita

PENSIERO MATTUTINO

Per quel che riguarda le forbite e sempre puntuali analisi del dopo voto in Sicilia da parte dei nostri sinistri commentatori, c'è poco da dire. La democrazia (concetto totalmente alieno ai comunisti), presuppone che il voto degli elettori sia sacro, anche quando va contro i tuoi candidati. Invece per la sinistra italiana veteroleninista il voto è democratico e legittimo solo quando va come vuoi tu che vada. Una fine analisi politica, la loro. Se vince il cdx in sicilia vuol dire che c'è la mafia. Dunque se prima vincevano i comunisti la mafia non c'era?
Forse tanti sbarbatelli non ricordano o non sanno cosa ha fatto Leoluca Orlando Cascio. Io si. Ricordo una puntata del finto moralizzatore Sant'Oro in cui l'Orlando furioso attaccava a testa bassa un carabiniere accusandolo di collusione con la mafia. L'accusato messo alla gogna non poteva rispondere (se non ricordo male non era neanche presente in trasmissione). Le accuse si dimostrarono totalmente infondate ma il cc si uccise.
Questo è Orlando Cascio. Il suo padre spirituale, tale Pintacuda, capendo dove voleva andare a parare il tipo (un pò demagogo, un pò imbroglione), lo abbandono presto.
Leoluca Orlando Cascio, che ha già dato per ben tre volte prova di malgoverno come sindaco, è il nuovo?
Ma davvero non andate oltre la superficie nell'analisi politica?
Io sono contento che il tipo sia stato trombato. Come dice Christian Rocca, un paese normale è quello in cui gente como Orlando viene emarginata dalla vita politica.
Ma, per usare un ragionamento affine a quello dei forbiti ed eleganti commentatori di sinistra di questo blog...a Napoli c'è la Jervolino, prima c'era Bassolino che ora è in Regione. Da diversi lustri governano lorsignori pure con vagonate di voti, e il disastro è sotto gli occhi di tutti, in mezzo a tonnellate di immondizia. Allora la camorra appoggia i due?
AK

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pensieromattutino

SINISTRE BESTIALITA'

Piero Fassino, a Porta a Porta, ha detto che il centrosinistra farà una legge sul conflitto di interessi per “separare nettamente l’interesse privato, del tutto legittimo, con il ruolo pubblico”. E ha concluso: “Io sono affezionato a una legge di tipo americano”.

P.S.: visto che la suddetta legge non esiste, le cose sono due; o Fassino mente sapendo di mentire o, peggio, è un asino. Ma i sinistri non erano persone serie, responsabili, preparate?

