Bugie e dimenticanze
E ora Schifani querela
di Alessandro M. Caprettini (Il Giornale)
Caso Travaglio, il presidente del Senato: "Potevo sapere che 18 anni dopo sarebbero stati condannati per mafia?"
Roma - «Calunniate, calunniate: qualcosa, resterà» predicava Beaumarchais. Passano gli anni, ma non la tentazione. Una volta lo si faceva con discrezione, per non farsi scoprire. Usi e costumi di oggi portano invece dritti sui teleschermi come accade a Marco Travaglio. Che l’altra sera, se n’è uscito da Fabio Fazio con sfumate ma assassine accuse sulle conoscenze mafiose del neo-presidente del Senato.
A Palermo, casualmente davanti alla tv con moglie (già funzionaria della procura generale di Palermo) e figlio, dopo la torta di un compleanno andato a male - ne ha compiuti 58 - Renato Schifani, è rimasto basito dalle allusioni. A chi lo chiamava, offriva spiegazioni politiche dell’agguato: è noto il legame tra Travaglio e Di Pietro che sta sgomitando di brutto per evitare il dialogo tra Pdl e Pd, che Schifani non si stanca di apparecchiare ovunque. Ma agli intimi confessava «una grande amarezza». Un po’ perché il suo è tra i nomi più specchiati nella lotta alla mafia - tant’è che gli si riconosce appieno l’aver trasformato il 41bis (il carcere duro per i mammasantissima) in una normativa stabilizzata, mentre prima si rinnovava di biennio in biennio - ma soprattutto per il «non detto» da Travaglio che, si sa, è uomo d’onore. E che ha deciso di querelare.
Già: perché render noto che nella società di brokeraggio di cui fece parte, c’erano anche Nino Mandalà e Benny D’Agostino che anni dopo sono stati riconosciuti come mafiosi, poteva anche starci. Ma a patto che si rendesse noto pure che nella società, messa su grazie ad accordi con autorevoli broker assicurativi del Nord, Schifani era entrato nel ’79 su richiesta dell’avvocato ed onorevole dc, La Loggia, uno che con la mafia non aveva assolutamente nulla a che fare. Aveva anzi cercato di tirarsi indietro dall’invito a partecipare, accampando scuse economiche da giovane di studio qual era. Ma poi fu convinto a farvi ingresso, versando i 3 decimi di quel 3 per cento di cui risultò proprietario: 1 milione e mezzo o poco più. Non solo: appena un anno e mezzo dopo, liquidò la sua quota (dicembre ’80). E all’epoca Mandalà era rispettato e noto concessionario delle benzine Fina, mentre D’Agostino faceva parte di una famiglia ben conosciuta che costruiva porti e banchine in tutta la Sicilia. Entrambi incensurati e senza macchia alcuna.
«Potevo sapere io, che 18 anni dopo, i due sarebbero risultati collusi? Avevo forse una sfera di cristallo?» s’è lamentato ieri Schifani con chi - come la Finocchiaro o il suo predecessore Marini - ha voluto fargli pervenire un chiaro segnale di solidarietà.
Ma questo Travaglio non l’ha raccontato. E si sa che lui è uomo d’onore. Come non ha specificato, il grimaldello dipietrista (come sempre di più si sostiene a Montecitorio e a Palazzo Madama) che lasciato lo studio La Loggia, Schifani era divenuto un brillante urbanista. Tanto da essere nominato dagli avvocati palermitani (e non dai politici) come loro rappresentante nella speciale commissione urbanistica del capoluogo siciliano. Cominciarono a chiamarlo un po’ ovunque, Schifani, per collaborare alla stesura dei piani regolatori di comuni piccoli e grandi, di centrodestra e centrosinistra. Il sindaco di Lercara Friddi, Biagio Favaro, esponente della Rete di Orlando, se ne servì spesso. Ma Travaglio questo non l’ha ricordato, lui è uomo d’onore. Si è soffermato invece, l’ospite di Fazio, su presunte rivelazioni del pentito Francesco Campanella (già Udeur) secondo il quale Schifani avrebbe avuto una consulenza urbanistica dal comune di Villabate il cui consiglio sarebbe stato sciolto d’autorità più tardi. Corretto, come no! Peccato Travaglio non abbia però fatto notare come non solo esistano relazioni scritte e firmate da Schifani nel corso della sua consulenza di 12 mesi. E che non abbia ricordato come lo stesso Schifani, eletto in Senato nel ’96, lasciò l’incarico. E non è ancora tutto: nel piccolo comune si rivotò nel ’98, ma solo nel ’99 il ministero dell’Interno decise di intervenire e di sciogliere il consiglio comunale in odore di mafia.
Insomma, raccontando un pezzettino di verità, mischiando le date e ignorando (ed è il caso di cominciare a chiedersi se volutamente...) fatti che erano rintracciabili ovunque come è il caso della Sicilia Brokers i cui soci con rispettive quote si possono chiedere alla Camera di Commercio di Palermo, ecco che si crea il nuovo spazio talebano, in cui il mullah Tra-vahglio esplode pallettoni in nome e per conto di Osama Di Pietroh. Schifani non ci sta. Annuncia querele per «l’azione altamente diffamatoria per il presidente del Senato». Si morde la lingua per non poter strillare la sua, visto l’incarico super-partes. E ci soffre non poco. Anche perché tra le sue carte restano assieme alle minacce mafiose («Ti faremo saltare in aria» gli scrissero, condannandolo a un paio d’anni di scorta rigida) dichiarazioni di stima di molti presidenti dell’Antimafia, di parenti di vittime di Cosa Nostra. E persino di Giancarlo Caselli che ricordò come, in presenza del rischio di scarcerazione di pericolosi criminali, si attivò con il mondo politico segnalando la cosa anche al senatore Schifani «che subito si attivò efficacemente». Ma anche questo Travaglio, che è uomo d’onore, non l’ha detto.
Marco, il megafono delle Procure
di Filippo Facci
Travaglio è un campione di faziosità che ama dipingersi come dissidente. La sua tecnica? Enfatizzare solo le condanne e citare "prove" che poi nessuno si prende la briga di verificare
Sul serio: che dobbiamo fare con Marco Travaglio? Perché vedete, quelle di Marco Travaglio non sono «opinione diverse»: sono piccole e grandi falsità mischiate a omissioni, ciò che nell’insieme forma una cosa che si chiama propaganda. Che sia per se stesso, o per i suoi amici, è propaganda. E che dovremmo fare? Si sbaglia in ogni caso. Se te ne occupi fai il suo gioco vanesio e legittimante, oltretutto perdi un sacco di tempo perché la quantità di cose appunto false e omissive da lui dette è talmente clamorosa da rischiar di consumare, solo per replicargli e smentire, tutto il tuo tempo e tutti i tuoi articoli. Se invece non te ne occupi, viceversa, c’è il rischio che il silenzio passi per assenso e dunque che lui, per farsi notare e fare sempre più il fenomeno, ogni volta alzi la posta delle cretinate che scrive e che ripete a pappagallo. Che fare, dunque? Va considerato peraltro che l’ego pubblico del ragazzo è talmente devastante da farlo esser fuori casa sette giorni su sette: presentazioni di libri suoi, libri di altri, spettacoli teatrali, girotondi, kermesse satiriche, comizi di Grillo, convegni organizzati da circoli culturali o da banche, soprattutto talk show illiberali sinché non lo invitano, questo secondo uno schema nondimeno brutale: se l’invitano deve poter dire qualsiasi cosa di questo regime, sennò è la prova che il regime c’è; se non l’invitano, be’, vuol dire che il regime c’è definitivamente.
A proposito: Biagi è stato cacciato. Non è vero, è documentalmente provato che è falso, niente di serio prova il contrario: ma a lui e altri lo ripetono sperando che la cosa passi in cavalleria. Propaganda? I signori conduttori, nel dubbio, lo invitano. Travaglio oltretutto alza gli ascolti perché attira sia i descolarizzati & frustrati che lo amano (target Di Pietro) sia quelli che lo detestano e allora lo guardano come si guarda, dicendo «che schifo», un gatto spiaccicato sull’autostrada. Nel frattempo il terzo gode: si chiami Santoro, Fazio o chi volete. Che ci vuole: è sufficiente dissociarsi con una formuletta. L’ha fatto l’altro giorno Fabio Fazio, tutto contento, perché Travaglio è uno che fa comunque rumore e che fa parlare della tua trasmissione. Travaglio ha detto cose orrende del neopresidente del Senato, Renato Schifani, estraendo dal cappello alcune remote frequentazioni tra lui e altra gente che è stato indagata per mafia 18 anni dopo.
A Travaglio non par vero di potersi auto-associare a giornalisti come Lirio Abbate (persona seria, minacciata dalla mafia, ma essenzialmente cronista come Travaglio non è mai stato) o come Roberto Saviano, l’autore di Gomorra che ad Annozero, qualche settimana fa, in confronto, ha fatto sembrare Travaglio come un figurino patetico e impiccato ai suoi verbalini. Minacce mafiose: conoscendolo, è la medaglia cui Travaglio ambirebbe maggiormente. E una bella scorta, magari. Perché lui è libero e il regime vuole ucciderlo, mentre non siamo prigionieri e non ci fila nessuno: lo schema, involuto, è questo. Da capo: che fare, dunque? Non se ne uscirà, di questo passo. La logica degli ascolti e la vanità di questo addetto stampa della magistratura italiana presto ce lo mostrerà anche alla Prova del cuoco ad accusare Giuliano Ferrara di essere grasso (la sfottò per difetti fisici è una sua ossessione, da fascistello qual è) o a spiegare che la lobby dei tacchini natalizi era chiaramente citata nel «Piano di Rinascita nazionale» caro a Licio Gelli. Perché un altro punto, e ve lo dice uno che i verbali giudiziari li ha letti e masticati per vent’anni, è che Travaglio non è uno appunto che ha «opinioni diverse», Travaglio è un cialtrone. Marco Travaglio è un grandissimo cialtrone inviso a qualsiasi persona intellettualmente onesta e minimamente informata. È la faziosità pura, la riproposizione dei passaggi di alcune sentenze al posto di altri, di certi verbali al posto di altri, di certi avversari al posto di altri. È l’enfasi delle sentenze di condanna e in caso di assoluzione è la sottolineatura delle parti che la condanna auspicavano. È l’invenzione di status giuridici inesistenti (prescritto al posto di non colpevole, soprattutto) o è la citazione dell’articolo articolo 530 come «insufficienza di prove» anziché «assoluzione perché il fatto non sussiste». È dire «in nessun paese del mondo avviene che» anche se non è vero, sapendo che nessuno o quasi andrà a controllare: vedasi il caso delle intercettazioni telefoniche, o del celebre conflitto di interessi, che negli Usa sarebbe tranquillamente tollerato come ha ripetuto Al Gore di recente. Più in generale, Marco Travaglio è un fracco di balle di cui nessuno si accorge perché lui è così «documentato» che nessuno si prende la briga di controllare, tantomeno conduttori e direttori e capiredattori. Per anni Travaglio ha attribuito a Paolo Borsellino la citazione di una telefonata tra Mangano e Dell’Utri dove si parlava di droga: appreso che questa telefonata non è mai esistita, lui ha continuato a citarla. Travaglio ha scritto balle contro Mediaset e Fedele Confalonieri: condannato, ma non lo sa nessuno. Ha scritto balle contro Cesare Previti: condannato, ma non lo sa nessuno. E pochi sanno degli errori materiali (chiedete a Giuseppe Ayala) e pochi sanno dei casi di omonimia di cui ha dovuto scusarsi (chiedete a Pier Ferdinando Casini, Giuseppe Fallica e Antonio Socci) e pochi sanno soprattutto delle tantissime sciocchezze e omissioni che nessuno sta neppure a smentire.
