"PERCHE' IL COMUNISMO E' IL CANCRO DELL'UMANITA'"

Visceralmente anticomunista. Cattolico, liberale e liberista. Amico degli Usa e di Israele. Supporto il Centro Destra. Senza paraocchi.
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La Stampa di Torino ci dà la ferale notizia che il Ministro degli Esteri D'Alema, incazzato col giornale di Anselmi per la storia uscita del conto segreto in Brasile, ha lasciato per due volte a terra l'inviato de La Stampa, negandogli il permesso di salire sull'aereo di Stato. Permesso accordato a tutti gli altri. Il brutto è che tutti questi altri non si vergognano. In un Paese normale, sarebbero scesi dall'aereo e avrebbero lasciato solo il Baffino. Qui da noi, i metodi mafiosetti di uno statista da operetta trovano terreno fertile in categoria giornalistica impresentabile.
In America i giornalisti sono il cane da guardia del potere. In Italia, sono il cane da compagnia. (Da Dagospia)
I pensionati non possono sfilare a Roma per protestare contro il governo. I no global, pacifinti, black block che se la prendono con Bush si. Un settantenne è decisamente molto più pericoloso di un teppista che lancia pietre e sfascia le vetrine dei negozi. Molto edificante.
Bell'intreccio politico-finanziario quello di Fassino e D'Alema. Chiarificatore sui cosiddetti moralmente superiori e la loro politica pulita. E siamo solo all'inizio.
Selva, ma che ti sei, rimbecillito?
I COMUNISTI? UN'INVENZIONE DI BERLUSCONI (Da The right Nation)
►Alle porte di Roma, la polizia ha sequestrato un camper (proveniente da Torino) con a bordo alcuni no global. A bordo sono stati trovati una trentina di estintori e una ventina di bastoni di legno. Pacifismo a oltranza.
► La lapide che ricorda l'omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, in via Fani a Roma, è stata profanata nella notte con la scritta: "Bush uguale Moro". Neocon e morotei hanno rilasciato dichiarazioni ugualmente inorridite.
► A Milano, Mestre, Firenze, Bologna, Ancona, Venezia e Padova, i manifestanti hanno creato disordini nelle stazioni ferroviarie e tentato (a volte con successo) di contrattare sul prezzo del biglietto. Da Verona e Trieste sono partite soltanto poche decine di no global (a prezzo pieno).
► Un furgone con le insegne dell'Italgas è stato rubato nella notte a Roma. A bordo c'erano anche lampeggianti e cartelli stradali per indicare deviazioni della circolazione stradale. La sinistra radicale sospetta che si sia trattato di un complotto per depistare i 5 milioni di manifestanti previsti a Piazza del Popolo.
► Una bottiglia incendiaria è stata lanciata nella notte contro le vetrine di un negozio della catena americana Blockbuster. La bottiglia sarebbe stata lanciata da un'auto. E' stata anche tracciata con una bomboletta spray la scritta "Bush fuori". Forse non hanno ancora capito da che parte sta Hollywood.
► Quattro parlamentari del Prc hanno esposto lo striscione "No Bush, no guerra" a piazza Montecitorio. Di lotta e di governo.
► Fumogeni, uova e barattoli di vernice nera sono stati lanciati contro le vetrine di un Mc Donald's in via Tuscolana. Gli autori del gesto hanno distribuiti alcuni volantini anti-Bush. Nessun appello per lo slow food.
► Una trentina di fascio-comunisti appartenenti a Movimento Zero hanno cercato di unirsi alla manifestazione di Piazza del Popolo. Prima di essere dispersi dalla Polizia, hanno esposto uno striscione con la scritta "Noi stiamo coi talebani per l'autodeterminazione dei popoli".
► Un morto che cammina, un sosia di Fidel Castro arrivato da Cosenza, un manipolo di finti papaboys: la mamma dei coglioni è sempre incinta.
► Secondo gli organizzatori, i partecipanti al corteo di Piazza Esedra sono 100mila. Se davvero sono così tanti, ne potevano prestare qualcuno alla manifestazione di Piazza del Popolo, che è rimasta deserta.
► Mortaretti e fumogeni (tutti rossi) vengono accesi in gran quantità durante il corteo. Nostalgia del campionato?