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sinistrebestialita

ARTICOLI RUBATI - 108

ASINI ROSSI - 2

New York. Nel paese dove il conflitto di interessi è una cosa seria, non esiste una legge che impedisca al proprietario di aziende, azioni, imperi industriali o mediatici, di candidarsi a cariche pubbliche e di governo. L’ipotesi di vendita forzosa non è presa in considerazione. Qualora un miliardario o un imprenditore, anche del mondo dell’informazione, venisse eletto a una carica pubblica non è obbligato né a vendere le sue proprietà né a metterle in un blind trust, cioè in un fondo cieco amministrato da terzi. Può farlo o non farlo, il giudizio poi spetta agli elettori. L’eletto non è nemmeno obbligato a presentare la dichiarazione dei redditi completa, come si fa in Italia da ben prima dell’avvento di Silvio Berlusconi. Prendete i diciotto candidati alla Casa Bianca 2008, dieci repubblicani e otto democratici. E’ notizia di ieri che nessuno di loro, tranne Barack Obama, renderà pubblici i dettagli dei propri interessi finanziari. Nel 2000 e nel 2004 George W. Bush l’aveva fatto, rendendo noti i suoi “tax returns”, mentre il suo sfidante John Kerry aveva negato di svelare gli asset finanziari di sua moglie, la multimilionaria Teresa Heinz Kerry. Bill Clinton, nel 1992, non fece conoscere l’entità e la qualità dei suoi redditi. Rudy Giuliani è proprietario di una società con intrecci finanziari e interessi pubblici in mezzo mondo, John Edwards è un multimilionario che fino a pochi mesi fa ha lavorato per un hedge fund, Mitt Romney è un businessman e, probabilmente, il più ricco di tutti, anche se mai quanto il magnate dell’informazione finanziaria Mike Bloomberg, ora sindaco di New York e solido proprietario del suo impero. Secondo molti analisti, nessuno dei quali si scandalizza, Bloomberg potrebbe scendere in campo alle presidenziali 2008, proprio grazie al suo patrimonio che gli consentirebbe di utilizzare 500 milioni di dollari di tasca propria e di evitare il fastidioso e lungo processo di raccolta fondi a cui sono obbligati gli altri candidati. Una volta eletto sindaco di New York, Bloomberg ha chiesto al New York City Conflicts of Interest Board, un organo comunale nominato dallo stesso sindaco della città, di valutare se una piccola quota del suo patrimonio, circa 50 milioni di dollari su un totale, allora, di 4 miliardi, fosse in potenziale conflitto di interessi perché investito direttamente in società che fornivano servizi al Comune. Bloomberg avrebbe potuto mettere quei pochi titoli in un blind trust, ma non l’ha fatto, preferendo venderli e dare in beneficenza il ricavato. Da sindaco, Bloomberg non rende nota la sua dichiarazione dei redditi. Se lo facesse – ha detto – danneggerebbe il business delle sue società. La Bloomberg L.P. è un megagruppo che fornisce notizie e analisi finanziarie a banche e istituzioni, possiede un’agenzia di stampa, una radio e una tv. Il suo fondatore e proprietario, dimessosi dalla gestione operativa, è socio della banca d’affari Merrill Lynch, detiene quote di 85 società quotate e ha obbligazioni milionarie della città che governa. Tutto ciò è consentito e non è tema di battaglia politica.
Dalla metà degli anni Settanta è consuetudine, però, far conoscere al pubblico alcune informazioni minime. I candidati alla presidenza, e i membri del Congresso, compilano un modulo che descrive in modo parziale fonte e tipo dei propri guadagni, senza entrare nello specifico e senza rivelare l’esatto ammontare. Questi dati, in ogni caso, non vengono controllati e verificati dallo stato federale, lasciando quindi aperta la possibilità ai candidati di fornire notizie incomplete. Nel modulo ci sono nove categorie di entrate, così ampie e vaghe che le ultime due sono: “Più di un milione di dollari, ma meno di 5 milioni” e “oltre 5 milioni di dollari”.
Il conflitto di interessi vero e proprio, invece, è regolato da un Codice di “leggi etiche” di 90 pagine, disponibile presso l’United States Office of Government Ethics. A differenza delle ipotesi in discussione in Italia, le norme non si occupano dei conflitti potenziali, ma puntano a garantire la trasparenza decisionale e si limitano a sanzionare penalmente i comportamenti privati che effettivamente confliggono con gli interessi pubblici. “Va segnalato – si legge nel report del 31 ottobre 2003 del Congresso degli Stati Uniti che fa il punto delle leggi americane sul conflitto di interessi – che non esiste alcuna legge federale che richiede espressamente a un particolare funzionario federale, o a una categoria di funzionari, di mettere i propri asset in un fondo cieco per esercitare un lavoro pubblico all’interno del governo federale”. Ancora: “I funzionari federali e gli impiegati non sono obbligati a dismettere i loro beni per evitare il conflitto di interessi. Piuttosto… i metodi principali di regolamentazione dei conflitti di interessi, a norma delle leggi federali, sono l’esclusione e la trasparenza (disclosure)”. Le leggi americane, dunque, non impediscono a priori a nessuno, neanche a un simil Berlusconi locale, l’elezione o la nomina a cariche politiche o di governo. La legge americana, malamente invocata in Italia, prescrive esclusivamente “l’esclusione”, cioè la ricusazione, l’astensione dal partecipare a decisioni pubbliche che potrebbero favorire interessi privati, e poi la trasparenza, cioè rendere pubblici i propri interessi finanziari. Ma c’è di più, molto di più. Seguite bene: l’obbligo di non partecipare alle decisioni pubbliche potenzialmente confliggenti con gli interessi privati vale soltanto per i funzionari di governo e per gli impiegati federali, ma non si applica né al presidente degli Stati Uniti né al vicepresidente né ai parlamentari di Camera e Senato né ai giudici federali (articolo 202, comma c del Codice degli Stati Uniti). Ancora prima che questa esplicita esenzione fosse iscritta nel Codice, era consuetudine consolidata escludere presidente e vicepresidente dalle norme sul conflitto d’interesse, per lo stesso motivo per cui non sono mai state applicate nei confronti dei parlamentari: “Una ricusazione obbligatoria potrebbe, in teoria, interferire con i doveri di presidente e vicepresidente richiesti dalla Costituzione”, si legge nel report del Congresso, perché in democrazia liberale è più importante l’interesse pubblico che gli eletti sono chiamati a perseguire, piuttosto che il potenziale conflitto con i loro interessi privati.