All’ultimo Annozero Travaglio ha detto che Grillo non può essersi arricchito con l’antipolitica perché i quattro milioni di euro da lui dichiarati, in realtà, sono del 2005, e cioè di quando i vaffanculo day neppure li faceva. Non è vero, sono i redditi dell’anno scorso: ma a lui basta dirlo. Al V-day di qualche settimana fa Travaglio ha tuonato contro i finanziamenti pubblici all’editoria e ha detto che anche L’Unità percepisce contributi «come tutti i giornali italiani»: e non è vero, perché la sua Unità percepisce più contributi di tutti, in quanto stampa politica come tantissimi altri giornali non sono. Se vai suo internet e cerchi l’ultimo articolo di Travaglio contro Gianni Alemanno, nei sindaco di Roma, trovi le accuse più incredibili contro di lui ma neppure la citazione del dettaglio che è stato assolto. Sempre assolto. Il nostro precisino sa essere tremendamente impreciso: ogni volta alza la posta dell’invettiva, abbassa l’asticella del target e tutto il resto è regime: magari citando e ricitando Montanelli. Quando un Montanelli redivivo, oggi, a uno come Travaglio, gli rilascerebbe sul sedere un bel verbale a forma di tacco.
25 APRILE 2008
Paolo Guzzanti
In un impeto didattico Valentino Parlato sul Manifesto avverte di sentire il “puzzo” di Alemanno. E tutta la sinistra che ha perso le elezioni, unita con quella estinta dalle elezioni annuncia di voler scendere oggi in piazza contro l’esercizio della democrazia, contro la libertà di voto, contro il popolo sovrano e le sue scelte. Quale brezza: par d’udire le voci dei patrioti scesi dai monti per combattere il tedesco invasore. E che pena dover prendere atto della decadenza (dobbiamo supporre) anche mentale di un uomo fine come Valentino Parlato ridotto ad esprimersi come un miserabile cialtrone che usa la fisiognomica lombrosiana per aggredire il candidato sindaco di Roma di cui avverte “il puzzo” e di cui discute le sembianze fisiche.
Il fatto è che l’ondata di insulti squadristi e forcaioli della stampa di sinistra che abbiamo letto ieri, in particolare sull’Unità, sul Manifesto e su Europa dimostra quanta sconsideratezza e quanto rabbioso panico animi oggi quell’area funestata dalla sconfitta e dall’ira: una festa come quella del 25 aprile che almeno nelle intenzioni e nelle speranze dovrebbe essere di tutti, condivisa da tutti, viene scippata brutalmente come “cosa nostra” e usata come una clava per dare addosso non soltanto a una parte politica avversa, ma più precisamente alla parte politica che, per aver vinto le elezioni con un distacco del dieci per cento, rappresenta la stragrande maggioranza degli italiani. Si tratta dunque di un atto di violenta arroganza verso la maggioranza degli elettori e di uno sfregio alla stessa democrazia ammannito con sufficienza proprio in nome della democrazia sempre secondo il principio secondo cui anche la democrazia, come la festa nazionale, per loro è “cosa nostra”, e da usare come una clava. Del resto, anche nel corso degli anni scorsi il 25 Aprile è stato trasformato in una giornata di odio, in una mascherata che, sotto le insegne del 25 aprile del 1945 – quando l’esercito degli Stati Uniti d’America insieme ad alcune armate britanniche e francesi liberarono l’Italia – spaccia tutt’altra merce. Ma mai si era parlato di puzzo e di caratteri fisici, come soltanto era stato fatto dal fascismo con le leggi razziali del 1938 contro gli italiani ebrei. Mai la sinistra italiana si era fatta razzista e dunque nazista. Finalmente, per il 25 Aprile del 2008, settanta anni dopo quelle leggi, ci è riuscita.
I privilegi dei bonzi del lavoro (Sergio Soave-Il Foglio)
Il sindacato ha 12 milioni di tesserati, ma il 78 per cento degli italiani non lo ama
Le caste si moltiplicano. A quarant’anni dal ’68, quando sotto accusa era la casta dei “mandarini” universitari, ora la polemica contro le consorterie autoreferenziali si concentra contro i politici e – ora con il libro di Stefano Livadiotti (L’altra casta, Bompiani, 15 euro) – attacca i sindacalisti.
L’analisi della verbosità, dell’invadenza, dell’inefficacia, dello spaesamento (nel senso di estraneità ai problemi del paese reale), della chiusura corporativa e persino dell’ignota potenza finanziaria del sindacato italiano sono trattati da Livadiotti con l’agilità di linguaggio del cronista, che preferisce citare dati e numeri, sondaggi e inchieste, piuttosto che addentrarsi in complesse interpretazioni sociologiche o storiche.
Vale la pena di ripercorrere i cinque temi scanditi nei capitoli del saggio, si direbbe i cinque capi d’accusa della requisitoria, anche per riscontrare come quegli stessi temi abbiano inciso nelle vicende italiane, comprese le recenti consultazioni elettorali, e da quali radici abbiano tratto origine.
Il sindacato impopolare
Le confederazioni vengono percepite dalla stragrande maggioranza dell’opinione popolare come una presenza inutile se non dannosa: secondo le inchieste citate da Livadiotti addirittura il 78,3 per cento della popolazione li vede “come il fumo negli occhi”. Questo nonostante, o forse a causa, dell’estesissima copertura mediatica degli interventi dei tre leader che parlano di tutto, nelle 1.485 esternazioni meticolosamente conteggiate nel corso di un solo anno. Il divario tra popolarità reale e presunzione dei vertici pone il problema, centralissimo per organizzazioni sindacali, della rappresentanza. Com’è noto, dai dati delle iscrizioni alle confederazioni si ricava che, sui quasi 12 milioni di tesserati, la metà sono pensionati, mentre quasi un quarto dei lavoratori attivi appartiene al pubblico impiego. Questo significa che la maggior parte degli iscritti al sindacato vive in condizioni che si ritengono al riparo del mercato e della concorrenza, il che spiegherebbe, pur senza giustificarlo, il ritardo accumulato dalle confederazioni nei confronti dei problemi della competitività, quelli decisivi per determinare la crescita o il declino del sistema produttivo. Da questo spaesamento di fondo derivano le conseguenze denunciate da Livadiotti: la concertazione puramente verbale, l’abbandono della rappresentanza di giovani e precari, la difesa dei “fannulloni” e la mancata tutela salariale del lavoro produttivo, la disseminazione di sigle sindacali e di contratti nazionali (che nessuno sa esattamente neppure quanti siano) e degli scioperi inutili o puramente simbolici, la colpevole disattenzione verso la sicurezza del lavoro.
Il finanziamento distorsivo
Lo squilibrio tra il panorama della distribuzione dei lavoratori nell’apparato produttivo e quello registrato nel tesseramento delle confederazioni è determinato anche dalle forme specifiche di finanziamento del sindacato. La massa di circa 20 mila funzionari, ai quali vanno aggiunti i “distaccati”, provenienti dalle grandi aziende e dalla pubblica amministrazione, rappresenta un costo elevato, cui si fa fronte con il tesseramento e i servizi erogati. Il tesseramento, basato su un bizantino sistema di deleghe dalle quali è quasi impossibile uscire, non è più come in passato un momento di verifica della rappresentatività. Una volta firmata la delega, magari per ottenere un servizio di assistenza fiscale o previdenziale, il lavoratore o il pensionato non ha praticamente più modo di liberarsene. La disdetta si può dare solo in certi giorni, prevede un iter complesso, il che scoraggia molti che pure non sono contenti di ricevere una detrazione sindacale sulla busta paga o sulla pensione. L’attribuzione alle confederazioni di una funzione di consulenza fiscale ufficiale, in condizioni di sostanziale monopolio (pur bocciato dall’Europa perché lesivo dei principi di libera concorrenza), come quella esercitata sulle questioni previdenziali che si basa sugli elefantiaci organismi territoriali dell’Inps dominati dai sindacati, rappresenta una forma surrettizia di finanziamento pubblico, che si raddoppia con la richiesta o almeno il pressante invito al lavoratore che chiede un servizio di iscriversi alla confederazione che lo gestisce. I Centri di assistenza fiscale, Caf, e i patronati, con il tesseramento indiretto che promuovono e con i contributi pubblici che lo stato e l’Inps versano per la loro attività, sono probabilmente la maggiore fonte di finanziamento delle confederazioni, il che le porta inevitabilmente a trasformarsi da rappresentanti dei lavoratori in una sorta di burocrazia parastatale. E a essere considerate tali da lavoratori trattati da clienti cui fornire servizi e non da soggetti da rappresentare.
La difesa del privilegio
Naturalmente i sindacalisti non hanno trascurato di tutelare gli interessi di una particolare categoria: la loro. Livadiotti esamina la serie di leggi e leggine che hanno consentito e tuttora consentono a sindacalisti, soprattutto a quelli “distaccati” dalle grandi imprese e dalla pubblica amministrazione, di ricevere lauti assegni previdenziali o altre regalie. Dalla legge del 1974 firmata dall’ex vice segretario della Cgil Giovanni Mosca, che in sei anni ha fornito una pensione senza copertura contributiva a circa 20 mila funzionari sindacali (e politici) col costo per l’Inps di dieci miliardi di euro fino ad oggi si sono susseguiti provvedimenti onerosi di autotutela dei sindacalisti.
