Antikomunista

"PERCHE' IL COMUNISMO E' IL CANCRO DELL'UMANITA'"

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Visceralmente anticomunista. Cattolico, liberale e liberista. Amico degli Usa e di Israele. Supporto il Centro Destra. Senza paraocchi.

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lunedì, 30 luglio 2007
comunicazione di servizio

Aggiornato  l'elenco dei libri che sto leggendo. Fra qualche giorno sistemo i link. Se dovessi dimenticare qualcosa avvisatemi. Chiedo scusa agli interessati per l'attesa.
AK

Postato da: antiKomunista alle 17:31 | link | commenti (6) |
comunicazionediservizio

POLITICALLY SCORRECT - 89

UN BACIO...

Non avendo niente di meglio da fare, sono due giorni che discutiamo di un bacio che non era un bacio. Mezzo governo, una schiera di editorialisti, filosofi, moralisti, cinque ministri, deputati e senatori hanno speso il loro tempo a denunciare la «caccia alle streghe», il «clima torbido», il «Paese bigotto», la «folle arretratezza», «l'omofobia becera e forcaiola» e il «fondamentalismo reazionario», chiedendo l'intervento un po' di tutti, dal Comune di Roma alla Corte dei diritti dell'uomo, dal consiglio di circoscrizione all'Onu, per difendere due gay «denunciati perché si baciavano». Ma chissà perché hanno dimenticato in fretta un piccolo particolare: i due gay non si baciavano. Facevano altro. Lo scrive il rapporto dei carabinieri, che fino a prova contraria, fa fede più di un'intervista a Vattimo o di dichiarazione Ansa di Pecoraro Scanio.
E allora di che stiamo parlando? Se, ad impegnarsi nella pratica cara a Clinton all'aria aperta del Colosseo, ci fossero stati un ragazzo e una ragazza, anziché due omosessuali, la denuncia sarebbe scattata lo stesso. Gli atti osceni in luogo pubblico, con buona pace dei Grillini parlanti, restano atti osceni: che a praticarli sia Monica o Monico Lewinsky poca differenza fa. Piuttosto meglio stare attenti ai luoghi prescelti: la stanza ovale (o orale) crea qualche problema, il centro di Roma pure. Se non si è al riparo dagli occhi dei passanti, non si è al riparo neppure dal codice: ed essere due maschietti non può essere motivo di estinzione del reato, tanto più che si tratta di reato penale. O siamo arrivati a teorizzare l'immunità gay?
In effetti, ogni tanto si ha l'impressione che essere gay sia diventato oltre che un orgoglio da esibire, anche un jolly da giocare nelle occasioni più difficili. Ti escludono da un concorso? Urli alla discriminazione gay. Ti negano una promozione sul lavoro? Urli alla discriminazione gay. Ti bocciano a scuola? Urli alla discriminazione gay. Magari, invece, l'essere gay non c'entra: eri soltanto più asino degli altri. Ma chi osa dirlo passa subito per omofobo becero e forcaiolo, fomentatore del clima torbido e della caccia alle streghe, rappresentante della folle arretratezza, eccetera eccetera. È andata così anche l'altro giorno. Due gay sono stati colti in fallo (proprio fallo) con «slip e pantaloni scesi», come cita testualmente il rapporto dell'Arma, e hanno trovato la via comoda di difendersi urlacchiando alla discriminazione omofoba. Se fossero stati etero, si sarebbero un po' vergognati, magari cercando comprensione nel maresciallo («l'estate... la tempesta ormonale... l'uomo non è di legno... lei mi capisce, vero?»). Essendo omo hanno detto che quello era solo un bacio (bacio? Ma dove?) e che i carabinieri hanno agito per odio gay. E i pantaloni scesi? E gli slip? Niente da dichiarare. Del resto, si sa, la passione a volte ti fa restare in mutande. A volte, persino senza.
Il fatto è che immediatamente questa versione è stata presa per buona. Ed è scattata automatica la solidarietà gay. Sono intervenuti almeno cinque ministri (Ferrero, Pollastrini, Turco, Pecoraro Scanio e Bindi), ex ministri, sottosegretari, radicali, giornalisti, editorialisti, filosofi, Arcigay, Gaylib, circoli culturali e persino il procuratore generale della Cassazione, che è arrivato direttamente alla sentenza («Non è atto osceno»). senza bisogno nemmeno della Corte d'Appello. Michele Serra su Repubblica s'è commosso pensando alle «stelle brillarelle» sotto il cielo del Colosseo (romantico), la sociologa Chiara Saraceno già che c'era se l'è presa con Internet e videotelefonini (non c'entra nulla ma non fa mai male). Il circolo Mieli ha invitato tutti per un bacio collettivo al Colosseo, mentre altre manifestazioni del genere sono state organizzate nel resto d'Italia: Vattimo non ci sarà, Cecchi Paone invece sì, la Pollastrini lancia una campagna di settembre per il rispetto delle differenze, Luxuria ha già pronta un'interrogazione (probabilmente a risposta orale), ma Pecoraro Scanio vuole addirittura una legge. E allora perché non una commissione d'inchiesta? Sarebbe meraviglioso: commissione d'inchiesta sul P2, dove due sta per i soggetti denunciati e «p» non si può dire.
Ci mancavano solo gli interventi di D'Alema («Gay fateci sognare»), di Fassino («Baciamo una banca?») e di Prodi (sentito il parere dell'esperto Sircana) e il quadro era completo. Hanno parlato tutti. Eppure nessuno ha preso in considerazione, nemmeno per un attimo, il rapporto dei carabinieri. Nessuno ha pensato che in fondo di baci omosessuali se ne sono visti tanti, dai gay pride ai matrimoni gay, al cinema e nelle fiction tv, e mai nessuna volante è intervenuta con le manette. Suvvia, siamo seri: se quello al Colosseo fosse stato davvero un bacio, non ci sarebbe stata nessuna denuncia. Sarebbe stato meglio per tutti: noi ci avremmo guadagnato un po' di tempo, le associazioni gay avrebbero perso al massimo un po' di visibilità. Gli unici a rimetterci davvero sarebbero stati i ministri del governo Prodi: sul bacio gay, infatti, si sono schierati tutti dalla stessa parte. Per una volta, senza litigare. Che sfortuna: ormai riescono ad andare d'accordo solo su una cosa che non esiste.