► Francesco Cossiga è stato contestato a Piazza del Popolo mentre è seduto al tavolino di un bar a mangiare un gelato. Un gruppo di giovani di Rifondazione gli ha urlato "Cossiga a casa, vergogna!". Quando l'ex presidente se n'è andato, il numero di persone presenti a Piazza del Popolo è diminuito del 25%.
► Ai giornalisti che gli chiedevano spiegazioni per il flop di Piazza del Popolo, Giovanni Russo Spena (Prc) ha risposto che si trattava soltanto di "una piazza simbolica". Simbolica, appunto, di quale sia il seguito di popolo della sinistra italiana.
► Bandiere americane in fiamme a via Cavour, all'altezza della basilica di Santa Maria Maggiore.
► Sempre a via Cavour è comparsa la scritta "10, 100, 1000 Raciti". Il nome dell'agente è stato poi cancellato da alcuni manifestanti. Così, tanto per pulirsi la coscienza.
► Una enorme bandiera rossa in ricordo di Carlo Giuliani ha circondato il cordone di Polizia schierato intorno all'Altare della Patria, a Piazza Venezia: "Per il diritto a manifestare senza tornare a casa con la testa rotta, per poter sbandierare le bandiere rosse senza esser chiamati terroristi". Pare che la prima bozza dello striscione recitasse: "Per il diritto di rompere la testa alla Polizia, per poter appoggiare i terroristi senza dover sbandierare alcunché".
► A Piazza Venezia la Polizia è stata costretta ad abbassare gli scudi antisommossa, per "evitare inutili provocazioni" nei confronti di chi indossava caschi integrali, impugna bastoni e lancia molotov.
► Mentre la testa del corteo arriva a Piazza Navona, i manifestanti hanno intonato - in rapida successione - "L'Internazionale" e "Bandiera rossa". Poi si lamentano che i giovani si buttano a destra...
► La troupe di Nessuno Tv è stata insultata e bersagliata di petardi. E la chiamano Unione.
► Secondo la questura, i partecipanti al corteo non sono 100mila, ma poco più di 10mila. In ogni caso, 9.950 in più che a Piazza del Popolo.
► Bottiglie, sassi, bastoni e petardi lanciati contro la Polizia. Un'ora di guerriglia urbana in pieno centro di Roma. Una violenza cieca che non si è trasformata in tragedia solo per il comportamento ineccepibile delle forze dell'ordine. Una ventina di feriti (tra cui 5 poliziotti) e una decina di arresti. E' questo il bilancio della manifestazione pacifista che ha sconvolto ieri la capitale. Domani, sui giornali, leggeremo che si trattava solo di qualche scalmanato, estraneo al corteo: "pochi violenti da condannare", come ha dichiarato Prodi. Leggeremo che sono anarchici, cani sciolti, delinquenti comuni. In realtà, fino al termine del corteo, erano perfettamente integrati con il resto dei manifestanti. E, dopo la guerriglia, sono tornati a mescolarsi con tutti gli altri. Accolti, come sempre, a braccia aperte.
Seconda figuraccia in due giorni di Padoa....Schioppato. Un incapace, come minimo. Ma mai peggiore del suo capo bollito.
CHE SCHIFO - 7
Il centrosinistra si sta scavando la fossa con le sue mani. Comunque vada il voto oggi al Senato, questa è la principale lezione che si può trarre dal caso Visco-Guardia di finanza. Ciò che è accaduto e sta accadendo in queste ore è qualcosa di tragico e ridicolo nello stesso tempo. E se il tragico a volte ha una sua grandezza, il ridicolo è sempre piccolo e letale, non viene mai perdonato.
Il tragico riguarda le istituzioni, che da questa storia escono meno credibili. A cominciare dal Quirinale, perché ci si chiede se il Colle si sia fatto guidare da un eccesso di prudenza che rischia di indebolire uno dei poteri conferiti dalla Costituzione al Presidente della Repubblica: quello di essere il capo delle Forze Armate, punto di equilibrio del delicatissimo rapporto tra l’Autorità politica e i militari.