Inoltre la pratica di distacchi retribuiti e dei permessi sempre retribuiti per l’attività sindacale, che nel complesso interessano ben 700 mila persone, determina un altro costo assai pesante per le grandi imprese e per la pubblica amministrazione. Inoltre la disseminazione di organismi nei quali è prevista la presenza, ovviamente retribuita, di rappresentanti delle confederazioni, ha assunto dimensioni ragguardevoli, almeno il 7 per cento degli amministratori di enti pubblici. Alle circa 26 mila poltrone occupate dai sindacalisti vanno aggiunti una serie di organismi paritetici con i rappresentanti di sindacati e aziende private, le camere di commercio, gli organismi decentrati del Cnel, senza contare la fitta rete di società partecipate dai comuni, dove un posto o meglio tre per i rappresentanti dei lavoratori si trova quasi sempre.
I nullafacenti del pubblico impiego
Com’è noto, da almeno dieci anni nessuno è stato licenziato nell’immenso caravanserraglio del pubblico impiego per scarso rendimento. Se ne dovrebbe dedurre che il rendimento della pubblica amministrazione è eccellente, ma tutti sanno che questo è il contrario della verità. Il fatto è che il pubblico impiego italiano è elefantiaco perché inefficiente, inefficiente perché elefantiaco. E’ qui che le confederazioni (e i sindacatini autonomi) hanno il loro punto di forza, visto che il tasso di sindacalizzazione dei dipendenti pubblici è circa il doppio di quello dei dipendenti delle aziende private ed è più alto al crescere del livello gerarchico. All’Inps, dei 43 dirigenti generali, solo uno non è iscritto ai sindacati. La distribuzione territoriale del pubblico impiego è assai diversificata, in Lombardia c’è un dipendente dell’amministrazione centrale ogni 10 mila abitanti, in Abruzzo 45. Più scarsa è l’attività economica, più personale pubblico c’è ad assisterla. Confagricoltura ha calcolato che, su un milione e mezzo di addetti all’agricoltura, ci sono un milione e 200 mila dipendenti pubblici che si occupano di agricoltura.
Naturalmente a tutte queste storture ha collaborato attivamente il clientelismo, ma l’azione del sindacato, che difende strenuamente i fannulloni nella pubblica amministrazione rappresenta il freno decisivo che impedisce ogni azione di disboscamento e rinnovamento.
D’altra parte la forza contrattuale concentrata in quest’area ha fatto si che le retribuzioni del pubblico impiego aumentino in media del 5 per cento l’anno, mentre quelle dell’industria e dei servizi privati ristagnano. Se poi le assenze per “malattia” nel pubblico impiego sono tre volte più consistenti che nel settore privato, il sindacato si offende se si parla di assenteismo.
Come far fallire Alitalia
Livadiotti esamina la situazione in alcune società che sarebbero private ma che per il ruolo che vi esercita la proprietà pubblica subiscono una pressione sindacale, delle confederazioni e ancor più del pulviscolo del sindacalismo autonomo, insopportabile. Leggere, una dopo l’altre, le vicende dell’Alitalia, delle Ferrovie, delle Poste, dell’Inps. dell’Enav, l’ente per il controllo dei voli, e persino della Banca d’Italia fa davvero impressione. Sembra di leggere un romanzo di Gogol, con i sindacati al posto delle gerarchie zariste. D’altra parte se, come pare, gli amministratori di Aeroflot hanno detto di aver trovato nel sindacalismo della compagnia di bandiera italiana comportamenti peggiori di quelli dei sindacati sovietici, c’è davvero da preoccuparsi. Manca un capitolo sulla Rai, che probabilmente non sarebbe privo di spunti interessanti, o magari su quel che capita in qualche grande giornale di informazione.
Lo spazio stretto di un’autoriforma
Le reazioni dei diretti interessati alle documentate denunce sono state scontate e burocratiche. Criticare i sindacati equivale ad attaccare i lavoratori, ma questa identificazione, che presuppone un sistema limpido di rappresentanza, è esattamente il punto in discussione. La domanda che viene spontanea è se ci sia ancora lo spazio per un’autoriforma del sistema di potere confederale, oppure se questa sia un’illusione simile a quella che i comunisti occidentali nutrivano nella possibilità di autorigenerazione del sistema sovietico. Il problema è sempre lo stesso, la rappresentanza del lavoro, quello vero, che viene sostituita dalla strenua difesa dei fannulloni. L’efficacia inesorabile di questa difesa dà la dimensione dello strapotere sindacale (e della complice pavidità delle controparti), ma anche quella del distacco delle confederazioni dalla loro funzione specifica e del loro spaesamento.
E poi scrivono allarme rosso sui conti pubblici
Mario Giordano
I partiti spariscono, i contributi ai loro giornali no. E sapete perché? Perché ci ha pensato Bersani. Ma sicuro, proprio lui, il sinistro all’emiliana, simpatico liberalizzatore panna&prosciutto: è bastato un piccolo comma nel suo provvedimento per garantire che Notizie Verdi possa incassare ancora il suo lauto assegno annuale (l’ultimo ammontava a 2 milioni 710mila euro) e per non far mancare a Rinascita della Sinistra, organo dei Comunisti italiani, l’abituale argent de poche (415mila euro). Si capisce: gli elettori voltano le spalle, le casse dello Stato no: bandiera rossa, la si stamperà. A spese nostre.
E dire che quello di Bersani era nato (ed è passato alla piccola storia del governo Prodi) come un provvedimento a favore dei consumatori. Figuratevi quelli contro. In effetti grazie al comma 3-ter dell’articolo 20 eccetera eccetera, come spiega qui di fianco la nostra Emanuela Fontana, continueremo a finanziare vita natural durante anche i giornali di quei partiti che sono stati cancellati dalla storia e dagli elettori: 298mila euro a Democrazia Cristiana, edito dalla «Balena Bianca srl» organo della Magna Grecia Sud Europa, 472mila euro al fondamentale Socialista Lab del Partito socialista e 3 milioni e 718mila euro a Liberazione di Rifondazione comunista. Gli italiani pare si siano espressi piuttosto chiaramente: il comunismo non lo vogliono rifondare. E anche sul Partito socialista hanno qualche perplessità. Però si possono tranquillizzare: se i partiti politici diventano reperti archeologici, i giornali ne conserveranno in eterno il ricordo. Sarà una specie di museo cartaceo alla memoria dove tutto parlerà al passato. Tranne il conto, espresso in attualissimi euro.
Per esempio: il Partito democratico. È la novità, no? La svolta, il «tutto che cambia». In effetti: tutto cambia, tranne i suoi giornali. Che restano due, e ben distinti, come i loro finanziamenti: 3 milioni e 613mila euro a Europa della Margherita e 6 milioni e 507mila euro all’Unità. L’integrazione? Sulla carta, è il caso di dirlo. E con un bel po’ di inchiostro sopra. Perché i tagli agli sprechi sono importanti. Purché cominci qualcun altro.L’altro giorno in conferenza stampa il futuro premier Berlusconi l’ha detto a mo’ di battuta. Ma forse sarebbe il caso di chiedersi sul serio se abbia ancora senso versare ogni anno 6 milioni e 507mila euro (cioè circa 13 miliardi delle vecchie lire) nelle casse dell’Unità. Con tutto il rispetto per il lavoro dei colleghi: vi pare possibile che su 26 milioni di euro versati ai giornali di partito, 10 milioni vadano agli organi (due) del Pd e altri 6 milioni agli organi (tre) della Sinistra Arcobaleno, che ora nemmeno esiste più nel nostro Parlamento? Fra l’altro: ogni tanto anche questi giornali, come tutti, pubblicano il solito avvertimento «allarme sui conti pubblici». E onestamente fa un po’ ridere. Allarme conti pubblici? Eccome no: allarme rosso. E anche un po’ verde.
Se poi dai giornali di partito, si allarga lo sguardo agli altri, quelli finanziati dallo Stato perché editi da cooperative, si scoprono mondi meravigliosi. E viene da domandarsi perché mai noi tutti siamo costretti a contribuire alla pubblicazione di Chitarre, Motocross, Mare e Monti (che sia una pizza editoriale?), Minerva, Luna Nuova, Jam, Agrotecnico oggi (ma anche domani e dopodomani), L’araldo lomellino, L’aurora della Lomellina, Amore vince, Spazio rurale, Modus vivendi e L’eco della Basilicata. Per carità, saranno tutte testate fondamentali per il Paese. Ma quando vedo che Ottopagine (editrice L’approdo) ci costa 1 milione e 296mila euro l’anno mi verrebbe da chiedere: se facciamo Quattropagine, almeno, ci fate lo sconto?
Oggi cominciamo a pubblicare l’elenco dei giornali di partito. Domani andremo avanti. Come vedete, c’è molto da scoprire. Vi anticipo solo altri due dati, così per mettervi sul gusto: non ci crederete ma spendiamo 506mila euro l’anno per stampare Fare Vela e la bellezza di 2 milioni e 582mila euro per Cavalli e Corse. Il messaggio, però, almeno qui è chiaro: o si sale in barca e si inverte la rotta, o dovremo darci all’ippica.
LE AGGRESSIONI A FERRARA
L' INVENZIONE DEI MOSTRI
Certo: si può chiudere il discorso tirando in ballo le solite «frange folli», dicendo che dopotutto si tratta di non più di qualche centinaio di scalmanati, ignari della fondamentale distinzione tra la forza degli argomenti e l' uso della forza come argomento: cose che ci sono e ci saranno sempre e dovunque. Si può fare così, certo: ma sarebbe come nascondere la testa sotto la sabbia al pari degli struzzi. Le ripetute, violente manifestazioni inscenate ai comizi di Giuliano Ferrara, i tentativi di impedirgli di parlare, testimoniano infatti di qualcosa di diverso e di più grave. Nel vilipendio della stessa immagine fisica dell' avversario (l' evocazione insistita della sua corpulenza come sinonimo di un' anormalità più sostanziale, antropologica, che va punita), nel pregiudizio livoroso verso ciò di cui egli viene eletto a simbolo («tornatene in televisione») così come verso i supposti veri moventi delle sue opinioni («servo dei servi di Berlusconi»), in tutto questo si avverte l' eco di qualcosa che conosciamo anche troppo bene, e che non è certo patrimonio esclusivo di qualche gruppetto di esagitati. Ci sentiamo l' eco del disprezzo e della manipolazione che in Italia viene regolarmente riservato a chi non la pensa come noi. E non già dalle «frange folli», ma spessissimo dai più illustri commentatori, dai rappresentanti più accreditati della cultura. Ha un bel dire oggi con tono virtuoso Miriam Mafai (e con lei tanti altri) che se fosse stata a Bologna sarebbe stata con Giuliano Ferrara «contro coloro che con la violenza gli hanno impedito di parlare». Vorrei vedere il contrario! Ma il punto non sta qui. Non è quando si arriva alle sediate in testa e all' assalto al palco, infatti, che bisogna far sentire la propria voce. È - o meglio era, ormai - quando da mille parti si è dipinto di continuo Ferrara come una sorta di orco antiaborista, uno che voleva ricacciare le donne nella clandestinità delle mammane. Quando, piuttosto che riconoscere che le cose che il direttore del Foglio diceva, e per come le diceva, ponevano alla politica questioni tremendamente, forse insopportabilmente, serie, si è preferito invece consegnarlo in pasto alla demonizzazione estremistico-femminista nascondendosi dietro la solfa fintamente virtuosa del «ma nessuno è favorevole all' aborto in quanto tale»; lasciando quindi che lo si considerasse come un subdolo mistificatore o, nel caso migliore, uno squilibrato. Si è preferito cioè, seguire il copione abituale che in Italia caratterizza la discussione pubblica - si parli di aborto o della Costituzione, di immigrazione o di storia del fascismo -: cambiare le carte in tavola, fingere di non capire, far dire all' altro ciò che quello non ha mai detto ma che secondo noi voleva dire. Tutto pur di non prendersi l' incomodo di discuterne realmente le idee, ritenute pericolose per le certezze nostre e della nostra parte. Con il risultato inevitabile, e voluto, di far passare chi ha il solo torto di non pensarla come noi, di far passare lui, paradossalmente, come il colpevole di strumentalizzare le idee in funzione di chissà quale disegno politico. E gettando così le premesse per la costruzione della figura del nemico pubblico numero uno: attività alla quale, in Italia, per strano che possa sembrare, non sono dediti tanto gazzettieri di terz' ordine o politici senza scrupoli, ma per lo più la crema intellettuale del Paese, uomini e donne assolutamente dabbene.