Giordano per il Giornale

Postato da: antiKomunista alle 17:29 | link | commenti (22) |
politicallyscorrect

PENSIERO MATTUTINO

Da cattolico ho sempre pensato che partiti come Udeur e Udc fossero i peggiori. Pieni di gente che sventola valori in cui non crede assolutamente. Partiti uniti dal collante del potere. Insomma...pieni di mele marce.

Postato da: antiKomunista alle 11:10 | link | commenti (8) |
pensieromattutino

Una risposta dovuta a qualcuno di voi

SIlvio non è mafioso (ma continuerete  a dire il contrario)


"Smentita in modo assoluto ed indiscutibile la campagna mediatica pesantemente diffamatoria condotta per anni in danno della Fininvest": la società annuncia che il consulente della procura di Palermo Francesco Giuffrida ha sottoscritto una transazione che pone fine alla causa civile avviata nei suoi confronti dalla stessa Fininvest. La questione riguardava i sospetti di presunti contributi di capitali mafiosi all'origine della stessa Fininvest. L'azione era stata avviata ''a seguito di una consulenza da lui eseguita per conto della Procura della Repubblica di Palermo, riguardante la ricostruzione degli apporti finanziari intervenuti alle origini del gruppo Fininvest. La transazione firmata dal Dott. Giuffrida, per l'estrema importanza dei suoi contenuti, smentisce in modo assoluto ed indiscutibile - prosegue la nota Fininvest - la campagna mediatica pesantemente diffamatoria condotta per anni in danno della Fininvest. Il testo della transazione e' integralmente disponibile presso il sito internet: www.fininvest.it''.

Nel 1997 la Procura di Palermo, in seguito a dichiarazioni di alcuni pentiti di mafia secondo i quali la Fininvest avrebbe beneficiato dell'apporto di capitali di provenienza mafiosa, affido' infatti a Giuffrida - si ricorda nella transazione - l'incarico di ''verificare la legittimita' degli apporti finanziaria intervenuti alle origini della Fininvest da parte di soggetti terzi''. Per otto delle operazioni esaminate - si ricorda ancora nella transazione - ''il dott. Giuffrida non era riuscito ad identificare l'origine della provvista. Il che aveva generato nell'opinione pubblica la convinzione che la societa' potesse avere effettivamente goduto dell'apporto di capitali di provenienza mafiosa''. La Fininvest - dopo la definizione in primo grado del procedimento penale in cui Giuffrida era consulente del PM - nel 2006 e' ricorsa al Tribunale Ordinario di Palermo contro Giuffrida sostenendo che lo stesso consulente avrebbe potuto ricostruire ognuna delle otto operazioni accertando che l'origine delle provviste ''era pacificamente riveniente da persone, fisiche o giudidiche, tutte immediatamente riferibili all'allora costituendo Gruppo Fininvest e quindi senza alcun afflusso di denaro dall'esterno''. Giuffrida ribatteva che la sua consulenza risultava ''parziale e non completa in quanto rappresentava solo una prima ipotesi di lavoro, che avrebbe potuto poi essere integrata e modificata a seguito di ulteriori approfondimenti tecnici e documentali. Approfondimenti che tuttavia mai vennero effettuarti a causa dello scadere dei termini per le indagini preliminari e della successiva archiviazione del procedimento''.

In sede di transazione - si legge nell'atto - ''il dott. Giuffrida, all'esito di una prospettazione maggiormente organica delle operazioni poste oggi alla cognizione del Tribunale Ordinario di Palermo'' e della relativa documentazione ''riconosce i limiti delle conclusioni rassegnate nel proprio elaborato e delle dichiarazioni rese al dibattimento ed inoltre che le predette operazioni oggetto del suo esame consulenziale erano tutte ricostruibili e tali da escludere l'apporto di capitali di provenienza esterna al gruppo Fininvest''.

A sua volta la Finvest ha riconosciuto ''che i limiti della consulenza del dott. Giuffrida non sono dipesi da sua negligenza ma da eventi estranei alla sua volonta'-scadenza dei termini e successiva archiviazione del procededimento - che lo hanno indotto a conclusioni parziali e non definitive''.

"Silvio Berlusconi ha creato ricchezza e decine di migliaia di posti di lavoro in modo assolutamente corretto. Questo e' tutto cio' che si evidenzia dopo anni e anni di inattendibili ricostruzioni. Oscuri giornalisti sono diventati famosi e analfabeti di ritorno sono diventati scrittori, diffamando Silvio Berlusconi in merito all'origine del suo patrimonio. La transazione sottoscritta dal tecnico della Banca d'Italia e consulente della Procura di Palermo Dottor Francesco Giuffrida dimostra inequivocabilmente l'assoluta infondatezza di ogni ipotesi di illiceita' o carenza di trasparenza dell'origine del denaro utilizzato per fondare la Fininvest. Denaro lecito, derivante da operazioni finanziarie tutte ricostruite fino all'ultimo centesimo". Lo dichiara il senatore Niccolo' Ghedini (FI), legale del presidente di FI, Silvio Berlusconi.

"Molti, e fra questi anche politici di rilievo dell'attuale maggioranza, - continua Ghedini - dovrebbero scusarsi per aver tentato negli anni passati di strumentalizzare vicende del tutto infondate. Solo la volonta' e la pervicacia di Silvio Berlusconi hanno consentito di dimostrare la realta' e la verita' dei fatti ma in questo paese, dove si diviene garantisti soltanto per difendere i propri amici, la coerenza e' un mero auspicio e la decenza e' del tutto inesistente. Rimane un dato oggettivo: Silvio Berlusconi e la Fininvest hanno sempre agito con totale e assoluta correttezza"
Da Tg Com

Postato da: antiKomunista alle 10:49 | link | commenti (21) |
news

domenica, 22 luglio 2007
ARTICOLI RUBATI - 113

SUPERCIUK...