Il Governo con le sue decisioni ha mostrato un «dispotismo» che non trova più argini. Né il Parlamento né la magistratura né gli altri organi costituzionali sembrano in grado (per debolezza o complicità) di contrastare questa deriva che poco ha a che vedere con una democrazia normale. Il problema - e qui arriviamo al ridicolo - è che il Senato si trova a discutere in una situazione surreale che vede in «carica» due comandanti della Guardia di finanza: quello nominato dal governo e quello defenestrato da Prodi. Il modo in cui Speciale è stato messo alla porta non ha precedenti nella storia repubblicana, è un fatto giuridico nuovo. Secondo alcuni autorevoli esperti, il generale rinunciando all’incarico alla Corte dei conti (atto che deve essere formalizzato), è ancora nel pieno delle sue funzioni e lo resterà finché non sarà presentato un decreto di revoca da parte del Consiglio dei ministri. Decreto che non c’è e dovrebbe contenere le motivazioni della rimozione. Ragioni imbarazzanti per il governo, motivi che interessano non solo l’opposizione ma anche il ministro Antonio Di Pietro.
Così, il Senato oggi affronta un dibattito dove sono stati presentati ben 14 documenti e nessuno sa esattamente quale sia la situazione reale al vertice delle Fiamme Gialle. Perfino il Presidente del Senato Franco Marini ieri sera navigava al buio. Riassumendo: il governo ha creduto che Speciale fosse della sua stessa pasta (frolla) e accettasse la nomina a consigliere della Corte dei conti. Forte di questa presunzione, l’esecutivo ha trasmesso alla Corte il decreto di nomina. Ma il generale Speciale - che speciale lo è davvero - non ha accettato il baratto. Quindi, è ancora in carica poiché non esiste il decreto di destituzione, che non solo deve essere firmato dal Capo dello Stato, ma essendo privo di motivazioni «personali», deve esplicitare le ragioni del governo, e solo del governo, per la rimozione stessa.
Qui è la prevaricazione giuridica, qui è la dimostrazione della riduzione del potere a pura forza.
Mario Sechi per il Giornale
Il centro destra è diviso...sembra quasi come l'unione.
(frase liberamente tratta da un piccolo quotidiano di partito)
CHE SCHIFO - 6
Un’altra pressione di Vincenzo Visco, un’altra ingerenza nella Guardia di finanza. Questa volta accadde appena tre mesi fa. Il vice ministro voleva mettere parola, meglio vincolare addirittura la scelta del capo e del sottocapo di Stato maggiore. Ovvero, il numero tre e quattro nella gerarchia delle Fiamme gialle. È quanto emerge, invero in modo netto, da una missiva che appena tre mesi fa proprio Visco mandò a Speciale. Per condizionare scelte che secondo tutte le norme devono essere proprie del comandante del Corpo militare. Ovvero le nomine dei suoi più stretti collaboratori.
Quelle nove righe di fuoco
Così lo scorso 16 marzo Visco scrisse nove lapidarie righe. Che riportiamo integralmente: «Signor generale, ho ricevuto la sua lettera in data di ieri con la quale mi informa della designazione del capo di Stato maggiore e del sottocapo di Stato Maggiore. Ne prendo atto. Devo per altro ribadire nell’occasione che eventuali ulteriori ipotesi di designazioni dovranno avvenire solo all’esito di un preventivo e approfondito confronto sulle motivazioni delle stesse con l’autorità politica, cosa che anche in questa circostanza non è avvenuta. Vincenzo Visco».
Dal tenore della lettera si capiscono tre cose. Primo: Visco voleva che la nomina del generale di divisione Paolo Poletti, scelto come capo di Stato Maggiore e del vice generale Morera avvenissero dopo un approfondito confronto con «l’autorità politica», ovvero lui stesso. Interferendo quindi nelle scelte del comandante generale. Infatti al ministro spetta, come indica la normativa, la nomina del comandante generale e le politiche di indirizzo. Nient’altro. Non a caso il decreto Bassanini ha scisso la responsabilità politica da quella amministrativa. Al di là delle pressioni di Visco il comandante generale gode di ampia autonomia e risponde delle sue scelte all’autorità politica solo attraverso il raggiungimento o meno degli obiettivi dalla stessa prefissati. In pratica, Visco poteva indicare gli obiettivi (immigrazioni, verifiche fiscali, lavoro nero) senza mettere parola nelle scelte interne degli avvicendamenti.