Galli Della Loggia Ernesto (Corriere della Sera)
LE RIPETUTE VIOLENTE CONTESTAZIONI A GIULIANO FERRARA
Colpirne uno per intimidire tutti quelli che dissentono sull’aborto
MARINA CORRADI
Anche a Pesaro i centri sociali all’attacco del comizio di Giuliano Ferrara. Non essendo i manifestanti riusciti a srotolare sul palco il loro striscione di protesta hanno emesso un comunicato : gravissimo ed intollerabile che un paese che si definisce democratico non ammetta il diritto a manifestare dissenso verso una lista 'fascista e medioevale'. E noi che ci eravamo abituati alla monotonia di questa campagna di grigie polemiche e prevedibili contumelie vediamo, da Bologna a Pesaro, scendere in campo la variabile del lancio di sassi e sedie contro la lista pro-life.
Qualcosa, sia pure esecrabile, di nuovo sotto il sole di questo aprile? No, qualcosa invece di antico, anzi di vetusto. Lo diciamo per chi ha meno di quarant’anni, e non c’era negli anni del 'fascista!' urlato nelle scuole, nelle università a chiunque non era in linea con il Verbo Unico Collettivo. Quante volte, al liceo, porte sprangate da picchetti di studenti col pugno alzato. Sul polso, appena sotto quel saluto proletario, si poteva notare il luccichio dei Rolex, giacchè in quella scuola borghese i proletari in verità non li avevano mai visti. Tuttavia, quei ragazzi avevano ben chiara una nozione: tutti quelli che non stavano con loro, eran 'fascisti'. I 'fascisti', ovviamente, non avevano diritto di parola, sicché non si sapeva cosa realmente pensassero, né se, poi, fascisti eran davvero. Ma già domandarsi cosa realmente dicessero i reietti, era chiaro segno di fascismo. Quindi, quando c’erano i picchetti, era meglio lasciar stare. (Al venerdì però i picchetti finivano presto, perché i compagni dovevano andare a sciare).
Dunque, la folata di uova e pietre di Bologna ha un gusto vecchio, da anni Settanta, di parole brandite come clave senza sapere cosa significano. Di insulti urlati per stare da una immaginaria parte giusta, senza ascoltare cosa dice il 'nemico', giacchè si è certi di saper già tutto di lui e delle sue ignobili ragioni. Quel saper tutto a priori che non guarda in faccia e non sta a ascoltare urla, soltanto, perché l’altro non possa parlare. Poi lancia: pomodori per disprezzo, pietre per fare male - nell’astio viscerale, la differenza si fa sottile. A volte, insidiosamente e rapidamente inafferrabile.
La cifra anni Settanta che ritorna con il suo inconfondibile odore a Bologna è quella di un’ideologia cieca.
Conforta, certo, che tutti, da Cofferati a Bertinotti, abbiano espresso solidarietà a Ferrara. Benché poi i dirigenti del Prc da quella solidarietà abbiano preso le distanze.
Benché la capogruppo dei Verdi-Pdci al Senato abbia esortato alle uova contro i pro life in tutte le piazze d’Italia. Certi vizi, si sa, sono difficili da perdere. E così nella lotta di popolo 'in difesa delle donne' la candidata Matilde Leonardi, medico specialista in disabilità infantile, se ne è andata da Bologna con una costola incrinata, ed è andata ancora bene. E’ quel discrimine fondamentale fra il non essere d’accordo e il picchiare, ciò che ancora una volta sfugge a certi sinceri democratici.
L’ex sessantottino Ferrara dopo Bologna ha commentato: 'Certe cose, noi le facevamo contro Almirante'. C’è tutta una storia, nel viaggio di quest’uomo che da ragazzo gridava come i suoi coetanei 'fascista!' agli avversari fino a quel palco emiliano dove ragiona sulla disumanità dell’aborto. Ma la metamorfosi del compagno di un tempo non sfiora i ragazzi delle uova, anzi, è per loro soltanto 'tradimento'. La storia, è vero, ricomincia a ogni generazione. Ma nemmeno la questione fondante: lascia parlare l’avversario, non toccarlo, neanche questa volta è passata. Di nuovo quel boato di fischi e insulti, ad annientare le ragioni altrui. E le tasche piene di sassi. Qualcuno poi, dal Parlamento, a esortare: di nuovo.
E quarant’anni dopo gridano ancora: 'Fascisti!' Come un virus endemico che ritorna in un organismo debole. In quest’Italia che ai figli non ha detto abbastanza delle illusioni fallite dei padri.
(Avvenire)
Cominciamo proprio male
Voi che cosa tenete nell’armadio? Il pastrano sdrucito? La giacca fuori moda? Il fuseaux fuori misura? La gonnellina-20-chili-fa? Ecco: al Consolato d’Argentina invece ci tenevano 120mila schede elettorali. Ma sicuro: voto di taglio sartoriale. Su misura. E in effetti, quando hanno chiesto alla ditta che (senza gara d’appalto) si è aggiudicata la pratica, come mai nascondessero 120mila schede in un armadio, quelli hanno risposto: «Caso mai servissero...».
Caso mai servissero? E a cosa dovrebbero servire 120mila schede elettorali? Ad accendere un falò caso mai il 13 aprile facesse freschetto? A darle ai bambini così ci disegnano sopra dei pupazzi che, comunque, sono meno mostruosi di certi candidati? Motivazione ufficiale: le schede servono «per precauzione». Ma su 460mila schede legittime stampate in Argentina, che ce ne siano 120mila da parte «per precauzione» pare eccessivo a tutti. A cominciare dal medesimo Consolato che infatti ha ordinato: distruggete i pacchi sospetti. Operazione riuscita a metà: infatti sono stati distrutti i pacchi. Non i sospetti.
Del resto nel 2006 ne abbiamo viste di tutti i colori (soprattutto color rosso Unione, però): schede compilate in serie nei garage dell’Australia, altre buttate nei cassonetti, scatoloni persi in Svizzera, strani scambi in Argentina. E poi i dubbi sul voto in Campania, il black out, le cifre corrette a penna, le schede bianche improvvisamente crollate dal 4,2 all’1,1% in Italia e addirittura del 76% a Napoli. Numeri credibili quanto Veltroni quando dice che vuole abbassare le tasse, insomma.
Vogliamo provare a evitare il bis? Certo: comincia male. Anzi malissimo. 120mila schede in cerca d’autore: già si sente puzza di bruciato. Ed è un problema serio perché è vero che, come diceva un saggio, le elezioni sono sempre un po’ una fregatura: i cittadini ogni cinque anni fanno una croce, e poi se la debbono portare. Però, almeno, che sia la croce che hanno davvero scelto loro.
Mario Giordano
I rave non sono i baccanali del nostro tempo, non sono le Feste dei Folli, non sono orge di emozioni notturne che si facciano beffe del mondo diurno e apollineo. I rave (il paio di rave che ho visto io) sono un sol corpo deforme e ammassato che danza e che danza, sono lo stordimento dello stare insieme, l’annullamento di chi la sera non regge se stesso e deve stemperarsi, oppresso dal macigno del reale. Il rave è riuscito solo se alieno, illegale, extra-vita, ammassato se possibile dell’umanità intera, è un sabba, un raduno primitivo che possa spogliare delle singole personalità, che i tapini danzanti non hanno la forza di avere. Morti e feriti sono come le vittime degli stadi: fanno leggenda. Luci e rumori e droghe bruciano notti prive di mistero, il tapino danzante persegue un sottovuoto mentale che disinneschi tutto quel che lo farebbe uomo: tutte le droghe e le esperienze sono ammesse, fuorché la lucidità, spauracchio grigio e terrorizzante. Il rave non è mai stato, come ha scritto Michele Serra su Repubblica, «energia di massa, quasi una riedizione statica dei cortei degli anni Settanta». Il rave, al contrario, è desiderato annullamento di massa, materia specifica di quei sociologi del nostro tempo che sono ormai gli psichiatri.
Filippo Facci per Il Giornale
FACCIA DI M...ADELLA....
Mario Giordano
Ieri il Giornale ha pubblicato un’inchiesta sugli immobili dei politici. Siamo andati a spulciare fra le dichiarazioni patrimoniali presentate in Parlamento, e abbiamo scovato alcune sorprese, sia fra gli esponenti dell’opposizione (11 case dell’onorevole Scajola, 13 di Giuseppe Consolo), sia fra gli esponenti del governo. In particolare ci avevano colpito le dieci proprietà dichiarate da Romano Prodi, i 9 fabbricati dichiarati da Vincenzo Visco, i 9 da Di Pietro e i 12 dai coniugi Bertinotti. Ecco, abbiamo pensato, lo vedete che i politici della maggioranza il problema della casa lo hanno risolto benissimo? Solo il loro, però.
Appena il nostro quotidiano è arrivato in edicola, a Palazzo Chigi hanno pensato di far festa. E così si sono messi al lavoro per pubblicare un comunicato più ricco di veleno che di inchiostro. Si parla di «ignobile mistificazione», di «sconcertante accusa» e di «calunniose ipotesi». Affermazioni piuttosto gravi s’intende, soprattutto se riferite a un documento depositato presso la Camera dei deputati. Mistificazione? Ipotesi? Accusa? Macché. Atto pubblico. Fedelmente riportato.