Dal Giornale

«Riforma peggiorativa», «non ha niente di sinistra», «avete perso un elettore», «Prodi se ne vada a casa con le sue promesse e ritorni Berlusconi». Non tira aria di accordo sulle pensioni, nella pagina delle lettere di Liberazione, il quotidiano di Rifondazione comunista diretto da Piero Sansonetti.
Anzi, per spiegare la riforma si rispolvera la teoria di «un grande precursore» del premier Romano Prodi: Superciuk, il nemico del fumetto Alan Ford impegnato a «difendere i ricchi dallo strapotere dei poveri». «Molte decisioni della politica italiana degli ultimi tempi» la mettono in pratica - spiega il lettore - è questo il vantaggio di aver votato Unione: un’inondazione di bugie». «Forse bastava l’altro governo e anche senza la concertazione».
Ma sono molti a rimpiangere la riforma del governo Berlusconi: «L’accordo raggiunto è peggiorativo - fa i suoi conti un altro - almeno la Maroni teneva fissi i 35 anni di contributi».
«Parere negativo» ufficiale arriva dal circolo Gramsci delle Officine di Trenitalia: «Con la Maroni si andava in pensione a 60 anni, con la nuova a 62. Questa non è una riforma ma una controriforma, non ha niente di sinistra».
Uno dei più indulgenti considera la rifoma Prodi «una Maroni un po’ diluita. Con buona pace (anzi pessima) di quanto scritto nel programma elettorale dell’Unione». Ma si aspetta una reazione: Vedremo cosa ne diranno i lavoratori. Vedremo se passerà al Senato».
Il tradimento del programma di governo è uno dei motivi di rabbia più diffusi: «Sono molto scontento - confessa un lettore romano -, gli accordi evidentemente non servono a nulla. A cosa è servito riempire 280 interminabili pagine? Cosa è cambiato, da allora, da doverci indurre ad accettare condizioni così tanto peggiorative?».
Sentenzia un deluso: «Ho votato per questo governo solo ed esclusivamente perché volevo l’abolizione dello scalone. Siccome così non sarà tanto vale che Prodi e le sue promesse se ne vadano a casa e che ritorni Berlusconi». Due segretari di sezione di Frosinone chiedono passi concreti ai vertici del Prc: «Le prime dichiarazioni di commento dei nostri dirigenti nazionali sono inadeguate. Dovrebbero contemplare l’onestà intellettuale e ammettere l’evidenza».
«Troppe concessioni», lamenta un lettore che considera «una polpetta avvelenata» la «storia dei lavori usuranti».
Un compagno bolognese protesta: «Più passa il tempo più mi incazzo, non è possibile che questo accordo vada in porto con il nostro consenso. Se vogliono peggiorare il testo Maroni facciano pure da soli. Non possiamo accettare diktat di questa portata. A questo punto la nostra presenza al governo non ha nessun senso, e lasciare Prodi ha più senso del ’98. In un anno abbiamo inghiottito troppi rospi».
Chi non vuole ingoiare più niente scrive la sua lettera d’addio: «Caro Sansonetti, caro Bertinotti, caro Giordano, se il Prc accetta questo accordo, avrete comunque perso almeno un lettore e almeno un voto. Questa sarebbe l’ultima goccia. Avete già ingoiato tutto il resto».

Postato da: antiKomunista alle 10:22 | link | commenti (14) |
articolirubati

PENSIERO MATTUTINO

Mentre ormai anche i trinariciuti stanno cominciando a capire che razza di intrallazzatori ed affaristi siano D'Alema e Fassino, è comunque doveroso ringraziare la Farnesina e la Boniver per aver ottenuto la liberazione di padre Bossi. Forse l'unica cosa decente di questo governo in decomposizione.

Postato da: antiKomunista alle 10:17 | link | commenti (29) |
pensieromattutino

giovedì, 19 luglio 2007
BARZELLETTE ROSSE

Le 100 idee di Prodi per risolvere il quiz Alitalia:
1) Regalarla ai sindacati
2) Regalarla a De Benedetti
3) niente
gli altri 97 punti sono uguali al terzo.

Postato da: antiKomunista alle 21:50 | link | commenti (20) |
barzelletterosse

martedì, 17 luglio 2007
PENSIERO POMERIDIANO

Ops..se il Corriere si interessa di Prodi per via delle utenze wind e della presunta nuova tangentopoli...non è più credibile...e ora pure Sircana (a suo tempo graziato dai media)...parla come Berlusconi. Diamine..ma cosa succede?
:-))))

Postato da: antiKomunista alle 16:32 | link | commenti (14) |
pendieropomeridiano

PENSIERO MATTUTINO

Toh..il tesoretto è sparito! E ci troviamo, grazie a questo governo in decomposizione, un buco da oltre 50 miliardi di euro.
Chapeau mr Prodi!