(Il Foglio)

P.S.: Mr Fassino please, a quale legge in particolare degli States si riferisce quando parla del conflitto di interessi?

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articolirubati

lunedì, 14 maggio 2007
BARZELLETTE ROSSE

Gheddaffi è in coma...ma lui telefona a Prodi. C'è sotto una seduta spiritica?

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barzelletterosse

sabato, 12 maggio 2007
SINISTRE BESTIALITA'

"Basta a guerre tra guelfi e ghibellini"

Romano Prodi

L'ennesima coglionata del premier medium Prodi

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sinistrebestialita

NEWS

CVD

Che imbarazzo ieri. Giornaloni e giornalini ce l’hanno messa tutta nel nascondere le motivazioni con cui 15 giorni fa i giudici della Seconda sezione della Corte d’appello di Milano hanno assolto Silvio Berlusconi dall’accusa di aver corrotto l’ex capo dei Gip di Roma al fine di ottenere una sentenza sulla Sme a lui favorevole. Il verdetto - come abbiamo riferito - stabilisce che i pm hanno ignorato un dato assolutamente incontrovertibile, ossia che il Cavaliere non ha avuto dai giudici della capitale alcun trattamento di favore. Anzi. «Mostrandosi più realisti del re, i magistrati assunsero iniziative contro le richieste del pm, ma in senso sfavorevole agli interessi di Berlusconi».
Per anni noi del Giornale abbiamo spiegato che il processo Sme non stava in piedi. Per anni abbiamo sostenuto che non si poteva accusare il Cavaliere di aver corrotto un giudice che non aveva nulla a che fare col processo Sme per aggiustare il processo Sme, perché era un non senso. Per anni abbiamo scritto che della vicenda s’erano occupati 15 magistrati e nessuno di questi era accusato d’essere corrotto. Per anni abbiamo sostenuto che alla fine le sentenze avevano penalizzato Berlusconi. Insomma, il capo della Fininvest era accusato d’aver comprato un magistrato che non c’entrava nulla con la Sme per farsi dar torto. Anche un bambino avrebbe capito che la storia non stava in piedi. Ma giornaloni e giornalini no. I grandi quotidiani, ma anche quelli minori come l’Unità, hanno scritto paginate intere, dando corda ai pm di Milano, chiudendo gli occhi sui buchi dell’inchiesta, sull’assoluta mancanza di logica.
E adesso? Adesso che il Cav è stato assolto? Il quotidiano fondato da Antonio Gramsci e affondato dai Ds si è limitato a un pezzo di 65 righe, titolato «Prove contraddittorie per Berlusconi, diverse le responsabilità di Previti». Una piccola operazione di disinformazjia, perché a essere contraddittorie non sono le prove contro Berlusconi, ma la sentenza di primo grado e le stesse accuse dei pm, come spiegano i giudici della Corte d’appello. Ma che imbarazzo anche al Corrierone, sulle cui pagine non compare il nome di Berlusconi nel titolo. La notizia è confinata in un angolo di pagina 22: «Sme, Squillante fu pagato, ma non ci fu corruzione». E la Repubblica? Mette tutto in un angolino, a pagina 14, in basso, camuffando la bacchettata ai pm di Milano fingendo che Berlusconi sia stato assolto per insufficienza di prove.
Ma come? La Corte d’appello affonda un’inchiesta durata 12 anni, che ha inquinato la vita politica e tenuto in scacco il leader dell’opposizione, nella sentenza si dice che i pm hanno ignorato elementi fondamentali, che portavano ad archiviare tutto già nel 1996, e che fanno giornaloni e giornalini, quegli stessi che titolavano a tutta pagina sul Cav corruttore? Nascondono. L’Unità, il Corriere e la Repubblica, come se fossero un Oggi qualsiasi, imboscano. Direte: è la stampa, bellezza. Sì, ma quella che ha un conflitto d’interessi. Con la correttezza. (il Giornale)