Ma le sorprese non sono finite. Il presidente del Consiglio (provvisorio, per fortuna) si supera, infatti, quando nel medesimo comunicato arriva ad affermare di possedere solo 4 case. È davvero bizzarro perché, come dimostra il documento che pubblichiamo oggi, dalla dichiarazione patrimoniale presentata alla Camera dei deputati risultano esattamente 10 proprietà, proprio come da noi riportato: un terreno e 8 fabbricati nel primo foglio, un altro fabbricato (la casa di Bruxelles) nel documento successivo depositato in ritardo di alcuni mesi. Dieci fabbricati in comproprietà. L’aveva scritto lui. Al Parlamento, mica sulla carta da salumiere.
Verrebbe da chiedergli: ma perché, caro Prodi, ti ostini a dire bugie? E soprattutto: perché usi i comunicati di Palazzo Chigi (organo istituzionale, cioè di tutti noi) per diffondere menzogne a interesse privato? Perché usi la tua carica pubblica per attaccare, sulla base di evidenti falsità, un giornale? È questa l’idea che hai dell’informazione? È questa l’idea che hai del tuo ruolo? Perché esci dal silenzio solo per smentire ciò che non puoi smentire? L’unica cosa di ignobile, lo sai, è il modo in cui hai gestito il Paese in questi venti mesi. Perché aggiungere altre frottole e insulti?
Potremmo fermarci qui. Ma visto che ci ha stuzzicato, ci permettiamo di rivolgere al premier qualche altra domanda. Tanto per dire: come mai nella prima dichiarazione al Parlamento Prodi non ha inserito la casa di Bruxelles? Come mai quest’ultima (posseduta fin dal 1999) viene registrata soltanto con un’integrazione successiva? Se ne era dimenticato? Ah, che strana dimenticanza. E come mai, sempre con un’integrazione successiva, Romano Prodi inserisce anche le azioni di proprietà della moglie, Flavia Franzoni? Si era dimenticato pure di quelle? E di cos’altro si sarà mai dimenticato?
La vicenda delle azioni Franzoni merita di essere rapidamente ricostruita. Nella dichiarazione presentata in Parlamento, il 27 luglio 2006, Prodi sostiene che la moglie non ha alcuna partecipazione azionaria. Il 5 ottobre 2006, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Naccarato, dice viceversa che «la professoressa Flavia Franzoni, moglie del professor Romano Prodi possiede il 50 per cento di Aquitania Srl» (una società immobiliare bolognese). Nuova interrogazione parlamentare: come mai questa discordanza? Ed ecco che in Parlamento il 3 agosto 2007 arriva l’integrazione ufficiale. Con sorpresa al seguito: la signora Flavia Franzoni, infatti, possiede azioni non solo di Aquitania ma di nove diverse società (dicasi 9). Alcune per altro le possiede dal 1982, altre dal 1985: come mai non erano state dichiarate alla Camera nel luglio 2007? Un’altra dimenticanza? Ma non staremo un po’ esagerando con le dimenticanze? E perché se un normale cittadino sbaglia una virgola in un atto pubblico viene punito, e questi invece possono dimenticare e correggere tutto quello che vogliono in un atto presentato al Parlamento?
Abbiate pazienza se insistiamo: ma abbiamo detto che si vuole la trasparenza, no? E allora bisogna essere trasparenti. Perché se si dimenticano 11.264 azioni da una parte e 10mila dall’altra, se si dimentica la casa di Bruxelles o addirittura 5 appartamenti come ha fatto il ministro Gentiloni, be’, i casi sono due: o si fa una cura per aiutare la memoria o si fa una cura per aiutare la sincerità. Perché in altri Paesi del mondo una «dimenticanza» simile comporterebbe la defenestrazione immediata. Qui invece gli smemorati di Palazzo Chigi si permettono pure di alzare la voce e di insultare. E sarebbe questo il nuovo che avanza? Se vogliono essere nuovi davvero, dovrebbero provare a spiegare invece come ha fatto, per esempio, l’onorevole Di Pietro, con uno stipendio da magistrato prima e da politico poi, a comprarsi nove case quando la gente normale fatica a metterne insieme mezza (con mutuo trentennale). Non è una grande impresa? Non è da ammirare? Quasi quasi vorremmo affidargli anche i nostri risparmi: evidentemente lui sa come spremerli. O meglio: sa rivoltarli
E PRODI FINISCE A CHI L'HA VISTO
Mario Giordano


Se non temessi di essere linciato, mi verrebbe quasi da dire: povero Prodi. E va bene, non lo dico. Però lasciate che lo pensi qualche istante. Ma vi pare possibile? Ora sembra che abbia governato per ventidue mesi da solo. Quelli che erano con lui gli hanno girato le spalle, prima di sentire il gallo cantare. Roba che San Pietro nella famosa notte, al confronto, fu un esempio di limpida lealtà.
Povero Prodi: nasconderlo non basta più, lo sport del momento è giocare a scaricarlo. I nuovi candidati simbolo del Pd, da Calearo a Colaninno, ne dicono peste e corna, Veltroni lo cita sempre con un po’ d’imbarazzo e adesso persino Bertinotti lo definisce «deludente» e «fallimentare». Ma come? Tu quoque Fausto? Prodi s’è dato tanto da fare per portare il cachemire da operaio nelle stanze dei bottoni e questo è il ringraziamento? Evidentemente aveva ragione Dumas: ci sono servigi così grandi che si possono ripagare solo con l’ingratitudine.
Basta guardare le agenzie di ieri. Mentre tutti sono in campagna elettorale, Prodi che fa? Prima depone una corona in via Fani. Poi va a rendere omaggio alla bara di Chiara Lubich. Per carità, nobili gesti. Ma qualcosa di un po’ più vivo? Che ne so? Due chiacchiere con Walter? Una telefonatina al pullman? Niente di niente. È come se pure Romano fosse ormai un po’ defunto, salma tra le salme. Solo che a lui nessuno gli rende omaggio. Anzi, tutti gli girano al largo.
Fateci caso, ormai sembra che nessuno lo abbia conosciuto, né frequentato. «Prodi chi? Il Presidente del Consiglio? Ma non era ancora Spadolini? No? Rumor? Fanfani? Quel nome lì, Romano, però devo averlo sentito una volta: ha forse vinto una tappa al Tour de France? È il terzino della Sambenedettese?». Tra un po’ vedrete: persino Sircana giurerà di non averlo mai conosciuto. Del resto si sa che lui è un uomo fedele.
Sono le nuove Idi di Marzo, il piccolo 25 luglio del centrosinistra. Secondo italica tradizione, il capo sconfitto lo si pugnala alla schiena. Tutti quelli che fino a ieri lo sostenevano si tirano indietro: io ero contro, io pure, io lo dicevo. E già: e chi lo teneva in piedi il governo? Io? La Fata Turchina? Braccobaldo Show? Suvvia, siamo seri. Veltroni mette in lista 17 esponenti del governo Prodi (dicasi 17), i suoi alleati lo hanno usato per costruirsi carriere e soddisfare ambizioni altrimenti impossibili: ora non possono scaricarlo come se fosse un lavandino rotto.
È indegno. E per noi anche un po’ paradossale. In effetti i leader della sinistra ci hanno costretto a subire quell’uomo a Palazzo Chigi, ci hanno costretto a subire le conseguenze delle sue sciagurate decisioni, ci hanno costretto a subire i suoi toni untuosi, Visco e Pecoraro Scanio, le sue bugie e le meschinità. Ora però esagerano: se continuano a massacrarlo, ci potrebbero pure costringere a compatirlo. E sarebbe davvero troppo.
Walter Veltroni Show
Copio e incollo da Daw![darthuolter2[2015]](http://files.splinder.com/18547037818816fc96f1f642f525ac1a.jpeg)
E’ proprio un grande Walter Veltroni Show! Il grande leader con ottimo intuito cinematografico sta offrendo a noi italiani una campagna elettorale davvero suggestiva. Aveva detto di correre da solo perché con quei comunisti della Sinistra Arcobaleno non è possibile governare, perché troppo diversi, troppo litigiosi, troppo casinisti, e ora si trova nella stessa situazione di prima. Anzi, in una situazione ben peggiore: con una coalizione più piccola il tasso di litigiosità è aumentato. Paradossale. Dopo le liti con i cattolici, le trattative sulle liste, i tira e molla con Di Pietro, l’incertezza con Bassolino, gli annunci di candidati da show, la precaria che non è precaria, la gggiovane che è raccomandata, la figlia di, la moglie di, l’amica di, i rifiuti mastelliani come Cusumano, la donna rappresentante del mondo del lavoro che però non lavora da sei anni, le accuse dei radicali con l’odierno sciopero della sete di Marco Pannella, ecco arrivare in questa campagna elettorale l’ultima novità di Walter Veltroni: Massimo Calearo, presidente di Federmeccanica, e fresco vincitore dell’ultimo casting veltroniano.
Calearo, un uomo un perché. La sua discesa in campo è prepotente, come un elefante in una cristalleria. Ieri era già ospite di Ballarò ed è riuscito a stupire tutti. Probabilmente pure Veltroni. Il candidato del Pd ha santificato Mastella elogiandolo come salvatore della Patria: “San Clemente Mastella ha fatto bene al Paese perché ha mandato a casa Prodi”. Mastella addirittura santificato! E poi, ricordando il suo appoggio allo sciopero fiscale della Lega, su Visco: “Per carità di Dio, spero non lo ricandidino”. Per carità di Dio! Inoltre, il probabile futuro Ministro dell’Economia (possibile aggiungo io, ma altamente improbabile Ndr), ha ricordato con orgoglio di avere imprese in Slovacchia, dove le autorità locali hanno la gentilezza di avvisarlo prima di effettuare ispezioni fiscali…
Divertente la reazione di Arturo Parisi, ministro della Difesa, che ha dichiarato: “non riesco a crederci”. Ah, nemmeno noi.
CHE STUPORE SCOPRIRE, NELLA MACELLERIA DELLA CRONACA E DELLA STORIA…
Un nuovo “orgoglio cattolico”? Se ne sente parlare qua e là sui giornali. E di conseguenza prende vigore un nuovo anticlericalismo. Ma non c’è orgoglio. Semmai stupore e commozione. Guardiamo i santi che hanno toccato il cuore della nostra generazione: Karol Wojtyla, padre Pio, Madre Teresa, don Giussani, padre Kolbe, il cardinal Van Thuan, fratel Ettore.