Postato da: antiKomunista alle 11:21 | link | commenti (18) |
pensieromattutino

domenica, 15 luglio 2007
NEWS

IL RAGNO...
Dal Giornale di oggi

Il nome in codice «Ragno» sembra uscito da una mediocre spy story in edizione economica. In effetti, si tratta di spionaggio, ma di un tipo particolare: spionaggio fiscale. «Ragno» è infatti il nome del sistema informatico che, nei piani del viceministro delle Finanze Vincenzo Visco, servirà a stanare l’evasore indagando non soltanto nella sua dichiarazione dei redditi personale, ma allargando la ricerca alla sua «famiglia fiscale».
Proprio come il ragno, il contribuente ha infatti un corpo centrale e molte zampe: una zampa è rappresentata dagli immobili che a lui fanno, in qualche modo, riferimento; una seconda zampa è rappresentata dall’automobile di proprietà, magari una costosa berlina o un «Suv»; la terza zampa è il reddito dichiarato; la quarta è, appunto, quella della «famiglia fiscale», moglie e figli. La struttura del sistema «Ragno» consente, con un semplice clic sul corpo del soggetto indagato, di passare a tutte le altre informazioni disponibili (le zampe) e cliccare successivamente sui vari punti per ottenere, sulla schermata video, ogni informazione disponibile sulla famiglia fiscale. Si può partire da un punto qualsiasi, persino dalla targa di un’automobile, per arrivare a tutte le altre informazioni in tempo reale. Esempio: una pattuglia della Guardia di finanza ferma una vettura per controllarla; partendo dalla targa si ottiene il nome del proprietario, la congruità della dichiarazione dei redditi con il possesso, magari, di un’auto di lusso; e tutti gli altri dati acquisiti in base alla legge Bersani (ad esempio, il valore reale di un atto di compravendita immobiliare).
Con questa dovizia di particolari, il sistema «Ragno» è stato illustrato lo scorso mese di giugno a Vincenzo Visco, durante una riunione alla Sogei, dal presidente della società Gilberto Ricci e dall’amministratore delegato Valerio Zappalà. La nuova procedura, in corso di realizzazione, ha l’obiettivo di ricostruire, come abbiamo visto, la famiglia fiscale del soggetto in esame e in questo modo verificarne le potenzialità economiche rispetto alla dichiarazione dei redditi presentata. La Sogei ha già realizzato un archivio di prova con 40mila soggetti, sui quali sono stati raccolti i dati relativi al periodo 1999-2005, collegati con i loro familiari. L’obiettivo è quello di estendere «Ragno» all’universo dei contribuenti italiani. Ma non solo. Sarà possibile anche collegare il soggetto a eventuali accertamenti fiscali subiti in passato. E la Sogei sta stipulando con Infocamere - la banca dati delle Camere di commercio - un accordo per ottenere altre informazioni, come la presenza di ciascun contribuente in una o più società e i ruoli che vi ricopre.
 Fin qui «Ragno». Ma la caccia all’evasore prosegue anche con «Geopoi» , un sistema di georeferenziazione che permetterà - è stato spiegato a Visco dai dirigenti della Sogei - di effettuare analisi territoriali sulla base di mappe integrate telematicamente con banche dati. Esempio: cliccando su un quartiere di una città si possono ottenere in evidenza tutti i ristoranti della zona: se risultano di colore rosso, non hanno subito accertamenti; in nero sono i ristoranti accertati fino al 2003; in bianco quelli regolarmente controllati negli ultimi anni; in verde, i ristoranti con accertamento e condono. Questo vale, ovviamente, per tutte le attività, dagli autoricambi ai dentisti. Ogni ristorante può essere collegato con le utenze (elettricità, gas, acqua) e con altri dati, per una valutazione di congruità.
Il «Grande fratello fiscale» dunque allarga a dismisura la sua tela nei confronti del cittadino contribuente e dei suoi familiari. E poco importa se, poi, il fratello è rappresentato dal viso di una giovane donna - chiamata, chissà perché, Betty - nel suo ruolo di «assistente virtuale» nella compilazione telematica del modello «F24 WEB». Sarà Betty, infatti, a guidare a voce il contribuente che lavorerà direttamente online, senza scaricare il modulo. Scordavamo: sarà automatico anche il controllo sull’eventuale ritardo nel versamento, e sempre automatico il calcolo di interessi e penali. Non mancheranno novità nella fiscalità locale, coi programmi «Magister», che fornirà in tempo reale statistiche sul gettito, e «Cent», che è un cruscotto per i Comuni con dati integrati delle diverse Agenzie fiscali.
Non è dato sapere se il viceministro dell’Economia sia rimasto soddisfatto da questa presentazione in pieno stile Spectre. Verrebbe da chiedere al garante della privacy, professor Pizzetti - che l’altro giorno ha lanciato un vero e proprio allarme sulla violazione continua del diritto alla riservatezza dei cittadini italiani - se sia soddisfatto lui. Non dovrebbe esserlo. «C’è un bit di Sogei in molti momenti della vita degli italiani», recita lo slogan dell’azienda che gestisce l’anagrafe tributaria e quella dei conti correnti. Forse i bit stanno per diventare troppi.

Postato da: antiKomunista alle 17:35 | link | commenti (43) |
news

sabato, 14 luglio 2007
PENSIERO POMERIDIANO

Il coprofago e indegno comico Daniele Fabbri ha detto che vuole carta bianca. Rispondo come il mitico Totò: "E ci si pulisca il culo".
P.S.: Non so se sapete come C. Rocca abbia smascherato il nostro.

Allego:
Un suo fan mi ha segnalato che nel suo nuovo libro mi smaschera, mi sputtana eccetera. Ho sfogliato il libro alla Feltrinelli e mi sono fatto parecchie risate. Luttazzi torna sulla questione Nigergate su cui non capì nulla allora che era calda, figuriamoci adesso che è stata archiviata pure dagli avversari di Bush, dalla magistratura e dalla politica. Luttazzi scrive le solite parole in libertà, ma chissenefrega: stiamo parlando di un comico, anche se gioca al piccolo rivoluzionario. Di rivoluzionari, in natura, ne ho visti di più solidi, quasi nessuno per esempio tra gli ex consiglieri comunali della Dc. Comunque, ho finalmente capito perché sul suo blog il comico democristiano mi aveva così duramente attaccato. Indirettamente lo svela nel libro. Ce l'ha con me perché un giorno mi accorsi che imitava battute, mosse e rubriche dallo show di Letterman. Le imitava alla lettera e da poco era perfettamente riscontrabile grazie a Raisat. Lui replicò a Repubblica (non si capisce bene perché proprio a Repubblica, ma deve essere una tattica obliqua tipica del politico democristiano), chiedendo le prove. Gliele fornii, con il plauso del fan club italiano di Letterman. Luttazzi (vero nome Daniele Fabbri, ma le iniziali D.F. non coincidevano con quelle di Dave Letterman, D.L., così s'è fatto chiamare Daniele Luttazzi, giust'appunto D.L., come Letterman) se l'è segnata e s'è voluto vendicare. C'è riuscito, fa molto ridere.
25 giugno, C Rocca

Postato da: antiKomunista alle 14:38 | link | commenti (39) |
pendieropomeridiano

giovedì, 12 luglio 2007
PENSIERO POMERIDIANO

Dov'è rifondazione comunista, dov'è il cattolico adulto Prodi e lo statista baffino...dove sono gli straccioni benpensanti ed ipocriti, i pacifisti a senso unico e dunque pacifinti, dove sono a gridare in piazza il loro, questa volta, "liberiamolo"?  Dove sono le pie Sgrena, le due tonte? Dove sono i giornalisti a gridare aiuto?...Se si tratta di liberare un prete dagli integralisti, lasciate pure perdere. Ma quella tonaca nera non era lì per dire quanto siete bravi terroristi, nè per far finta di essere volontario. Aiutava ed aiuta i più bisognosi. L'altro ieri i suoi agguzzini hanno decapitato dieci soldati che cercavano questo sconosciuto, in Italia, padre Bossi. Ma a chi volete che importi, in quest'italietta da pattume?
Questa si chiama dittatura ed egemonia culturale. Mi fate schifo, giornalisti ed ipocriti rossi.