La scelta dei collaboratori
Il secondo aspetto è altrettanto rilevante. Proprio Visco voleva influenzare ogni scelta del personale della Guardia di finanza. E quindi il piano andava oltre quello pressante denunciato da Speciale su Milano. Si ricorderà il foglietto mostrato a Speciale da Visco il 14 luglio con il vice ministro Visco che chiedeva l’azzeramento dell’intera gerarchia della GdF in Lombardia. Se c’era carattere d’urgenza per le Fiamme gialle della Madonnina quest’ultima lettera denuncia un tentativo di ingerenza nella scelta addirittura dei collaboratori più stretti del comandante generale. Infatti il capo di Stato maggiore ricopre un ruolo strategico nelle decisioni e, di fatto, è addirittura più importante del comandante in Seconda al quale vanno più deleghe istituzionali. Le minacce a Speciale L’ultimo aspetto riguarda proprio le polemiche di questi giorni. Questa lettera fa infatti cadere tutte le accuse rivolte agli ufficiali milanesi da «rimuovere».
Ovvero di essere vicini all’ex ministro Giulio Tremonti o di essere frutto di una gestione privatistica del Corpo. È vero proprio il contrario. Emerge infatti che Visco intende la Guardia di finanza come un Corpo militare sul quale può esercitare pressioni incredibili. Ovvero chiedere con impellenza che quattro ufficiali facessero le valigie e lasciassero Milano. Richiesta che nel luglio scorso si fece sempre più perentoria, stando alla denuncia di Speciale, che ricorda così l’ultima telefonata con Visco: «Sono stato informato dal colonnello Carbone che il col. Ortello lo aveva chiamato riferendogli che avrei dovuto chiamare subito il vice ministro Visco. Contattatolo questi mi ha riferito di ritenermi responsabile di quanto accaduto, di non aver rispettato alcuna regola deontologica non avendo dato esecuzione istantanea a quanto mi era stato da lui ordinato, di riunirmi subito con i generali Pappa e Favaro per dare a quegli ordini esecuzione immediata e di concordare con loro una risposta da dare alla Procura di Milano.
Il vice ministro Visco ha aggiunto che se non avessi ottemperato a queste direttive, erano chiare le conseguenze cui sarei andato incontro. Io risposi che l'osservazione delle regole è stato il faro di tutta la mia vita... Piuttosto che assecondare le richieste ero pronto a rassegnare il mandato». Alla fine è andata proprio così, pressione dopo pressione, lettera dopo lettera, ingerenza dopo ingerenza, Speciale è stato messo alla porta. A Visco sono state tolte le deleghe. Ma solo temporaneamente, finché la procura di Roma non farà chiarezza.
L’altro ieri aveva detto: «O decido io o me ne vado». Ieri ha detto: «Adesso decisioni collegiali». Domani dirà: «Scusatemi, potreste gentilmente dirmi cosa avete deciso?».
Jena per la Stampa
Orlandiani Santorismi...
Santoro occupa la tv da vent’anni. Detiene un record mai raggiunto: avere messo in moto il meccanismo di un suicidio. Successe a Tempo reale il 23 febbraio 1995. Era suo ospite l’ineffabile Leoluca Orlando, allora leader della Rete e sindaco di Palermo. Costui in diretta accusò di mafiosità il maresciallo dei carabinieri di Terrasini, Antonino Lombardo. Santoro lasciò che l’incosciente parlasse a ruota libera. Linciato mentre era assente, senza difensori, né contraddittorio, Lombardo si uccise - innocente - qualche ora dopo.
(Perna, sul Giornale di oggi)
CHE SCHIFO - 5
Il 16 luglio 2006 il ministero dell’Economia cercò di impedire che uscisse il lancio dell’Ansa sul trasferimento degli ufficiali della Guardia di Finanza di Milano. Lo sostengono fonti diverse all’interno della prestigiosa agenzia, raggiunte da Il Giornale. Era la serata di domenica. Da giorni la notizia, un autentico scoop, era in corso di verifica da parte della redazione di Milano, che aveva raccolto le prime indiscrezioni sulla vicenda. Poi si affiancò anche la redazione Interni della capitale. Come talvolta accade diversi cronisti dell’agenzia si misero a lavorare insieme a caccia di conferme. Che trovarono.