Troviamo nel loro sguardo solo una sconfinata passione e compassione per tutti gli esseri umani. La Chiesa è questo. E’ strana. Vede tutto, pur avendo la luce negli occhi. O forse per questo.
L’Onu e tanti altri organismi denunciano i drammi del mondo, ma la Chiesa è già lì, silenziosa, a prendersi cura delle vittime. Solo la Chiesa c’è sempre a caricarsi sulle spalle i più infelici. E solo la Chiesa riesce a guardare in faccia tutto l’orrore del mondo (senza censurare niente).
In questi giorni un convegno delle Nazioni Unite ha rivelato che le mafie internazionali hanno impiantato un nuovo businnes che supera i 32 miliardi di dollari (quasi raggiunge quello della droga): è il commercio di esseri umani. Circa 27 milioni di schiavi, soprattutto donne e bambini, usati come oggetti di consumo non più solo nei paesi del Terzo Mondo: almeno 600 mila persone sarebbero vendute ogni anno in Europa. E quasi la metà viene schiavizzato sui marciapiedi delle nostre città. Alla luce del sole. C’è poi un commercio più sanguinario. Si può “ordinare” un rene o un fegato o un cuore o un occhio. Che viene “prelevato” nei paesi del terzo mondo, da un poveretto, talora provocando la morte del donatore-vittima (e resta il giallo dei bambini che spariscono a centinaia). Un rene viene rubato o pagato al massimo 2 mila dollari, mentre viene rivenduto a 40 mila.
E’ un orrore, gestito dalle mafie internazionali, dalle dimensioni spaventose. L’ha tradotto in numeri – a Vienna, in questi giorni – l’Unigift, l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa del traffico mondiale di esseri umani. Si è scoperto che dei 66 mila trapianti di rene effettuati nel mondo l’anno scorso, circa il 10 per cento sarebbero illegali. Ma la cifra dovrebbe essere molto più alta perché in tanti paesi questo turpe mercato non è illegale. In Cina – secondo dati dell’Organizzazione mondiale della sanità riferiti ieri da Avvenire – nel 2006 sarebbero stati effettuati 11 mila trapianti con organi espiantati da condannati a morte (8 mila trapianti di rene, 3 mila di fegato e 200 di cuore).
Queste finestre sull’orrore normalmente non vengono aperte. Non si vuol vedere, non si vuol sapere in che mondo viviamo. Meglio intontirsi facendosi abbacinare da ore di televisione dell’irrealtà. Del resto la geografia dell’orrore, col quale conviviamo spensieratamente, è molto più vasta.
Ci sono pure 850 milioni di persone che vivono al limite della sopravvivenza. E 30 mila esseri umani che ogni giorno muoiono di fame. Con i tantissimi bambini che muoiono nel Terzo Mondo per cause banali come la dissenteria e il morbillo che da noi si curano con pochi spiccioli. Negli ultimi 50 anni ammonterebbe a mezzo miliardo il totale degli creature umane morte per fame. In Corea del Nord, a causa del regime comunista, ne sono morti a milioni in pochi mesi senza che i mass media e i governi se ne curassero molto. Davanti al mare di vittime del comunismo, all’orrore di tirannie di questo genere (oggi comuniste o islamiche), dove i diritti umani vengono quotidianamente calpestati, le nostre classi dirigenti appaiono assolutamente impari. Balbettanti. Spesso cinicamente indifferenti o affaccendati in traffici commerciali. E gli intellettuali? Hegel spiegava che la storia è una macelleria. Prendeva atto. Spesso gli intellettuali hanno portato pure il loro contributo a ideologie macellaie. C’è infine nel mondo l’orrore rappresentato dai 50 milioni di aborti l’anno contabilizzati dall’Oms (negli ultimi 30 anni più di 1 miliardo di vite innocenti spazzate via). Un genocidio censurato di bimbi e di donne. Oltretutto in Cina si tratta di aborto obbligatorio che spesso viene accompagnato da inusitate violenze sulle mamme che si rifiutano. Ma non se ne parla. Si elude.
Marcel Proust nel Temps retrouvé notava: “Da tempo non si rendevano più conto di ciò che poteva avere di morale o di immorale la vita che conducevano, perché era quella del loro ambiente. La nostra epoca senza dubbio, per chi ne leggerà la storia tra duemila anni, sembrerà immergere certe coscienze tenere e pure in un ambiente vitale che apparirà allora come mostruosamente pernicioso e dove esse si trovavano a loro agio”. La tragedia resta incompresa. Neanche l’enormità dei numeri sembra essere colta. Perché – come diceva il cinico Stalin – dieci morti sono una tragedia, cento morti un orrore e un milione di morti solo una statistica. Del resto tutto è organizzato da noi per distrarre dall’orrore, per evitare lo sguardo della Medusa che potrebbe impietrirti.
Solo la Chiesa non distoglie lo sguardo e vede tutto. Solo la Chiesa c’è. Sempre. Dappertutto. Come può. Pietosa, eroica, inerme, spesso con poveri mezzi, ma con un amore senza confini. C’è da venti secoli, a chinarsi su tutte le miserie del mondo. L’unica luce nelle tenebre del mondo. C’è oggi in ognuno di questi inferni. Non come crocerossina della storia (non è un’agenzia umanitaria). Ma perché è il misterioso Corpo di Gesù nei secoli. E’ lui il Buon Samaritano che si china su quell’uomo riverso per terra, mezzo morto. E’ Gesù che lo soccorre, lo cura, se lo mette sulle spalle, lo porta al sicuro e paga per lui.
La tragedia più grande è proprio non accorgersi di questo Dio presente, misericordioso, che è venuto per noi. E questa cecità provoca la tragedia davvero universale, quella di chi soffre nell’anima, perché è la nostra condizione umana che è ammalata e derelitta in sé. Bisognosa dell’unico Medico che sa guarirla. Ma quello di cui tutti – anche laici, agnostici o atei – devono accorgersi è almeno lo spettacolo che, in tutto il mondo, i cristiani sono oggi “per gli uomini e per gli angeli”. Come fece, nelle tenebre del paganesimo nazista e della Seconda guerra mondiale, il grande scienziato esule Albert Einstein, che scrisse su “Time Magazine” nel dicembre 1940: “Essendo un amante della libertà, quando avvenne la rivoluzione in Germania (il nazismo, nda) guardai con fiducia alle università sapendo che queste si erano sempre vantate della loro devozione alla causa della verità. Ma le università vennero zittite. Allora guardai ai grandi editori dei quotidiani che in ardenti editoriali proclamavano il loro amore per la libertà. Ma anche loro, come le università, vennero ridotti al silenzio, soffocati nell’arco di poche settimane. Soltanto la Chiesa si oppose pienamente alla campagna di Hitler mirante a sopprimere la verità. Non avevo mai avuto in precedenza un interesse particolare per la Chiesa, ma ora sento verso di essa una grande ammirazione, poiché la Chiesa sola ha avuto il coraggio e la perseveranza di difendere la verità intellettuale e la libertà morale. Devo dunque confessare: ciò che un tempo disprezzavo, ora io lodo incondizionatamente”.
Sigmund Freud in due lettere al figlio del 1938 espresse sentimenti analoghi. Di solito oggi non si ha questa lealtà. Se non raramente. Domina una sorda ostilità. Un odio pregiudiziale. Non si perdona alla Chiesa neanche la più piccola imperfezione degli uomini di Chiesa. Non si ammette che essi abbiano i difetti dei figli di questo mondo. Il mondo pretende dai cristiani tutta la perfezione che esso non ha. E così, involontariamente, rende il più grande omaggio alla Chiesa. Perché svela che solo lei non è cosa di questo mondo e le si può chiedere la perfezione, l’amore totale e assoluto. Che noi cristiani non abbiamo, ma che ha Lui, Gesù di Nazaret.
Antonio Socci
VELTRONI DA SOLO (CON DI PIETRO)
Paolo Guzzanti per il Giornale
Che peccato. Dopo la smagliante ed energica performance di Berlusconi da Vespa che ha detto di no a tutti coloro che volevano aggregarsi al Popolo della Libertà con il vecchio sistema partitico dell’alleanza, speravamo francamente che dall’altra parte anche il (poco) prode Veltroni riuscisse a reggere. Invece, ha sbracato. E con chi ha sbracato? Con Di Pietro il quale correrà con il suo simbolo autonomo ma “apparentato” con il Partito democratico, e che rappresenta la cupa ala giustizialista, la voglia di forca, il peggio del peggio dell’antipolitica già morta e da seppellire. Peggio: Di Pietro ha tentato di imbarcare anche Marco Travaglio (un coraggioso che abbiamo sfidato pubblicamente a un confronto e che ancora scappa) e si è fatto dire di no. Che figura miserabile.
Ci aspettavamo insomma che, non foss’altro che per spirito di emulazione, Veltroni sapesse tener duro come Berlusconi che ha detto di no a Casini, a Storace e persino a Ferrara, mentre lui non è stato in grado di farlo con l’uomo che riuscì ad affondare tutti i partiti democratici della prima Repubblica ma senza scalfire il Pci. Fantastico. Una curiosità: ma Veltroni non ha fra i suoi uomini il nostro vecchio amico Enzo Carra, l’uomo che durante Mani Pulite fu trascinato in catene davanti alle telecamere? Che meraviglioso partito: Caino ma anche Abele, il gatto ma anche la volpe, il lupo ma anche l’agnello. Così Veltroni evidentemente vede il nuovo, lui che si è preso sulle spalle l’immane compito di costruire una sinistra democratica occidentale che ancora non esiste? E per riuscire in una tale impresa a chi è andato invece a dire di no? Ai socialisti di Boselli e di Bobo Craxi i quali, quanto a genoma democratico stanno alcuni chilometri più in alto di lui, che per rimediare alle misere origini comuniste è costretto a travestirsi ora da Kennedy e ora da Obama. Veltroni ha anche sbattuto la porta in faccia ai radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino, altra stirpe politica di cui e su cui si può discutere, ma che potrebbero impartire a Uolter e ai suoi alcune lezioni sui fondamenti della democrazia liberale. Insomma, una delusione ma – peggio ancora – un tragico errore. Noi, che facciamo parte dell’altra squadra, dovremmo gioire di tali errori perché faranno perdere altro consenso al partito che già nasce con la palla al piede di un presidente che si chiama Romano Prodi detto «con me e dopo di me il nulla». Ma non è così
Questa partita va giocata nell’interesse dell’Italia prima ancora delle parti politiche: Berlusconi ha fatto una figura trionfale in televisione perché dimostra di voler realizzare il suo progetto con una forza di carattere e una chiarezza uniche: sostituire il bipolarismo con il bipartitismo per mettere fine al massacro dei veti incrociati nelle coalizioni che rendono il Paese ingovernabile. Questa grande operazione di restyling della politica l’ha varata quando ancora Veltroni annaspava alla ricerca di una identità che ancora oggi non riesce non solo a trovare, ma neanche a cercare. Così, siamo di fronte a questo paradosso macabro: il Partito della Libertà raccoglie un popolo già omogeneo da anni, mentre il Partito Democratico raccoglie elementi di divisione e di odio.