Postato da: antiKomunista alle 15:56 | link | commenti (25) |
pendieropomeridiano

mercoledì, 11 luglio 2007
POLITICALLY SCORRECT - 88

QUANTE BALLE...

Piove, concerto ladro. Ma li avete visti i grandi cantanti ecologicamente compatibili? Non hanno fatto in tempo a salire sul palcoscenico planetario per salvare a colpi d'ugola la natura, il mondo, l'universo e magari, già che ci siamo, anche il loro portafoglio, e zac, che ti succede? Salta fuori, proprio in mezzo al bio rock intercontinentale, la notizia che la desertificazione del pianeta è momentaneamente sospesa. Ci scusiamo per il disagio: il catastrofismo riprenderà non appena possibile. Lo scorso giugno, in effetti, è stato, almeno in Italia, il più piovoso degli ultimi 200 anni. Avete capito bene: il più piovoso. Cammelli a Casalbuttano? Casalpusterlengo provincia del Sahara? Tuareg in transito nell'oasi di Pizzighettone? Macché. Persino lo strombazzatissimo livello del Po è tornato normale. Lo giuro: non è un miraggio. E nemmeno un miracolo, nonostante l'apparizione di Madonna.
Il fatto è che loro se la cantano e se la suonano. Evviva. Che c'è di meglio, per stordirsi, che un po' di musica, le sette note e i sette impegni per salvare il mondo, naturalmente il sette luglio del duemilasette? Wow, ve ne siete accorti? Tutto questo «sette» (7) fa così magico: la cabala riuscirà, vedrete. Tutti diventeranno buoni, o in alternativa Bon Jovi: l'effetto serra sparirà, i consumi si ridurranno, la Terra sorriderà. E se nel frattempo, per organizzare il maxi concerto, si sono bruciate risorse naturali in quantità ciclopica, chi se ne importa? E chi se ne importa se si è generato più smog di quello che tutti i partecipanti al concerto potranno mai evitare con il loro comportamento «carbon neutral»? Balla che ti passa. E appena esci, compra il prossimo disco delle bio-star. Mi raccomando: amano molto l'ambiente ma non sopportano di restare al verde.
Del resto, l'organizzatore dell'evento, il mitico Al Gore, l'uomo che vive in due lussuosissime ville e chiede agli altri di limitare i consumi, ci ha avvisato: ci resta poco tempo. Se non cambiamo vita, fra dieci anni il mondo sparirà. Il Wwf, ameno circolo di inguaribili ottimisti, dice invece che il mondo sparirà nel 2050. Non male: ci abbiamo guadagnato trent'anni. È già qualcosa, anche se è nulla rispetto a quello che guadagnano loro con i concerti. Ma, cantando sotto la pioggia, mi viene un dubbio: questi geni delle previsioni sono gli stessi, per caso, che nel 1972 scrissero il famoso rapporto sulla fine del pianeta? Quelli per cui l'oro si doveva esaurire nel 1981, il petrolio nel '92, il gas nel '93 e l'uomo di conseguenza subito dopo? Evidentemente non è andata così: l'oro non si è esaurito, il petrolio neppure, e l'uomo men che meno. Tocchiamo ferro, che intanto neppure quello è esaurito. Purtroppo, però, non si sono esaurite nemmeno le nostre cassandre. Ricordate? Quelli che ora lanciano quotidiane grida d'allarme per il surriscaldamento del pianeta, sono gli stessi che nel 1973 sottoscrivevano preoccupati documenti per denunciare il rischio di una «nuova era glaciale». D'altra parte, quelli che ogni giorno ci annunciano quel che accadrà all’universo nei secoli futuri, sono gli stessi che sbagliano le previsioni meteo della prossima settimana. San Bernacca, patrono delle isobare, mi perdonerà l’ingenua domanda: come fanno i guru del microclima cangiante a dirci con certezza la temperatura sulle Alpi a fine secolo, quando non azzeccano quella di dopodomani?
Eppure li sentite, no? Parlano tutti fieri, prima e dopo i mega concerti. Sanno addirittura che fra 4 o 5 miliardi di anni il sole sparirà. E nessuno pone dubbi: tanto chi può verificare? Ma ora che sappiamo che il sole non ci sarà più fra 4 o 5 miliardi di anni, scusate, è possibile sapere se per caso ci sarà domani mattina ad Albissola o a Gabicce Mare? Lo chiediamo umilmente. Ma in mezzo all'inondazione di musica, il pensiero non può fare a meno di correre veloce come un accordo dei Red Hot Chili Peppers alle note steccate dell'allarme siccità.
Ricordate? Sono passate appena poche settimane. Il Po sotto il livello di guardia, i laghi in secca, i ghiacciai sciolti, la task force di tecnici il piano d'emergenza e il Paese assetato. Si diceva e si scriveva di tutto: esperti che consigliavano dalle colonne di autorevoli quotidiani di non lavarsi più di una volta a settimana e di andare in bagno senza tirare lo sciacquone. Vietato cambiare canottiera e mutande, la doccia equiparata a un attentato contro l'umanità. Suggerimenti che vagavano come un lieve tanfo per le strade del continente all'insegna del motto: ascelle pezzate di tutt'Europa unitevi. In quei giorni prosciugati di acqua e di buon senso, si prevedeva che a inizio estate tutto rimanesse a secco, a parte naturalmente l'inondazione di catastrofi: fabbriche chiuse, campi bruciati e fiumi ridotti a sassaie. Sarà un giugno torrido, si diceva. Senza nuvole né un filo di pioggia. Moriremo di sete. Risultato? Ve l’abbiamo anticipato. È stato il giugno più piovoso degli ultimi 200 anni. E luglio comincia bene: la pioggia è già arrivata e dopo il weekend ne arriverà altra (ammesso che le previsioni non sbaglino ancora). I laghi sono tornati al di sopra dei livelli di guardia e il Po non se la passa male. Meglio così, no? Lavatevi pure le ascelle, cambiatevi la canottiera e risparmiatevi un po' d'angoscia. Ma non ditelo troppo forte: the show must go on, lo spettacolo deve continuare. Musica maestro: sul palco star e vecchie glorie, giovani rampanti e stelle cadenti, tutti uniti dai buoni propositi del bio-rock. Che ci volete fare? Le previsioni dicono che altrimenti spariremo, e alle previsioni bisogna sempre credere. Così salveremo il mondo. O, se non altro, qualche carriera.