"Non pubblicate"
L’Ansa giustamente decide di sentire il dicastero di Vincenzo Visco e Tommaso Padoa-Schioppa per raccogliere la reazione. Probabilmente, entrano in contatto con l’ufficio stampa. Ma da piazza Mastai arriva una doccia fredda: non pubblicate niente perché non è vero. La posizione rallenta l’uscita dell’agenzia. Ma le verifiche incrociate smentiscono la tesi politica. Che fare? Di fronte alla certezza che l’Ansa sarebbe comunque uscita il ministero sceglie il silenzio. Così alle 22.19 viene lanciato il primo dispaccio con i tre asterischi riservati alle notizie importanti e in esclusiva. Ecco: «Unipol, azzerati i vertici Gdf della Lombardia (...) in relazione alla vicenda delle intercettazioni telefoniche sul caso Unipol». Inizia una notte senza fine, l’indomani il durissimo scontro politico.
Una notte di passione
Trentun minuti dopo, alle 22.50, uno dei più stretti collaboratori di Visco, il generale Zanini cerca il comandante generale della Guardia di Finanza Roberto Speciale. Secondo quanto ricostruito proprio da quest’ultimo a verbale: «Mi ha riferito della notizia Ansa e che in proposito Visco sollecitava da parte mia una immediata smentita alla notizia, con riferimento alla sua connessione alla vicenda Unipol». Passano 30 minuti. «Alle 23.20 sono stato ricontattato nuovamente da Zanini che mi ha chiesto di accelerare l’uscita della smentita alla notizia Ansa nei termini di cui sopra». Speciale tentenna. Passano quattro minuti e alle 23.24 viene diffusa la notizia di una lettera del procuratore della Repubblica di Milano, Manlio Minale, inviata nei giorni scorsi a Speciale proprio per ricevere chiarimenti sulla vicenda. Altri otto minuti e questa volta alle 23.32 Visco rompe gli indugi e decide di smentire «categoricamente qualsiasi riferimento al caso Unipol». La notizia? «Un falso costruito ad arte». Ricordare quanto accadde assume rilievo. Soprattutto ora: si scopre infatti che il direttore di allora Pierluigi Magnaschi venne licenziato per aver lanciato in rete quella notizia sui trasferimenti della Gdf della Lombardia. Legandoli alla vicenda Unipol.
"Normale cambio"
L’intervista di Magnaschi al Giornale di ieri, con la denuncia di esser stato licenziato in relazione alle notizie su quei trasferimenti provoca reazioni e imbarazzi. In un comunicato il Cdr dell’Ansa «condanna qualsiasi tentativo di trascinare l’agenzia sul terreno dello scontro politico». Interviene anche il presidente dell’agenzia Boris Biancheri. «In nessuna seduta del comitato esecutivo o del Cda - afferma - in cui la sostituzione di Magnaschi è stata discussa, o in nessun contatto da me avuto con singoli soci né con esponenti di governo o di forze politiche è mai stato toccata la vicenda Gdf o di notizie date dall’Ansa al riguardo». Biancheri parla di «sostituzione» basata sulla «valutazione dell’attività professionale in vista di un’esigenza di rinnovamento e ammodernamento della stessa». E aggiunge che venne «presa in considerazione» ad aprile 2006. Non si sa dove, quando e con chi ne parlò, visto che non si trova traccia, almeno nei verbali del comitato esecutivo tenuti prima dello scoop di luglio. A stridere con la ricostruzione di Biancheri anche la precedente assemblea dell’Ansa per il rinnovo dei vertici. Il vicepresidente Mario Ciancio Sanfilippo si complimentò in pubblico con l’intera dirigenza: «Approviamo per acclamazione l’incarico al vertice dell’agenzia che merita tutto il nostro plauso perché, quando entrò in servizio, trovò un’Ansa sull’orlo del tracollo, pronta a portare i libri in tribunale oppure a vendere il suo unico e prestigiosissimo asset, la cinquecentesca sede che si trova vicino al Quirinale. Dopo solo due anni di cura riuscì a portare i bilanci in attivo».