P.S.: come sono prevedibili i vetero-post-comunisti trinariciuti. Pochi commenti, nessuno sul merito, altri per sfottere il sottoscritto (come sempre ringrazio Rodeo per il suo forbito eloquio...di fronte a cotanto genio io resto sempre attonito..). Naturalmente, dulcis in fundo, non mancano altre accuse velate (sono rimaste solo quelle), al cavaliere nero....eh...non va proprio giù...

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news

venerdì, 11 maggio 2007
EDITORIALE

Tenendo conto che ormai tutti sanno, compresi i trinariciuti, che la Ariosto, alla base del processo Sme, abbia inventato di sana pianta tutto, probabilmente imbeccata (come le fantasiose scene in cui volavano soldi con persone che in realtà erano da altre parti...); e tenendo conto che ormai è chiaro che parte della magistratura abbia perseguito per un disegno politico Berlusconi, ecco le motivazioni con le quali il leader di FI è stato recentemente assolto.

Qualche buffone dirà: dunque bisogna avere fiducia nella giustizia e nei magistrati. E io gli rispondo: Sei un ipocrita, perchè certi processi, semplicemente non avrebbero dovuto neanche cominciare, ma tutto si sarebbe dovuto archiviare. Come se un magistrato dovesser perseguire qualcuno sino a quando non si trova che sia innocente. Il Diritto insegna che uno è innocente sino a prova contraria. Ma in Italia per anni è passata l'aberrazione per cui uno è colpevole...sino a prova contraria.

Ricordo a tanti che ci sono poveri cristi accusati ingiustamente che marciscono nelle nostre carceri e che non hanno i soldi di Berlusconi per difendersi. Cari sinistri travagliati..non vi viene un pò di ribrezzo, ogni tanto, per le vostre posizioni che rigurgitano di giustizialismo?
P.S.: naturalmente il Corriere e Repubblica silenzieranno la notizia...