Mario Giordano

Postato da: antiKomunista alle 09:45 | link | commenti (7) |
politicallyscorrect

NEWS

AVEVA RAGIONE BERLUSCONI....

Dovrei iniziare l’articolo scusandomi coi lettori, perché noi de Il Giornale, questa storia di voti adulterati, contraffatti e mercanteggiati a cavallo fra urne taroccate, continenti e oceani, l’abbiamo già raccontata tre volte. Ma anche la quarta serve, perché in Italia la verità si afferma solo per martellamenti progressivi: allora infatti i lettori ci credettero, ma la stampa registrò le nostre cronache con dissimulato ma percepibile scetticismo. Oggi, dopo il video di Repubblica, molti che allora preferirono non vedere aprono gli occhi, e scoprono che il nostro Parlamento appeso ai voti dei Pallaro e delle Olga Thaler sulla base di un voto sostanzialmente irregolare: quello degli italiani all’estero.
Iniziammo a curiosare su quel surreale scrutinio con una inchiesta a puntate su questa testata, nel maggio 2006, quando il risultato era ancora caldo. Partendo (apparentemente) da un dettaglio, una disputa in casa diessina sulla mancata elezione della senatrice italo-argentina Mirella Giai (una candidata ingiustamente privata del seggio) scoprimmo che in tutta la procedura c'erano infinite magagne, e che i nostri italiani all’estero erano una sorta di tribù separata, «elettori di un Dio minore». Che ci fossero molti dubbi, su quel voto, non è un mistero. Il primo a denunciarli, a onor del vero, fu l’ex ministro Mirko Tremaglia, sole ventiquattr’ore dopo lo spoglio. Ma Tremaglia era testimone «di parte» - dissero - reduce da una sconfitta personale con la sua lista, il suo dossier non arrivò sui giornali (a parte il nostro). Certo, era una «prima volta» e molto pesò l'esordio di un meccanismo mai rodato. Ma le testimonianze indicavano molto più di generiche disfunzioni organizzative. Intervistai un insospettabile, Antonio Bruzzese (sindacalista Cgil, responsabile Inca Sudamerica) che rivelò come si svolgevano la competizione in quel continente: «Il clima era tale - spiegò - che le poste del Venezuela mi offrirono 10mila tagliandi elettorali da trasformare in voti». Un'offerta che per fortuna Bruzzese rifiutò (ma di cui forse altri meno onesti approfittarono). E se non erano le poste, a mettere all'asta i cedolini, non mancavano altri sistemi. «Davvero - mi diceva ancora Bruzzese - lei non ha capito come funzionava? La metà degli aventi diritto manco sapevano di poter votare. Coi loro tagliandi si andava al seggio, e si votava direttamente». E se gli chiedevi come si potesse senza documenti di identità, rideva amaro: «Macché documenti! Lei non ha idea di cosa è successo qui» (l’intervista, sia detto per inciso, gli costò l’incarico).

 Aveva ragione Bruzzese: nessun giornalista italiano sapeva cosa accadeva. Nessun quotidiano pensò che valesse la pena seguire quel voto, noi recuperammo dopo. Fu così che il Giornale con una breve inchiesta prese come bandolo della matassa quel piccolo-grande episodio: il «ribaltone» con cui la commissione elettorale aveva proclamato e detronizzato - in pochi giorni - la senatrice Mirella Giai (figura prestigiosa della comunità italiana in Venezuela). Suscitammo un putiferio riferendo il dialogo (perlomeno imbarazzante) con cui un messo di Piero Fassino, Norberto Lombardi (immortalato in un documentario commissionato, ma mai trasmesso da Sky, Hermanos de Italia) si rivolse alla neo-ex-senatrice, che denunciava il non trasparente conteggio con cui era scavallata alla posizione di prima non eletta: «Abbiamo interesse a non far muovere paglia - le diceva Natali - perché sennò ci salta tutto il baldacchino!». Solo per aver riferito questo dialogo Lombardi ha querelato chi scrive e il direttore di questo giornale (ma il testo era stenografico: se c’era illecito avrebbe dovuto auto-citarsi!). Per la cronaca: la Giai riuscì anche a provare con esempi concreti il tenore delle operazioni: 130 voti a suo nome nel seggio 619 di Caracas - ad esempio - furono spostati sul suo avversario Pollastri, mentre i 16 voti ottenuti da lui erano stati attribuiti a lei. Lo dicevano i verbali: presentò un ricorso, ma ancora oggi (ovvio...) il Senato non ha deliberato sulla pratica. L’ho incontrata anche al congresso dei Ds di Firenze: «Aspetto giustizia».
Seguendo la storia arrivammo al vero «mattatoio elettorale», il seggio estero di Castelnuovo di Porto, dove tutte le cronache narravano di uno scrutinio a dir poco surreale. Sotto garanzia di anonimato una scrutatrice, (presente quella notte) ci raccontò che il meccanismo aveva una falla pazzesca: «I tagliandi elettorali arrivavano chiusi in una busta. E i voti chiusi in un'altra, e sigillati. Se le buste con i voti fossero state sostituite in partenza, nel tragitto, o all’arrivo, nessuno di noi avrebbe potuto verificarlo, chiaro?». Ci raccontò poi che «i conti non tornavano mai», che «i presidenti alteravano i dati per pareggiare le cifre», che «nel caos i rappresentanti di lista ronzavano come mosche intorno ai mucchi di bianche.
 e nulle». Pensammo che i magistrati e la commissione del Senato ci avrebbero chiamati il giorno dopo. Non lo fecero né gli uni né gli altri, né allora ne mai. È vero, il «baldacchino» non poteva saltare. E oggi?

Luca Telese per il Giornal
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ARTICOLI RUBATI - 112

CHE PROGRESSISTI, PRIMA PARLANO DI DEMOCRAZIA E POI…

di Antonio Socci

E’ un grande pontefice, papa Benedetto, e avrà un’importanza storica per la Chiesa. E da oggi, col ritorno alla libertà di celebrare anche la Messa in latino, certi “progressisti” scateneranno una guerra feroce contro di lui. Magari inventandosi falsamente il ripristino della controversa preghiera sugli ebrei, che invece non c’è affatto. Sono tanti i segni del coraggio di quest’uomo, che è mite e gentile, ma anche deciso a “non anteporre nulla a Dio” e a “non fuggire davanti ai lupi”.