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it
CHE SCHIFO - 4
La vittima è stata rimossa, il colpevole resta. Il governo Prodi caccia il comandante della Guardia di finanza «reo» d’aver denunciato le pressioni di Vincenzo Visco e lascia al suo posto il viceministro che esercitò illecitamente il suo potere. Un colpo di mano che è anche un avvertimento arrogante e mafioso a chiunque dentro le istituzioni osi opporsi al nuovo corso. Impipandosene delle inchieste giudiziarie ancora aperte e ancor più dell’opinione pubblica, la sinistra si tiene l’uomo che prometteva di dare la caccia agli evasori e intanto la dava ai vertici delle Fiamme gialle che indagavano su Unipol. Mostrando un alto disprezzo per la verità, il governo ha deciso di ignorare le testimonianze e le lettere che Il Giornale ha pubblicato a conferma della versione del capo della Gdf e ora acquisite dalla Procura. Quei documenti dimostrano senza ombra di dubbio che il viceministro dell’Economia ha tentato di rimuovere i vertici milanesi della Finanza. Una decisione che cercò di imporre con ostinazione al comandante, senza che vi fosse alcuna esigenza di servizio: semmai inconfessati interessi. Altro che «vergognoso linciaggio mediatico e manovra elettorale di cui non si sentirà più parlare dopo il voto», come ebbe a dire Piero Fassino una settimana fa. Altro che «scientifica campagna di disinformazione», come con impudenza ha scritto ieri lo stesso Visco nella sua lettera a Prodi.
Ormai è chiaro a tutti, persino alla stessa maggioranza, che il generale non mentiva. Se qualcuno avesse avuto ancora dubbi, l’offerta fatta all’alto ufficiale dal ministro Tommaso Padoa-Schioppa di un incarico di prestigio, in cambio delle sue dimissioni, è la prova che Speciale ha detto il vero quando dieci mesi fa denunciò, di fronte ai magistrati, le pressioni del viceministro. Se fosse stato un bugiardo non gli sarebbe stato offerto alcunché. Se fosse stato uno spergiuro, Visco non sarebbe stato costretto, seppur temporaneamente, a rimettere le deleghe sulla Gdf.
La realtà è che il governo Prodi è a un passo dalla crisi e che il caso del viceministro minacciava di mandare in pezzi la maggioranza. Per salvarsi il centrosinistra ha deciso di giocare d’anticipo, buttando fumo negli occhi ai cittadini, lasciando intendere d’aver adottato una soluzione salomonica. La rinuncia delle deleghe sulle Fiamme gialle da parte di Visco è invece una presa in giro, un pretesto per consentire a Di Pietro e a Bordon di ritirare le mozioni contro il viceministro, salvandogli la poltrona ma non la faccia. L’uomo che voleva cacciare i vertici della Gdf che indagavano sull’Unipol non può fare un passettino indietro, come è accaduto ieri: ne deve fare uno in avanti, ma per andare a casa. Non può restare al suo posto un politico che esercitò indebitamente la sua funzione. L’incarico delicato ricoperto da Visco richiede una persona al di sopra di ogni sospetto e di ogni accusa. Soprattutto in un momento in cui l’affare Unipol si complica. Non solo perché sono in arrivo alla Camera le intercettazioni telefoniche tra l’ex presidente della compagnia d’assicurazione delle Coop, Giovanni Consorte, e un mazzetto di parlamentari di sinistra, intercettazioni, guarda caso, di cui si occupava proprio quel nucleo della Finanza i cui vertici Visco voleva rimuovere. Ma anche perché ieri, sempre la Gdf, ha sequestrato 55 milioni di euro a un immobiliarista assai vicino ai Ds. Il tesoretto sarebbe frutto della vendita di alcuni immobili dell’Unipol. Una misteriosa operazione in cui ritorna il nome di Consorte, l’uomo che teneva 50 milioni a Montecarlo e a cui Fassino chiese: «Abbiamo una banca?». Ombre rosse. Per il momento credono d’essersela cavata licenziando lo sceriffo. Ma alla fine la cavalleria vince sempre.
Maurizio Belpietro
Il pasticciaccio di Visco (con annessa brutta figura galattica grazie a Striscia la notizia), è arrivato all'epilogo. Una vicenda penosa legata solo al potere e forse ad evitare ceh si intervenisse presso gli amici di Romano e Pierino. Poco importa che poi Visco non ci fosse riuscito. Raramento ho visto politici e governanti mettersi sotto i piedi le più elementari norme e regolamenti ed agire con tale disinvoltura. Non capisco come quel cretino di Schioppa parli di galantuomo riferendosi a Visco. A meno che non faccia riferimento ai metodi dei signorotti locali ai tempi del regno delle Due Sicilie. Questo è il centro sinistra italiano. Loro erano quelli che ai tempi di Berlusconi parlavano di emergenza democratica. Loro erano quelli trasparenti e puliti. Loro erano quelli che urlavano e sparlavano di moralità, etica, correttezza...
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