Inoltre, se Berlusconi mette la barra sul futuro senza guardare in faccia neanche gli amici, Veltroni arruola come un signore della guerra il torturatore della Prima Repubblica e che incarna quel giustizialismo che ormai massacra anche la sinistra.
Certo, peggio per lui. Ma peggio anche per l’Italia che non ha una sinistra decente e democratica, ma soltanto giustizialismo e rancori brucianti.
Copio e incollo dal Blog "la pulce di Voltaire"
Davvero meritorio questo articolo di Panorama, di due settimane fa. E' il migliore esempio per capire quanto la sinistra sia peggiore di ciò che ripete da sempre per screditare i preti: "Fai quello che dice ma non fare quello che fa".
Sulla scuola i radical chic e l'aristocrazia rossa sostengono da sempre a spada tratta la scuola pubblica.
Già da anni avevo sottolineato che Nanni Moretti il figlio l'aveva mandato alla scuola americana di Roma.
Questo studio sui figli di Rutelli, Moretti, Claudio Velardi, Follini, Giovanna Melandri, Anna Finocchiaro, Fausto Bertinotti, Luciana Castellina, Michele Santoro, Alfio Marchini, Bianca Berlinguer, Marcello Sorgi, e l'ex senatore ulivista Vittorio Cecchi Gori. La nomenklatura costringe i poveri comuni cittadini all'obbligo della scuola pubblica, ma i propri figli li manda a scuola dai privati. Anche in provincia fanno così: mica scemi.
di Romana Liuzzo
Dagli scranni del Parlamento o dalle poltrone dei talk-show esaltano la scuola pubblica, la celebrano come unica fonte del sapere democratico e chiedono di tagliare (e tagliano) i finanziamenti statali alla scuola privata. Poi, però dove mandano i loro figli? Nelle più prestigiose scuole a pagamento, con rette non certo accessibili a tutti. Sono i politici del centrosinistra e vip di area, girotondini e imprenditori radical chic, che non si fermano di fronte alle file per poter accedere in questi istituti a cinque stelle. Raccontano alcune madri del San Giuseppe De Merode, scuola privata, rigorosa, cattolica, che il ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli, ha fatto di tutto per inserire ad anno iniziato una delle figlie nelle splendide aule con vista su piazza di Spagna. Raccontano pure che una delle signore in questione, la cui erede non era stata accolta per numero chiuso (30 al massimo), non abbia affatto gradito di sentirsi scavalcata. E pare sia successo il putiferio. Intanto, mentre l'ex sindaco di Roma insediava la giovane rampolla (il primogenito Giorgio ha studiato dai gesuiti), Antonio Tajani, la cui famiglia al San Giuseppe va da generazioni, dopo le scuole medie ha deciso di spostare il figlio per mandarlo in un liceo statale ai Parioli («Si trova benissimo» spiega l'europarlamentare di Forza Italia). Rutelli non è il solo: Nanni Moretti, l'ultimo leader dei girotondini, dopo aver invitato Massimo D'Alema e gli altri compagni a dire «qualcosa di sinistra», ha iscritto il proprio bimbo in un'esclusiva scuola anglo-americana, l'Ambritt, frequentata solo da ricchi rampolli dell'alta borghesia. Idem per Claudio Velardi, ex golden boy del governo D'Alema: il figlio ha frequentato la scuola americana. Marco Follini, neoresponsabile della comunicazione del Partito democratico, ha iscritto il proprio discendente, seguendo le procedure, nella scuola dei fratelli salesiani in pieno centro, a Roma. E al richiamo radical chic non ha saputo resistere nemmeno l'ex ds, ministro allo Sport, Giovanna Melandri. Per la sua progenie è stato ritenuto adeguato l'istituto San Giuseppe di via del Casaletto. Anche questo ambitissimo. Gestito da amorevoli suore. Istruzione a pagamento anche per Anna Finocchiaro, ex ministro per le Pari opportunità, uno dei 45 membri del comitato nazionale per il Partito democratico: le due figlie vanno in un istituto a Catania. Mettersi in fila, prego. L'attrazione della sinistra per la scuola privata non è roba di oggi: anche Piero Fassino ha studiato dai gesuiti. E chi avrebbe mai detto che un nonno di cognome Bertinotti andasse a prelevare i propri nipoti in uno degli istituti più chic di Roma, a gomito a gomito con la fondatrice del Manifesto, ex deputata e scrittrice di sinistra, Luciana Castellina? Politici ma anche giornalisti, tutti attirati come calamite dagli istituti a cinque stelle. Qualche esempio? Michele Santoro ha optato per il francese Chateaubriand. Il giornalista di Anno zero è in ottima compagnia. È francese e privata la scuola scelta dalla giornalista del Tg3, Bianca Berlinguer, per la bambina avuta dal sociologo Luigi Manconi. Lo stesso vale per molti altri fanciulli con genitori dalle spiccate tendenze a sinistra: da quelli dell'imprenditore Alfio Marchini a quelli dell'ex direttore della Stampa Marcello Sorgi, fino a quelli dell'ex senatore ulivista Vittorio Cecchi Gori. Noblesse oblige.
Mancano solo gli amici del bollito
Mario Giordano
Le consultazioni di Marini sono cominciate giovedì 31 gennaio alle 16 con la Destra. E termineranno lunedì 4 febbraio con il Pd. Se uno vuole avere l'immagine dello sfascio del Paese basta guardare il calendario completo: sono 37 delegazioni che entreranno nell'ufficio del presidente incaricato-finalizzato. Appuntamenti al ritmo di uno ogni mezz'ora, a volte anche uno ogni quarto d'ora. Impossibile pure trovare il tempo per fare pipì.
Ieri, per esempio, venerdì 1 febbraio, santa Verdiana vergine e reclusa, il programma prevedeva 16 incontri. Dicasi 16. Inizio alle 9.30 del mattino con i Verdi, fine alle 19.30 con l'Unione Democratica, che poi sarebbe il privé politico di Bordon e Manzione (ma Bordon non si è dimesso già una decina di volte? Che ci fa ancora lì?). In mezzo sono passati Idv, Prc, Mpa, De Gregorio (Italiani nel Mondo), Fuda (Pd Meridionale), il movimento consumatori (Rossi), Turigliatto e Cannavò (Sinistra critica), repubblicani, liberali, Nuovo Psi e persino il Psdi. Caso mai qualcuno di voi se lo fosse dimenticato: c'è pure il Psdi. E Nicolazzi?
Fateci caso: più che consultazioni politiche sembra la sala d'attesa di un dentista. Sulla porta i convenuti si fanno coraggio: in bocca al lupo (marsicano). Ci sono persone preoccupate per il Paese, altre felici per il breve momento di notorietà che li aspetta all'uscita davanti alle telecamere tv. Sempre più annoiate, per la verità. Qualcuno ha a disposizione fino a 45 minuti (il Prc, dalle 12.15 alle 13), altri solo 15 minuti, come Fuda (dalle 18.15 alle 18.30) o il nuovo Psi (dalle 19 alle 19.15). All'ora del pranzo era prevista una piccola pausa: s'è infilato dentro Gianni Letta. Urge controllo medico: se Marini offre un caffè a ogni delegazione, rischia la tachicardia. Comunque, considerata la situazione, non è escluso che ce l'abbia, anche senza caffè.
Ma il bello deve ancora venire. Oggi le consultazioni passano dai partiti alle parti sociali. Sabato 2 febbraio, festa della presentazione del Signore, per primi si presenteranno Cgil, Cisl e Uil. Se non è una bestemmia, è sicuramente una bizzarria istituzionale. Che c'entrano Cgil, Cisl e Uil con un governo che deve sondare la possibilità di fare la riforma elettorale? Le riforme elettorali, una volta, non le faceva il Parlamento? O Marini, da buon sindacalista, ha intenzione di tornare alla Camera delle Corporazioni? Basta sapere, s'intende. Epifani presidente del Senato e Angeletti alla Commissione Affari Costituzionali. E poi?Il calendario anche oggi è serrato. Dopo Cgil, Cisl e Uil entreranno nell'ufficio di Marini (in ordine): Ugl, Confindustria, Confcommercio, Legacoop, Confcooperative, Confesercenti, Confartigianato, Cna, Confagricoltura e Casartigiani. Perfetto: mancano solo l'Arcigay, gli Amici del Bollito, il Club campeggiatori Jonici e Piccoli Fan di Paperino e poi la lista è completa. O forse no: per fare una buona legge elettorale, in effetti, non bisognerebbe chiedere un parere anche al Coro dell'Antoniano o ai reduci dei bersaglieri?
Nell'attesa ci godiamo lo spettacolo. Dice il presidente finalizzato Marini che lui non cerca scorciatoie. In effetti: chi l'ha mai detto? Più che scorciatoie lui sta cercando allungatoie. No, dico: s'era mai vista una sfilata così? S'erano mai viste 37 delegazioni in sala d'attesa? A mettere insieme le indicazioni di tutti viene un puzzle che nemmeno Einstein riuscirebbe a comporlo. Con tutto il rispetto, che ci riesca Marini pare piuttosto improbabile.
Il presidente incaricato si giustifica dicendo che ascoltare le parti sociali è importante per sentire il polso del Paese. Ricorda che lo fece già Spadolini nel 1989. E va bene. Ma a parte il fatto che l'esistenza di un precedente è una giustificazione piuttosto debole (l'infanticidio non è forse più un reato solo per il fatto che c'è stato Erode?) e a parte il fatto che Spadolini (guarda un po') nel 1989 fallì, ci siano permesse due piccole domande. Prima domanda: perché, per esempio, i Cobas non sono stati ascoltati? E i sindacati autonomi? Loro forse non sono parti sociali? O forse che sulla riforma elettorale Casartigiani e Legacoop hanno più diritto di parlare del Sap e dello Snals? Seconda domanda: caro presidente Marini, dopo aver dato possibilità di esprimersi a tutti i sindacati, di grazia, non potrebbe togliersi di mezzo e dare possibilità di esprimersi anche agli italiani?