Di recente la lettera ai cattolici cinesi (per riunire le due chiese e reclamare libertà dal regime) e l’altroieri il simbolico riconoscimento del “martirio” degli ottocento abitanti di Otrano che furono decapitati nel 1480 dai musulmani invasori perché non vollero rinnegare Gesù Cristo.

Ma soprattutto ha un grande peso questo Motu proprio con cui il papa restituisce alla Chiesa, accanto alla messa in italiano, la sua bimillenaria liturgia latina che – con un colpo di mano – era stata spazzata via nel 1969 contravvenendo alle regole della Chiesa stessa. La liturgia per la Chiesa racchiude tutto il suo tesoro, cioè “l’integrità della fede, perché la legge della preghiera della Chiesa corrisponde alla sua legge di fede”. E dunque il Messale latino non poteva essere messo fuorilegge (infatti giuridicamente è sempre stato valido).

Nel delirio post-conciliare l’intolleranza progressista riuscì a far credere che fosse stato messo al bando. Fu quello il tempo di una spaventosa apostasia di fedeli e un’apocalittica crisi del clero: dal 1965 circa 100 mila sacerdoti abbandonarono l’abito e 107.600 monache e suore lasciarono le loro congregazioni fra 1966 e 1988. Una tragedia senza eguali nella storia della Chiesa. Segno, per una mente cristiana, che Dio non aveva benedetto certi “rinnovamenti” che si dicevano “conciliari”, ma anzi ne era disgustato (Benedetto XVI infatti denuncia “deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile”).

Da cardinale, Ratzinger definì il colpo di mano contro la liturgia tradizionale come “una rottura” dalle conseguenze “tragiche”. Un grande laico come Giuseppe Prezzolini, nel 1969 – l’anno della riforma liturgica – scrisse un editoriale intitolato: “La liquidazione della Chiesa”. Pur essendo agnostico, constatava amaramente la febbre rivoluzionaria che aveva fatto irruzione nella Chiesa riducendola a una caricatura delle “sette protestanti” e della “civiltà moderna”.

Fu soprattutto la grande cultura laica a denunciare l’immensa perdita rappresentata dalla cancellazione dell’antica liturgia cattolica che aveva letteralmente dato forma alla cultura europea. Due appelli pubbici, nel 1966 e nel 1971, uscirono in difesa della Messa di s. Pio V, come grande patrimonio spirituale e culturale. E furono firmati dalle più grandi personalità della cultura come Borges, De Chirico, Elena Croce, W. H. Auden, Bresson, Dreyer, Del Noce, Julien Green, Maritain, Montale, Cristina Campo, Mauriac, Quasimodo, Evelyn Waugh, Maria Zambrano, Elémire Zolla, Gabriel Marcel, Salvador De Madariaga, Contini, Devoto, Macchia, Pallottino, Paratore, Bassani, Luzi, Piovene, Andrés Segovia, Harold Acton, Agatha Christie, Graham Greene e il pure direttore del “Times”, William Rees-Mogg.

Fu inutile. Ormai la sbornia progressista (o meglio: “la dittatura del relativismo”) dilagava nella Chiesa e pretendeva di fare a pezzi la sua tradizione. Anni dopo fu boicottato perfino Giovanni Paolo II quando varò uno speciale indulto, addirittura con due documenti, nel 1984 e nel 1988, affermando che la Messa di san Pio V non era mai stata abolita e la si poteva celebrare col permesso del vescovo. Il Papa aveva esortato “i Vescovi ad usare largamente e generosamente tale facoltà in favore di tutti i fedeli che lo richiedessero”, ma parte dei vescovi fece il contrario e di fatto annullò l’importante atto pontificio. Certi vescovi hanno dato locali per pregare ai musulmani, ma li hanno negati per le messe tradizionali.

Dunque oggi, alla luce di questi abusi d’autorità, Benedetto XVI vara un Motu proprio dove i diritti del popolo cristiano sono protetti da Pietro stesso e non rimessi all’arbitrio dell’episcopato. Alberto Melloni, due giorni fa, sul Corriere della sera, ha dato sfogo alla rabbia della fazione progressista, arrivando addirittura a definire il Motu proprio come “uno sberleffo villano al Vaticano II”.

E’ buffo. Uno “storico del Concilio” come Melloni ignora che durante il Concilio si celebrava proprio la liturgia a cui oggi il Papa ridà cittadinanza. E ignora che mai il Concilio Vaticano II ha messo fuorilegge questa liturgia: semmai fu l’atto dispotico del 1969 che andava contro il Concilio. Un altro buffo paradosso: questo gruppo di storici “progressisti” che hanno fatto di Giovanni XXIII il loro simbolo, oggi si oppongono proprio al Motu proprio che riconosce la validità del “Messale Romano di Giovanni XXIII” (infatti è l’edizione del 1962 che il papa restituisce alla Chiesa).

E sembrano ignorare il discorso di papa Roncalli del 22 febbraio 1962, alla firma della “Veterum Sapientia”, dove fra l’altro, esaltando la liturgia in latino, spiegò che essa aveva un legame profondo con “la Cattedra di Pietro”. Il papa aggiunse che la lingua latina “fu strumento di diffusione del Vangelo, portata sulle vie consolari quasi a simbolo della più alta unita del Corpo Mistico. (...) E anche quando le nuove lingue delle singole individualità nazionali europee si fecero strada fino a sostituire l'unica lingua di Roma, questa è rimasta nell'uso della Chiesa Romana, nelle saporose espressioni della liturgia, nei documenti solenni della Sede Apostolica, strumento di comunicazione col centro augusto della cristianità”.