AK

Dal Giornale
Milano - Una sentenza, quella di primo grado, «carente e contraddittoria». Perché, in sintesi, il quadro indiziario non era «idoneo a convalidare il convincimento che Squillante fosse un giudice a libro paga di Berlusconi». Anzi, in presenza di un elemento a discarico dell’ex premier, questo venne «ignorato dai pubblici ministeri». Estratti delle motivazioni depositate ieri dai giudici della seconda sezione della Corte d’Appello di Milano, che lo scorso 27 aprile hanno assolto Silvio Berlusconi dall’accusa di corruzione in atti giudiziari al termine del processo Sme. «Per non aver commesso il fatto».
Dunque, è «ravvisabile carenza e contraddittorietà» nella sentenza con cui il tribunale, il 10 dicembre 2004, aveva deciso di assolvere Berlusconi solo per prescrizione dopo la concessione delle attenuanti generiche dall’accusa di aver versato sul conto svizzero «Rowena» del giudice Renato Squillante 434mila dollari (bonifico «Orologio», del 1991) attraverso il conto «Mercier» di Cesare Previti, e di aver concorso (con lo stesso Previti e Pietro Barilla) a corrompere con 200 milioni nel 1988 il giudice civile Filippo Verde, estensore della sentenza che nel 1986 bloccò la cessione a De Benedetti del colosso alimentare Sme. Per la corte d’Appello, infatti, non esiste correlazione tra il versamento «Orologio» e «atti riconducibili alla funzione giudiziaria concretamente esercitata» dall’ex capo dei gip di Roma. In primo grado, infatti, il tribunale, «mentre ha disatteso la testimonianza dell’Ariosto in merito alle dazioni corruttive in contante a favore di Squillante e ha, per altro verso, escluso la riferibilità a Berlusconi del bonifico del 26/7/88 al fine di condizionare l’esito del processo Sme, ha nel contempo ravvisato nel solo bonifico del 6/3/91 da Previti a Squillante (con fondi di provenienza Fininvest) la prova del continuativo asservimento del giudice agli interessi dell’imputato, senza individuare atti riconducibili alla funzione giudiziaria concretamente esercitata». Perché «a parere della corte, il dato più rilevante per contrastare la prova a carico è costituito dal fatto, (assolutamente incontroverso) e tuttavia ignorato dai pubblici ministeri territoriali, che, nel periodo in contestazione (tra il 1986 e il 6 marzo del 1991), nessun procedimento approdato all’ufficio Gip del Tribunale di Roma, ove Squillante avrebbe potuto influire direttamente o indirettamente, ha rivelato aspetti irregolari o discutibili». «Risulta, al contrario, che in quei pochi casi in cui poteva profilarsi un interesse di Berlusconi o di società del gruppo Fininvest i titolari dei procedimenti decisero coerentemente in conformità alla richiesta della pubblica accusa o, “mostrandosi più realisti del re”, assunsero iniziative contro le richieste del pm, ma in senso sfavorevole agli interessi di Berlusconi» Un altro «ragionevole dubbio» della Corte. «Perché mai - scrivono i giudici - un imprenditore avveduto come Berlusconi, dotato di immensa disponibilità finanziaria, avrebbe dovuto effettuare, o meglio fare effettuare, un pagamento corruttivo attraverso la modalità (bonifico bancario) destinata a lasciare tracce, anziché con denaro contante, e per quale ragione il pagamento avrebbe dovuto essere eseguito attraverso il transito sui conti di Previti, anziché direttamente al destinatario?». E, infine, nemmeno valgono le testimonianze rese da Stefania Ariosto (la teste «Omega»). Perché dalle sue dichiarazioni «possono trarsi elementi di giudizio sulla propensione corruttiva di Previti», ma «nessun serio indizio» a carico di Berlusconi.
Secondo i giudici milanesi, infatti, «è evidente che il tessuto amicale con un professionista chiacchierato e, in taluni casi, una illecita commistione di interessi economici, ridondano solo sul piano deontologico del comportamento dei magistrati coinvolti e, laddove arrivano a superare la soglia della liceità penale, non integrano comunque ipotesi corruttive». «Quello che è certo», invece, è che «nessun indizio può trarsene a carico di Silvio Berlusconi in ordine al reato a lui contestato a meno di non ritenere che tra lui e Previti, che certo era avvocato di affari Fininvest, si sia attuato un inedito procedimento di fusione identitaria, dando luogo a un nuovo, complesso soggetto di diritto derogativo del principio della responsabilità penale».