Qualcosa di strano
Salvatore Tramontano
No, non è vero che vogliono perdere tempo per evitare il voto. Marini ha soltanto detto che lui vuole consultare tutti i partiti, più la Confindustria, più i sindacati, più il comitato referendario, più le cooperative, più le associazioni degli artigiani e pure quelle degli agricoltori. Normale prassi istituzionale. No, non è vero che vogliono perdere tempo o inventarsi qualcosa di strano: si tratta semplicemente di un mandato finalizzato. E nel centrosinistra c’è pure chi non esclude che dopo si faccia un altro giro con Amato. Ma anche questo, non c’è dubbio, è normale prassi istituzionale. No, non è vero che vogliono perdere tempo. È che D’Alema cerca ancora voti in Senato per un governicchio che possa bloccare la corsa solitaria del Pd di Veltroni e prolungare lo stato vegetativo del centrosinistra fino al 2009, mentre Marini e Veltroni si accontenterebbero di arrivare fino a giugno.
In verità, la cosa veramente incredibile è scoprire che da sette giorni, da quando è caduto Prodi, tutto quello che il centrosinistra dice, puntualmente non si realizza e che la crisi, che ora si vuole attribuire a tutta la politica, è una crisi di schieramento: non è il Paese a essere ingovernabile ma è il centrosinistra che non riesce a darsi un governo. Ci sono similitudini inquietanti con quello che accadde nel ’98. Anche allora si cercò di prendere tempo, di fare un nuovo governo, si cercò di spiegare che, malgrado l’indicazione diretta degli elettori, un altro premier sarebbe stato possibile e necessario. Anche allora si teorizzava la sovranità delle transumanze parlamentari, e i convertiti dell’Udr, eletti nel centrodestra e traslocati nel centrosinistra, si prestarono a fare la foglia di fico.
Oggi si sogna una fantomatica Cosa bianca dove parcheggiare nuovi transfughi, magari a partire da Baccini e Tabacci. E poi si dà la colpa di ogni instabilità alla legge elettorale ma non si tiene conto che con la stessa legge elettorale, il Mattarellum, il centrosinistra bruciò tre premier in una stessa legislatura, mentre Berlusconi riuscì ad arrivare fino in fondo. No, non è vero che vogliono perdere tempo. Vogliono guadagnarlo, anche solo tre mesi, nella speranza di costruire una lavanderia elettorale, capace di far dimenticare Romano Prodi. Intanto si inventano cose fantastiche, come i sondaggi che vedrebbero il Pd pareggiare al Senato se si presentasse da solo. No, non è vero che vogliono perdere tempo. Perché di tempo non ne hanno più.
"Falce e girello. La fine dei comunisti"
Antonio Socci
Si può chiamare “comunisticità”.
Descrive la parabola storica dal comunismo alla comicità. Da Karl Marx a Groucho Marx. Dal Cremlino al Bagaglino.
Il fenomeno ideologico che incendiò il mondo e ha realizzato una immensa macelleria, un orrore (per questo è stata una cosa maledettamente seria), oggi, a 90 anni esatti della rivoluzione d’ottobre, sembra produrre soprattutto notizie di colore, che strappano la risata.
Almeno in Italia. Diversi episodi di questi giorni lo fanno pensare.
Lazzi e risate sono toccate al segretario del Pdci, Oliviero Diliberto, che, a Mosca, all’uscita dal mausoleo di Lenin ha dichiarato: “La mummia di Lenin? Se la Russia non la vuole potremmo portarla a Roma”.
Maurizio Gasparri, sghignazzando, ha subito proposto uno scambio: noi ci prendiamo la mummia di Lenin se i russi si prendono Diliberto. Come se la cosa non fosse già abbastanza comica, il capogruppo del Pdci alla Camera, Pino Sgobio, ha soccorso il suo leader con una dichiarazione devastante: “A 90 anni dalla rivoluzione d’ottobre, Lenin evidentemente fa ancora paura agli anticomunisti. Tutto questo è la dimostrazione che il comunismo è ancora il futuro”.
Anche solo ipotizzare la traversata dell’Europa da parte della mummia appare come una grottesca parodia dello slogan con cui il marxismo si è affacciato nella storia: “Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo”.
Un’altra divertente disputa marxiana (e marziana) in questi giorni ha opposto Toni Negri e Armando Cossutta. Ma non sulla Terza Internazionale. Più modestamente sulla Nazionale. Di calcio.
Quel Toni Negri che doveva essere il campione del neomarxismo teorico si è cimentato su “Libération” con una serie di considerazione pseudo-filosofiche sulla decadenza del calcio, con elogio di Zidane e bocciatura di Materazzi, che ha fatto insorgere il togliattiano (interista) Cossutta.
E Jacopo Jacoboni sulla “Stampa” ha impietosamente ricordato che pure la Rossanda – vedendo la Nazionale vincente ai Mondiali 2006 – aveva elogiato quel gioco di squadra con un malinconico amarcord: “somiglia a quello che eravamo noi un tempo”.
Noi chi? “Noi del Pci di una volta”. Il Pci di una volta? Ma come si può arrivare a immaginare Togliatti nei panni di Buffon e Longo in quelli di Gattuso? La Sinistra sembra nel pallone.
Meglio i comunisti di una volta che facevano piangere o quelli di oggi che spesso fanno ridere? Forse si sta realizzando proprio ciò che Marx aveva predetto: nella storia ciò che accade come tragedia, poi si replica come farsa.
Certo persiste tuttora uno zoccolo duro comunista che non ride e non si lascia seppellire da una risata. Non sempre l’umorismo coglie la fase senile del comunismo.
Tuttavia perfino l’area estrema che dette vita al “partito armato” e che fa tuttora tremare, incappa talora in qualche sberleffo sarcastico. Un episodio recente, per esempio, ha ispirato considerazioni ironiche a Lidia Ravera che, sull’Unità, ha scritto di quell’ “ex-bierre, né pentito, né dissociato, né rinsavito” il quale “ha rapinato una banca”. O meglio, ci ha provato. A Siena. Chiosa la Ravera: “Leggo su La Repubblica (e trasecolo) che ha dichiarato: ‘Quei soldi mi servivano per le cure mediche e per il dentista’. D’accordo, una dentiera non si nega a nessuno, e i Bierre ‘storici’ hanno ormai i loro annetti, però…”.
Però cosa? La Ravera la fa facile, dice “una dentiera non si nega a nessuno”. Ma farsi la dentiera all’epoca del centrosinistra è diventato un lusso, una conquista sociale, quasi un obiettivo rivoluzionario. E certo che un pensionato si butta a Destra. Passando dal terzo stato alla terza età, magari anche qualche ex rivoluzionario incanutito finirà col ricordarsi di Berlusconi che un giorno – rivolgendosi agli elettori anziani, con l’aumento delle pensioni minime – lanciò il piano “più dentiere per tutti”.
Non so se in questo episodio ci sia la parabola di una generazione rivoluzionaria che passa dall’assalto al cielo all’assalto al dentista. Magari diventassero realisti. Magari seguissero l’aforisma di Mino Maccari: “O Roma, o Orte”.
D’altronde son passati 80 anni da quando Paul Vaillant-Couturier scriveva che “il comunismo è la giovinezza del mondo”. Anche il comunismo, col succedersi dei decenni, è passato dalla protesta alla proposta e dalla proposta alla prostata. Il comunismo esce dall’estremismo per entrare (di corsa e spesso) al bagno.
Le cronache di questi giorni offrono altri spunti ironici sulla Sinistra. Su internet per esempio si discute del paginone che “Liberazione”, quotidiano di Rc, ha dedicato a pornografia e politica, cosa che segna la fine dell’anatema marxista contro l’industria del porno. Facile ironizzare sul passaggio del comunismo dalle bandiere rosse alle luci rosse.
Ma ha suscitato ironie anche una dichiarazione di Vincenzo Cerami che – su sua richiesta – è stato eletto nell’esecutivo del neonato Partito Democratico. All’intervistatore del Corriere della sera, lo scrittore, che probabilmente sarà il responsabile del settore cultura, ha dichiarato che “un grande da recuperare” è “Gramsci e il suo sentimento della realtà”.
Strepitosa idea. Ma forse Cerami non è stato informato che sciolsero 15 anni fa il Pci per non dirsi più comunisti, poi dal Pds passarono ai Ds, ora tolgono perfino la parola “Sinistra”, chiamandosi solo Democratici, per non far ricordare il passato, quindi, dopo un paio di scissioni a Sinistra, hanno imbarcato gli ex diccì, Tex Willer, la Nutella e hanno provato a ingaggiare addirittura Veronica Berlusconi, tutto per far dimenticare di essere stati comunisti. E nel partito di De Mita, Franco Marini, Gerardo Bianco e Francesco Rutelli, il capo del settore cultura ripropone il fondatore del Partito comunista italiano, Antonio Gramsci?
Ha tutte le ragioni Giorgio Israel di ironizzare, sul “Foglio”, ricordando le parole con cui Veltroni ha presentato questo nuovo esecutivo del Pd: “inizia il cammino di una compagine di donne e uomini innovativa, fresca, aperta e autorevole che avrà il compito di interpretare al meglio la grande forza riformista del Pd”. Questa “fresca e innovativa compagine” ripropone Gramsci. E perché non Bordiga e Bakunin?
Ma la notizia più buffa arriva dall’estero e riguarda Marx in persona. La Repubblica l’ha data così: “Il pensiero di Marx influenzato dal suo prurito”. Riprende uno studio del professore Sam Shuster uscito sul British Journal of Dermatology secondo cui “il senso di alienazione” e il rancore che trasudano dalle sue opere sarebbero dovutti anche al fatto che Marx dal 1860 soffrì di “idroadenite suppurativa” che non gli dette tregua per tutta la lavorazione del “Capitale”.
Foruncoli e pustole gli esplodevano sotto le ascelle, sul collo, nella zona inguinale del pene e nelle natiche provocandogli atroci sofferenze e feroce irascibilità, tanto che in una lettera del 1867 a Engels scriveva: “La borghesia si ricorderà dei miei foruncoli fino al giorno della sua morte”.
In realtà la cosa era già nota da tempo ed è più seria di quanto sembri. Ne aveva scritto Frank E. Manuel in “Requiem per Carlo Marx” (Il Mulino).
Manuel, ricordando la scurrilità di Marx quando parla di ebrei, sostiene che si tratti di una malattia psicosomatica dovuta al ripudio del legame materno e delle proprie radici ebraiche. “Esistono fondati motivi per ipotizzare che l’odio di Marx – che viveva nella costante negazione delle proprie origini – nei confronti di se stesso, quando si rivolgeva all’esterno si trasformasse in una ribellione universale contro l’ordine sociale esistente”.
Le conseguenze teoriche – dalla supervalutazione della lotta di classe, al disprezzo delle questioni nazionali, religiose ed etniche – sono all’origine della tragedia del comunismo. E qui c’è poco da ridere.