Infine riaffermò la sua validità non solo per “motivi storici ed affettivi” ma anche perché “nel presente momento storico” è segno di unità fra i popoli e serve “all’opera di pacificazione e di unificazione”. Anche per “i nuovi popoli che si affacciano fiduciosi alla vita internazionale. Essa infatti non è legata agli interessi di alcuna nazione, è fonte di chiarezza e sicurezza dottrinale, è accessibile a quanti abbiano compiuti studi medi superiori; e soprattutto è veicolo di reciproca comprensione”. Cinque anni dopo la liturgia latina fu in pratica messa al bando. Melloni accusa oggi Benedetto XVI di aver “spezzato” una continuità ed aver esautorato i vescovi. Ma è vero l’esatto contrario: proprio il Novus ordo fu imposto nonostante la bocciatura della maggioranza dei vescovi. E fu la “proibizione” del Messale latino a “spezzare” la continuità millenaria della liturgia. Oggi questi strani progressisti si oppongono alla libertà che invece il papa difende (dà la possibilità di celebrare in “due usi dell’unico rito romano”). E si oppongono ai diritti del popolo cristiano (difesi dal papa). Essi rivendicano l’arbitrio di potere del ceto clericale. E poi parlano di democrazia nella Chiesa! Infine sono oscurantisti perché disprezzano un patrimonio che tutta la migliore cultura esalta.

Benedetto XVI ha affidato le nuove norme alla “potente intercessione di Maria”. E le ha pubblicate nel novantesimo anniversario delle apparizioni di Fatima, in uno dei primi sabati del mese (giorno della Madonna di Fatima), un 7 luglio, lo stesso giorno in cui Pio XII, nel 1952, promulgò la “Sacro vergente anno”, dove finalmente consacrò la Russia al Cuore Immacolato di Maria come richiesto da lei a Fatima. Infine Benedetto XVI vara il suo Motu proprio dal 14 settembre, festa dell’Esaltazione della S. Croce, a ricordare la natura “sacrificale” della Messa che proprio nella riforma del 1969 era stata messa in ombra per avvicinarsi ai protestanti. Col rischio di perdere l’essenziale. Questo atto non è una concessione ai “lefebvriani”, ma il ritrovamento di un tesoro da parte di tutta la Chiesa.

Da “Libero” 8 luglio 2007

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martedì, 03 luglio 2007
ARTICOLI RUBATI - 111

Fallimento Prodi. Deficit al 6,1%

Il rapporto deficit-PIL in Italia si è attestato al 6,1 nel primo trimestre 2007. La spiegazione è semplice. Nonostante una buona crescita delle entrate, attraverso la tassazione, le uscite hanno superato tutte le più rosee aspettative. Singolari, questi dati, che appaiono proprio mentre il governo continua a dire il falso, cioé che hanno messo "i conti a posto". In realtà non hanno nemmeno messo a posto nemmeno il conto della parrucchiera di Rizzo. Incapaciocrati.

(Ansa) ROMA - Il deficit pubblico nel primo trimestre si è attestato al 6,1% del pil. Lo rende noto l'Istat precisando che lo scorso anno il rapporto nello stesso trimestre era stato del 5,9%. Nel primo trimestre dell'anno il saldo primario, cioé l'indebitamento al netto degli interessi passivi, è risultato negativo e pari a 5.384 milioni di euro (-5.301 mln nello stesso trimestre 2006) con un'incidenza negativa sul Pil dell'1,5% a quella registrata nel corrispondente trimestre del 2006. Il saldo corrente, cioé il risparmio, è risultato negativo e pari a 12.376 milioni di euro, contro il valore negativo di 10.771 mln dello stesso periodo 2006, con un'incidenza negativa sul Pil pari al 3,4% (-3,1 nel 2006). Le entrate totali sono aumentate, in termini tendenziali, del 2,9% con un'incidenza sul Pil del 39,4% (40,3 nello stesso periodo 2006). Le entrate correnti sono aumentate invece del 2,9% e le entrate in conto capitale hanno registrato una diminuzione tendenziale dello 0,1%. Le uscite totali sono cresciute del 3,7% e il loro valore in rapporto al Pil è stato del 45,5% (46,2 nel 2006). Le uscite correnti hanno registrato un aumento tendenziale del 3,8% e quelle in conto capitale sono aumentate del 3,2%.
+2,9% ENTRATE TRE MESI, +12,4% INTERESSI
Le entrate correnti nel primo trimestre dell'anno mostrano un aumento tendenziale del 2,9% dovuto alla crescita delle imposte dirette (+6,3%) di quelle indirette (+2,7%) dei contributi sociali (+1,2%). Lo annuncia l'Istat precisando che a questi aumenti corrisponde però una diminuzione delle altre entrate correnti (-0,06%) e soprattutto per quanto riguarda le spese correnti un forte aumento del costo degli interessi passivi sul debito che sono aumentati rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno del 12,4%. Si tratta di 2 miliardi di maggiori spese.

Dal Blog  "Le Guerre civili"

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I capigruppo del centro destra al Senato, Francesco D’Onofrio dell’Udc primo firmatario, Altero Matteoli di An, Mauro Cutrufo della Democrazia Cristiana per l’autonomia, Renato Schifani di Forza Italia, Roberto Castelli della Lega Nord, hanno presentato la  mozione di sfiducia al viceministro dell'Economia Vincenzo Visco. Questo il testo del documento: "Il Senato della Repubblica, considerato che il governo ha già proceduto alla sostituzione del comandante generale della guardia di finanza Generale Roberto Speciale; considerato, invece, che con decreto del ministro dell’Economia Padoa Schioppa è stato avocato in via temporanea l’esercizio dei poteri già delegati al vice ministro Vincenzo Alfonso Visco, limitatamente alle competenze relative alla guardia di finanza; considerato, altresì, che Visco è stato l’ispiratore ed è l’attuatore principale della politica fiscale del governo; impegna il governo: 1) a trasformare in permanente la revoca al vice ministro Visco delle competenze relative alla guardia di finanza; 2) a invitare Visco a rassegnare le dimissioni da vice ministro dell’Economia".(Dal Giornale)

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news

domenica, 01 luglio 2007
comunicazione di servizio

Torno dopo diversi giorni di assenza. Ma che fa questo plastigoverno? Ah...dimenticavo...a qualche trinariciuto vorrei chiedere: "Ma sei davvero sicuro che quanso Padoa Schioppa, senza lo straccio di una prova, abbia attaccato vilmente Speciale, ci abbia preso (a noi beceri destrorsi), a calci in culo?" No..perché più si va avanti, più credo che i calci li stia prendendo proprio lo schioppone e il suo indegno sgoverno....

Postato da: antiKomunista alle 10:52 | link | commenti (4) |
comunicazionediservizio

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