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editoriale

giovedì, 10 maggio 2007
PENSIERO SERALE

E poi dicono che gli spinelli non fanno male...

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pensieroserale

martedì, 08 maggio 2007
PENSIERO NOTTURNO

Dove è finito il proverbiale fondoschiena (o faccia, dipende dai punti di vista) Prodiano? Ora pare che il mortadella porti sfiga soprattutto ai suoi...

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pensieronotturno

SINISTRE BESTIALITA'

Razzismo al contrario

“Quello di Di Segni è un razzismo anti-omosessuale,  inaccettabile, forse ha  dimenticato che insieme agli ebrei, nei campi di sterminio  nazisti, c'erano anche degli omosessuali”.

Grillini riferendosi al rabbino capo di Roma che si è recetemente espresso contro i Dico.

Non caro Grillini, io modestamente penso che nei campi di sterminio ci fossero semplicemente degli esseri umani uccisi come bestie, in maggioranza per la loro origine (ebrei). O facciamo pure le classifiche in base alle preferenze sessuali?

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sinistrebestialita

domenica, 06 maggio 2007
IMMAGINI DAL MONDO

IL GRANDE GAFFEUR.....

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immaginidalmondo

NEWS

ASINI ROSSI

Milano. Piero Fassino, a Porta a Porta, ha detto che il centrosinistra farà una legge sul conflitto di interessi per “separare nettamente l’interesse privato, del tutto legittimo, con il ruolo pubblico”. E ha concluso: “Io sono affezionato a una legge di tipo americano”. Bene. Qual è la legge di tipo americano? Sorpresa, non c’è. Negli Stati Uniti non c’è nessuna legge sul conflitto di interessi che impedisca al proprietario di aziende, azioni, imperi industriali o mediatici, di candidarsi a cariche pubbliche e di governo. Non solo: l’ipotesi non è neanche lontanamente presa in considerazione. Qualora un miliardario o un imprenditore, anche del mondo dell’informazione, venisse eletto non è obbligato né a vendere le sue proprietà né a metterle in un blind trust. Non è nemmeno obbligato a presentare la dichiarazione di redditi completa, come si fa in Italia.

Il codice o codicillo
Negli Stati Uniti, la materia è regolata da un codice di “leggi etiche” di 90 pagine, disponibile presso l’United States Office of Government Ethics. Le norme non si occupano dei conflitti potenziali, piuttosto puntano sulla trasparenza e si limitano a sanzionare penalmente i comportamenti privati che confliggono con gli interessi pubblici. “Va segnalato – si legge nel report del 31 ottobre 2003 del Congresso degli Stati Uniti che fa il punto delle leggi americane sul conflitto di interessi – che non esiste alcuna legge federale che richiede espressamente a un particolare funzionario federale, o a una categoria di funzionari, di mettere i propri assets in un fondo cieco per esercitare un lavoro pubblico all’interno del governo federale”. Ancora: “I funzionari federali e gli impiegati non sono obbligati a dismettere i loro beni per evitare il conflitto di interessi. Piuttosto… i metodi principali di regolamentazione dei conflitti di interessi, a norma delle leggi federali, sono l’esclusione e la trasparenza (disclosure)”. Le leggi americane, dunque, non impediscono a priori a nessuno, neanche a un simil Berlusconi locale, l’elezione o la nomina a cariche politiche o di governo. Non forzano la vendita, non obbligano a mettere in un fondo cieco il proprio patrimonio. La legge americana prescrive esclusivamente “l’esclusione”, cioè la ricusazione, l’astensione dal partecipare a decisioni pubbliche che potrebbero favorire interessi privati, e poi la trasparenza, cioè rendere pubblici i propri interessi finanziari.
Ma, attenzione, l’obbligo di non partecipare alle decisioni pubbliche potenzialmente confliggenti con gli interessi privati vale soltanto per i funzionari di governo e per gli impiegati federali, non si applica né al presidente degli Stati Uniti né al vicepresidente né ai parlamentari di Camera e Senato né ai giudici federali (articolo 202, comma c del codice degli Stati Uniti). Ancora prima che questa esplicita esenzione fosse iscritta nel codice, era consuetudine consolidata escludere presidente e vicepresidente dalle norme sul conflitto d’interesse, per lo stesso motivo per cui non sono mai state applicate ai parlamentari: “Una ricusazione obbligatoria potrebbe, in teoria, interferire con i doveri di presidente e vicepresidente richiesti dalla Costituzione”, perché in democrazia è più importante l’interesse pubblico che gli eletti sono chiamati a perseguire, piuttosto che il potenziale conflitto con gli interessi privati.
Negli Stati Uniti, dunque, il potenziale conflitto di interessi del capo del governo e dello stato, del suo vicepresidente, dei senatori e dei deputati è così poco regolato da far apparire draconiana la legge Frattini approvata in Italia in questa legislatura. Gli eletti, a Washington, hanno soltanto l’obbligo di rendere noti i propri beni e i propri debiti. Punto. Tra l’altro, questo obbligo è meno rigoroso di quello equivalente previsto in Italia. I parlamentari e i ministri italiani devono depositare per legge la dichiarazione dei redditi, i loro colleghi americani no. Si limitano a farne un riassunto, indicando fonte e tipo dei propri guadagni, senza entrare nello specifico e senza rivelare l’esatto ammontare. La legge prevede nove categorie di entrate, così ampie e vaghe che le ultime due sono: “Più di un milione di dollari, ma meno di 5 milioni” e “oltre cinque milioni di dollari”. Di Bush, per esempio, si sa che ha interessi nel settore del “legname” che valgono tra i 10 e i 20 mila dollari. Quando nel 2003 si è scoperto che Dick Cheney aveva ancora interessi non dichiarati nella Halliburton, la società di cui è stato presidente e che è stata la principale beneficiaria degli appalti in Iraq, non è successo nulla dal punto di vista penale o sanzionatorio, proprio perché il presidente e il vicepresidente non sono perseguibili per violazione di conflitto di interessi.
Altra cosa è l’opportunità politica, ma quella è sanzionata dagli elettori non dalla legge. Così il magnate dei media Steve Forbes si è candidato alla Casa Bianca, esattamente come Ross Perot, mentre un pensierino l’ha avuto anche il patron della Cnn Ted Turner. Si candiderà l’ex governatore della Virginia, Mark Warner, fondatore della società di telecomunicazioni Nextel. Per non prestare il fianco a voci o ad accuse di conflitto di interessi, molti parlamentari affidano il proprio patrimonio a “blind trust” regolati dalla legge, i quali però consentono la vendita delle proprie azioni. I miliardari al Senato sono 45 (uno su tutti: Rockfeller), non tutti dotati di un fondo cieco. Bill Frist, nonostante il blind trust, ha venduto le azioni della società di suo padre prima di un ribasso in Borsa. L’inchiesta nei suoi confronti è per insider trading, non per conflitto di interessi. Mike Bloomberg è un magnate delle televisioni e dei servizi finanziari nella città che ospita il mercato azionario più importante del mondo, ma da sindaco non è stato costretto a vendere, né a ritagliarsi il ruolo di mero proprietario né, addirittura, a rendere note le sue dichiarazioni dei redditi. Se lo avesse fatto – ha detto lui stesso – avrebbe danneggiato il business delle sue società. Il suo predecessore democratico, Ed Koch, ha spiegato: “Bloomberg l’aveva preannunciato in campagna elettorale. Gli elettori sapevano e hanno accettato”. E’ questo il modello americano.

C.Rocca

Postato da: antiKomunista alle 19:04 | link | commenti (10) |
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